La Scapigliatura poeti e tematiche

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scapigliatura
Esponenti della Scapigliatura, da sinistra Luigi Conconi, Carlo Alberto Dossi, Giovanni Giachi, Emilio Praga

La Scapigliatura: poeti e tematiche. Riassunto di Letteratura italiana schematico e completo per conoscere e memorizzare rapidamente.

Il termine Scapigliatura

La Scapigliatura fu un movimento artistico e letterario. Nacque in Italia nel secondo Ottocento, in particolare a Milano. A partire dal 1863 si diffuse anche a Torino.

Fiorì per un decennio. All’inizio degli anni Settanta appare già in crisi. Tuttavia certi suoi modi continuano a lungo. Tanto è vero che si parla anche di una “seconda Scapigliatura” di fine Ottocento e inizio Novecento, i cui esponenti principali sono Gian Pietro Lucini e Paolo Valera.

Il nome Scapigliatura fu usato da Cletto Arrighi (anagramma di Carlo Righetti) in un romanzo pubblicato nel 1862, La scapigliatura e il 6 febbraio. Un dramma in famiglia.

Protagonisti del romanzo sono sei giovani di vario ceto. Sono irrequieti e turbolenti, in lotta con la società borghese. Sono contestatori, pronti ad entusiasmarsi «per ogni causa bella, grande o folle» e insieme dediti al gioco e al vizio. Si riuniscono in associazione allo scopo di godersi spregiudicatamente la vita e di promuovere la rivolta della Lombardia contro la dominazione dell’Austria.

Il termine Scapigliatura è l’equivalente del francese bohème (= vita da zingari).

I principali esponenti della Scapigliatura

I principali esponenti (tutti nati fra il 1835 e il 1849) furono a Milano, Emilio Praga, Arrigo Boito, Ugo Tarchetti, Carlo Alberto Dossi e, in Piemonte, Giovanni Faldella. Loro maestro è Giuseppe Rovani (1818-1874), autore del romanzo Cento anni.

Emilio Praga nacque a Gorla (Milano) nel 1839. Dopo una breve esperienza nel campo della pittura e dell’insegnamento, si dedicò alla poesia. Divenne la voce poetica più rappresentativa della Scapigliatura milanese.

Tuttavia, la vena poetica più genuina di Praga non va cercata nella produzione in cui assume pose da poeta maledetto, quanto nelle composizioni in cui – precorrendo i crepuscolari – canta le piccole gioie e le sofferenze della vita, la malinconia dei paesaggi e la nostalgia dell’infanzia.

Negli ultimi anni, separato dalla moglie e dal figlio Marco (che poi diventerà un apprezzato commediografo), condusse una vita sregolata. Questa in breve lo portò alla morte, a soli 36 anni, nel 1875.

Fra le sue opere, ricordiamo le raccolte di versi Tavolozza (1862), Penombre (1864), Fiabe e leggende (1867), Trasparenze (1878) e il romanzo incompiuto Memorie del presbiterio.

Arrigo Boito nacque a Padova nel 1842. Partecipò al sodalizio con Emilio Praga per circa un decennio. Non si abbandonò però agli eccessi e alle stravaganze degli altri scapigliati. Poeta e musicista, lavorò con maggiore costanza e successo nel campo del teatro lirico, componendo opere come il Mefistofele e il Nerone e libretti per l’Otello e il Falstaff di Giuseppe Verdi.

Nei suoi versi – Re Orso, 1865 e Il libro dei versi, 1877 – egli espresse, sullo sfondo di un costante contrasto fra ideale e reale, i temi e i moduli più tipici della Scapigliatura, ma sempre con estrosa originalità: dal senso della inutilità della vita e dell’inevitabile crollo degli ideali e delle illusioni, alla trascrizione realistica di cose e creature della vita quotidiana, al gusto del macabro, all’abbandono alle fantasticherie di un mondo fiabesco.

Muore nel 1918, dopo essere stato nominato senatore.

Ugo Tarchetti (1839-1869), dopo aver intrapreso la carriera militare, la troncò nel 1865 per dedicarsi alla letteratura a Milano.

Scrisse un libro di poesia Disjecta (pubblicato postumo, 1879), vari romanzi e diversi racconti, cinque dei quali riuniti in Racconti fantastici. I due romanzi più importanti sono Una nobile follia (Drammi della vita militare) e Fosca.

In Una nobile follia il tema principale, l’antimilitarismo, si svolge nel più ampio contesto di una generale denuncia del «sistema» della società, segnata di gravi squilibri, di ingiustizie, di privilegi, di violenze, di miti mistificatori e oppressivi.

Il romanzo Fosca è scritto in prima persona da un soggetto che ricorda un’esperienza dolorosa e riflette su di essa. Il protagonista, Giorgio, ha una relazione d’amore con la bella e solare Clara. In casa del suo colonnello, conosce Fosca, donna bruttissima e gravemente malata. Nell’ultimo tempo della sua breve vita, Fosca, travolta dal suo incondizionato e spregiudicato amore per Giorgio, sperimenta una felicità illusoria e contraddittoria.

Il tema che unisce bellezza, caducità e morte è un topos (un luogo comune) degli scapigliati. Il tema è ripreso da Baudelaire. Mentre il tema romantico dell’amore-morte assume qui i tratti esasperati e morbosi che sembrano anticipare problematiche del Decadentismo.

Ugo Tarchetti morì giovane di tisi.

Carlo Alberto Dossi nacque a Zenevredo (Pavia) nel 1849 da una famiglia di proprietari terrieri.

Intraprese la carriera diplomatica. Fu infatti console generale d’Italia a Bogotà, in Colombia, e ad Atene. Ma si occupò soprattutto di letteratura e strinse amicizia con il gruppo degli scapigliati.

Nel 1901 si ritirò dalla carriera politico-diplomatica. Trascorse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi agli amati studi letterari ed archeologici.

Morì a Cardina (Como) nel 1910.

La sua partecipazione alla Scapigliatura non fu caratterizzata da atteggiamenti di ribelle o di rivoluzionario. Si realizzò tutta sul piano intellettuale e letterario. Si configurò soprattutto come spregiudicata, e in fondo divertita, polemica nei confronti delle convenzioni, delle mistificazioni e del conformismo della società contemporanea. Come spregiudicata ricerca stilistica.

Tra le sue molte opere, ricordiamo L’altrieri (1868), Vita di Alberto Pisani scritta da Carlo Dossi (1870), La desinenza in A. (1878) e Le note azzurre (postuma, 1912).

Giovanni Faldella è il maggior rappresentante della Scapigliatura piemontese. Insieme a Dossi è il narratore di maggior rilievo fra gli scapigliati.

Nacque a Saluggia (Vercelli) nel 1846. Fu giornalista e uomo politico dapprima su posizioni di sinistra, poi conservatrici. Come deputato, visse a Roma a partire dal 1878. Morì a Saluggia nel 1928.

Faldella raggiunse i suoi risultati più interessanti soprattutto nelle novelle di Figurine (1875). Sono dodici bozzetti sulla realtà della provincia italiana, scritti in un linguaggio a metà strada tra il dialettale e il purismo.

Ma di notevole valore sono anche il racconto Rovine (1879), biografia di uno scapigliato, e Madonna di fuoco e Madonna di neve (1888), storia di due opposte figure femminili, ingenua una e perversa l’altra.

Faldella è inoltre un grande innovatore sul piano linguistico. Prende i suoi vocaboli dalla letteratura del Trecento e soprattutto del Cinquecento (per un approfondimento leggi La lingua italiana, dalle origini a oggi clicca qui) unendoli a termini del toscano moderno e a piemontesismi. Ne esce un mescolato linguistico capace di fondere con grande disinvoltura il letterario e il parlato e di trapassare agevolmente dal patetico al comico. Ne deriva una scrittura originalissima, del tutto personale.

Giuseppe Rovani (1818-74), milanese, partecipò alla lotta risorgimentale. Difese Venezia e poi la Repubblica Romana.

Fece il giornalista e condusse una vita irregolare, con ampie concessioni all’alcool e a un gusto dissipato e bohémien che gli procurerà la simpatia degli scapigliati.

Il suo capolavoro è il lungo romanzo Cento anni uscito a puntate sulla Gazzetta di Milano fra il 1857 e il 1858 (poi, in volume, nel 1868-69). Seguirono altri due romanzi La Libia d’oro (1868) e La giovinezza di Giulio Cesare (1873).

La Scapigliatura: tematiche

Gli scapigliati sono i primi ad avvertire la nuova condizione di emarginazione o addirittura di inutilità della letteratura.

Non si riconoscono nell’Italia uscita dal processo risorgimentale, dominata dai banchieri e dai commercianti.

Non accettano la tradizione rappresentata per loro soprattutto da Manzoni e dal manzonismo dominante. Ne rifiutano sia le soluzioni linguistiche che gli atteggiamenti paternalistici e pedagogici. Optano invece per soluzioni linguistiche sperimentali, espressionistiche, grottesche, aperte al confronto con il dialetto, e per una tematica spesso bizzarra e stravagante.

Respingono la tradizione del Romanticismo italiano. Si rifanno piuttosto alle origini del Romanticismo tedesco, privilegiando:

  • i temi del mistero e dell’ignoto, che saranno poi ripresi dal Decadentismo;
  •  motivi realistici: la corruzione della vita moderna, la mancanza di ideali, la folla cittadina, il lavoro dei campi, che saranno invece ripresi dal Verismo.

Gli scapigliati intrattennero un rapporto stretto con il giornalismo. Fecero delle riviste il mezzo primario per diffondere la loro arte.

Sul piano più strettamente letterario essi concordavano su un principio fondamentale: la stretta relazione e complementarità fra le tre arti, poesia, musica e pittura.

Il principio della interdipendenza delle tre arti si traduceva:

  • sia nella disposizione a coltivare la musica o la pittura accanto alla poesia (Boito ad esempio fu un musicista, Praga un pittore);
  • sia nell’adozione, per la loro poesia, di un linguaggio ricco di elementi pittorici e musicali.

Gli scapigliati elessero Charles Baudelaire loro nume tutelare. Attraverso le traduzioni dei suoi scritti conobbero Edgar Allan Poe, lo scrittore americano del mistero e dell’immaginazione allucinata.

Gli scapigliati condussero una vita disordinata e dissipata. Questa portò alcuni di loro a finire tragicamente la loro esistenza o suicidi o alcolizzati.