non chiederci la parola di eugenio montale

Non chiederci la parola di Eugenio Montale. Ve ne diamo il testo, la parafrasi, l’analisi e il commento.

Non chiederci la parola: il testo poetico

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Non chiederci la parola: la parafrasi

Non chiedere a noi poeti, che siamo uomini come tutti, privi di certezze, di dare quelle risposte definitive e inappellabili che non possediamo, (non chiedere) risposte balenanti a lettere di fuoco e risplendenti con la vivezza di un fiore in un campo polveroso.

Ah c’è chi va in giro sicuro di sé, amico degli altri e di se stesso, e non bada alla sua ombra che il sole di mezzogiorno disegna sopra un muro scalcinato.

Non domandarci la formula che abbia il potere di aprirti nuovi mondi (rivelarti verità nascoste), ma (domandaci pure) qualche sillaba storta e arida come un ramo. Oggi possiamo dirti solo codesto, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Non chiederci la parola: analisi

La poesia è datata 10 luglio 1923 ed è collocata in apertura della sezione intitolata Ossi di seppia, che fornisce il titolo all’intera raccolta. Questa poesia costituisce un’importante dichiarazione di poetica, soprattutto formale. Rivolgendosi a un “tu” imprecisato, che potrebbe essere il lettore, Montale parla a nome della categoria dei poeti.

In un dialogo immaginario egli afferma la funzione esclusivamente “negativa” della poesia, strettamente collegata alla negatività dell’esistenza: il poeta non ha certezze da trasmettere o punti di riferimento da indicare.
Proprio per il suo messaggio, questo componimento è stato scelto dall’autore come primo della raccolta in cui è stato incluso.

La poesia si compone di tre quartine di versi liberi in cui prevalgono gli endecasillabi, regolari e non. Le prime due strofe hanno rime incrociate (ABBA; CDDC), l’ultima alternate (EFEF). La rima del verso 7 è ipermetra, cioè presenta ancora una sillaba dopo la rima vera e propria: «amico» / «canico-la».

La terza strofa riprende i temi della prima e la seconda strofa costituisce una pausa di riflessione che approfondisce il significato dell’intero componimento. Nella prima e nella terza strofa prevalgono inoltre versi lunghi ed entrambe iniziano con l’avverbio «Non», mentre la seconda ha versi più brevi ed è chiusa da un punto esclamativo, che ne dilata il significato.

Significativo, soprattutto nella prima strofa, l’uso frequente dell’enjambement, che migliora la coesione interna dell’unico periodo in cui sono sintatticamente organizzati i versi.

Da notare: la presenza dell’alliterazione di consonanti dure («r» e «t») nella prima e nella terza strofa, in cui altrettanto aspro è il messaggio del contenuto; la desolata aridità di certe immagini (polveroso prato, scalcinato muro) che sarà una costante nella produzione di Montale.

Questa poesia, come molte altre di Montale, non ha l’indicazione del titolo e, per convenzione, viene indicata con il suo primo verso per esteso, o in parte.

Non chiederci la parola: il commento

A chi chiede ai poeti di dare una definizione precisa e assoluta della vita e di indicare una verità in cui poter credere con fiducia, il poeta Montale risponde: la vita non è che un percorso incerto e irto di pericoli, senza mete e senza certezze indiscutibili e universali. Impossibile, dunque, pretendere dal poeta parole definitive e magiche formule per risolvere problemi da sempre irrisolti e insolubili; la poesia non è in grado di proporre messaggi positivi.

Da questa sfiducia nelle possibilità della poesia si può misurare la distanza di Montale da D’Annunzio, che proclamava «il verso è tutto» e definiva il «Verbo» poetico «la suprema scienza e la suprema forza del mondo»; ma anche da Pascoli, convinto che la poesia «ci trasporta nell’abisso della verità».

Occorre però tener conto del momento storico e politico in cui si colloca il testo. Benché non vi siano riferimenti espliciti, non è possibile non collegare le posizioni di Montale all’affermarsi della dittatura fascista, che genera negli intellettuali formatisi nella cultura liberale un senso di impotenza: essi rifiutano una realtà ripugnante alla loro coscienza, ma l’unico mezzo per opporsi ad essa è isolarsi nella propria solitudine, trovare la propria dignità solo nella negazione, non essendovi la possibilità di un impegno civile e culturale in positivo.

Per un approfondimento leggi Eugenio Montale – vita, opere, pensiero, stile