edgar allan poe
Edgar Allan Poe

Riassunto sulla vita, le opere e la poetica di Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe: la vita

Edgar Allan Poe nasce a Boston, negli Stati Uniti, il 19 gennaio 1809, da attori girovaghi. Morta la madre nel 1811 e abbandonato dal padre, passa l’infanzia con la famiglia Allan (da cui il secondo nome), agiati commercianti della Virginia. Nel 1815, assieme alla famiglia, si trasferisce in Gran Bretagna dove riceve un’educazione che accresce il suo interesse verso la poesia e la letteratura. Tornato in Virginia nel 1820 comincia a scrivere i suoi primi componimenti poetici.

Nel 1826 si iscrive all’Università della Virginia, da cui però viene espulso dopo poco tempo a causa delle sue intemperanze nel gioco e nell’alcol.

Sempre più in rotta col padre adottivo, che si rifiuta di mantenerlo e di pagare i suoi debiti di gioco, Edgar Allan Poe si trasferisce a Boston, dove, nel 1827, pubblica a sue spese la prima raccolta “Tamerlano e altre poesie”, passata completamente inosservata.
Prova allora a entrare nell’esercito, prima nel South Carolina e poi, riconciliandosi con il patrigno, di nuovo in Virginia. Entrato a far parte della celebre Accademia di West Point, si fa espellere però nel 1831. Nello stesso anno pubblica la raccolta “Poesie”.

Si trasferisce allora di nuovo sulla costa, dove, per quattro anni, vive fra New York, Filadelfia e Baltimora. Lì, inizia anche a collaborare con varie riviste. Pubblica nel 1832 il suo primo racconto, “Metzengerstein”, ottenendo infine i primi timidi riconoscimenti per il racconto “Il manoscritto trovato in una bottiglia”, apparso nel 1833 su un giornale locale.

Nel 1834 torna a Richmond, diventando redattore di un’importante rivista letteraria. Nello stesso anno muore il patrigno, che però esclude Edgar Allan Poe dall’eredità.

Nel 1836 sposa Virginia Clemm, una cugina di 14 anni. Due anni dopo viene licenziato e si trasferisce nuovamente a New York, dove pubblica “Le avventure di Gordon Pym”. È il periodo più prolifico della sua produzione: tra il 1839 e il 1841, tornato a Filadelfia come co-direttore del “Burton’s Gentleman Magazine”, pubblica una lunga serie di racconti legati al genere gotico e del mistero. Fra questi c’è “I delitti della Rue Morgue”, considerato il capostipite del genere poliziesco, e capolavori come “La caduta della Casa degli Usher”, “La Maschera della Morte Rossa”, “Il pozzo e il pendolo”. Inoltre viene pubblicata la sua raccolta “Racconti del grottesco e dell’arabesco” (1840). La sua situazione finanziaria, tuttavia, rimane fallimentare, aggravata dai reiterati tentativi di fondare una propria rivista. A poco valgono i primi consistenti successi editoriali, grazie a racconti come “Lo scarabeo d’oro”, pubblicato nel 1843.

Nel 1845 Edgar Allan Poe pubblica la sua poesia più famosa, “Il corvo”, che ottiene un grande successo, e un secondo volume di “Racconti”.

Dopo la morte della moglie (1847) per tubercolosi, sprofonda nella più cupa depressione, alimentando un processo di autodistruzione causato dall’abuso dell’alcol.
Cercando consolazione fra le braccia di altre donne, decide infine di sposare una vecchia vicina di casa degli Allan. Alcuni giorni prima del matrimonio viene però trovato per strada a Baltimora in preda a delirium tremens (conseguenza dell’alcolismo). Ricoverato in ospedale, muore il 7 ottobre 1849, a soli 40 anni.

Edgar Allan Poe: le opere e la poetica

Scrittore, poeta e saggista, Edgar Allan Poe rappresenta una figura fondamentale nel panorama della letteratura mondiale.
Con i suoi libri è stato capace di scavare nelle profondità dell’animo umano, dando nuovo vigore al romanzo gotico, e inventando per primo il genere poliziesco e il giallo psicologico.

Come pochi altri ha saputo descrivere il senso dell’orrore e del mistero nascosto nella realtà.

La produzione letteraria di Edgar Allan Poe può essere suddivisa fra racconti e poesie. Scelse il romanzo lungo solo in due occasioni: “Le avventure di Gordon Pym” (1838) e “Il diario di Julius Rodman” (un western a puntate iniziato nel 1840 e mai terminato).
Fu lo stesso Edgar Allan Poe a spiegare questa scelta: ogni testo deve essere breve per emozionare il lettore, poiché “tutti gli eccitamenti che vogliono essere intensi, per necessità psicologica, han da essere brevi”.

I moduli usati nei suoi racconti derivano in parte dalla tradizione gotica inglese. I temi ricorrenti della sua narrativa, nutriti di ossessioni personali, sono trascritti in situazioni spesso simboliche, che trascendono l’origine psichica. È la situazione spesso al limite del verosimile, in cui sono calati i personaggi che fa crescere in loro un senso di inquietudine, un viaggio che parte delle paure più nascoste e incofessabili e che porta lentamente il protagonista sull’orlo della follia. Ma è il lettore stesso a venire trascinato grazie alla splendida narrazione di Poe, in un crescere di emozioni e oppressione a cui lo spettatore attento non può sfuggire.

Elemento essenziale dei racconti è poi l’utilizzo dei protagonisti: essi non vengono concepiti dall’autore come semplici personaggi, bensì come delle figure, quasi astratte e incorporee, “tanto poco realistiche che non sembrano avere neppure una consistenza fisica”. Allo stesso tempo, però, la tecnica narrativa di Poe, basata sull’io narrante, assicura un coinvolgimento emozionale incredibile: il protagonista, ricorrendo a un soliloquio, parla in prima persona e il lettore assiste così allo svolgersi dei fatti attraverso l’ottica dell’assassino. Chi legge non solo viene a sapere dalla viva voce del protagonista ciò che egli ha fatto, ma conosce nel dettaglio le ragioni che lo hanno spinto a reagire, i pensieri e i sentimenti che hanno accompagnato le sue azioni.

I temi toccati nei vari racconti di Edgar Allan Poe sono davvero numerosi, e rivelano anche la straordinaria abilità di invenzione di questo scrittore: ci sono defunti che ritornano (“Ligeia”), uomini in preda alla pazzia (“La caduta della Casa degli Usher”, “Il gatto nero“) oppure tormentati dall’ossessione di un  sosia (“William Wilson”), l’apparizione della morte stessa (“La maschera della Morte Rossa”).

Quasi tutti i racconti di Poe hanno un elemento in comune: sono racconti che potrebbero definirsi di genere fantastico, ma che riescono ad esprimere più in generale la fragilità dell’uomo di fronte alla realtà, che appare spesso ostile e indecifrabile. È una dimensione pessimistica, una visione del mondo indubbiamente negativa, nella quale Edgar Allan Poe sembra mostrare i limiti della ragione umana a spiegare i misteri dell’universo e l’enigma dell’esistenza. L’uomo si ritrova solo e smarrito in un mondo incomprensibile e quindi terrificante.

A questa parte della produzione letteraria si contrappongono i racconti polizieschi, quelli cioè che hanno per protagonista Auguste Dupin: “I delitti della Rue Morgue“, ma anche “Il mistero di Marie Roget” (1842) e “La lettera rubata” (1845).
In questi racconti, a differenza delle opere “del terrore”, Poe sembra voler dire che il mistero, apparentemente indecifrabile, può essere dipanato basandosi sul corretto uso della razionalità e del procedimento logico. In questo caso, l’uomo razionale sembra vincere sull’ambiguità del reale.

Per quanto riguarda la parte poetica di Poe, occorre partire principalmente dall’opera per cui è maggiormente conosciuto. Si tratta de “Il corvo”, poesia pubblicata per la prima volta nel 1845.

Analisi della poesia “Il corvo” di Edgar Allan Poe – La poesia, di ispirazione gotica, esalta in modo struggente uno dei temi fondamentali della letteratura di Edgar Allan Poe: il senso della morte, lo scorrere incessante del tempo, l’angoscia dell’uomo di fronte alla perdita della persone amata.

La trama presenta una sola scena: il protagonista, dopo la morte dell’amata Lenore, sente bussare alla porta durante una notte tormentata. Un corvo nero entra quindi nella stanza e, appollaiatosi sopra un busto di Minerva, inizia a rispondere alle domande dell’uomo, ripetendo una semplice parola: nevermore, mai più. Ma l’uomo continua ostinatamente a rivolgere al corvo domande da cui non avrà che risposta negativa. Incontrerà mai l’amata Lenore? Troverà nuovamente pace nella sua vita? Imperturbabile, il corvo risponde sempre nello stesso modo: nevermore. Eppure il protagonista, pur sapendo che la risposta sarà sempre la stessa, non può fare a meno di continuare a domandare, non può fare a meno di sperare. Ma la speranza sembra essere davvero vana; e ciò che rimane è solo il dolore, che il tempo non sa guarire, e che anzi sembra essere, come una tortura senza fine, l’unica parola rimasta.

Edgar Allan Poe ha lasciato anche scritti critici di grande acutezza (Filosofia della composizione, 1846), in cui sono anticipati principi che saranno propri del Decadentismo.
Con la sua vita disordinata e inquieta ed i suoi atteggiamenti ribelli, Poe incarna la tipica figura dell’artista romantico ed anticipa già la figura del “poeta maledetto”, che sarà propria del secondo Ottocento. Per questo fu ammirato da un altro grandissimo artista “maledetto”, Charles Baudelaire, che gli assicurò fama in Europa traducendo i suoi Racconti. Attraverso Baudelaire, Poe ebbe larga influenza sugli scrittori scapigliati del secondo Ottocento.