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Il Capitale di Marx, spiegato semplice

Il Capitale di Karl Marx spiegato semplice
Il Capitale di Karl Marx spiegato semplice

Il Capitale è l’opera più famosa di Karl Marx. L’opera comprende tre parti, di cui solo la prima, intitolata Lo sviluppo della produzione capitalistica, apparve quando l’autore era ancora in vita (1867).

Le altre due parti – Il processo della circolazione del capitale e Il processo d’insieme della produzione capitalistica – redatte dopo la morte di Karl Marx da Friedrich Engels, che usò una grande quantità di note e di abbozzi di Marx, furono pubblicate solo nel 1885-1894.

Il Capitale di Marx è considerato il seguito della Critica dell’economia politica, apparsa nel 1859; Marx aveva previsto un quarto libro, per il quale aveva raccolto un’importante documentazione, pubblicata poi da Karl Kautsky nel 1904-1910 sotto il titolo di Teorie del plusvalore.

Nella sua opera Marx si propose:

  • di descrivere il funzionamento dei meccanismi di produzione e di ripartizione delle ricchezze;
  • mostrare le contraddizioni del sistema;
  • di individuare il significato dell’evoluzione delle istituzioni economiche.

Secondo Marx, l’operaio può sussistere in regime capitalistico solo alienando se stesso, ovvero vendendo la sua forza-lavoro. Egli produce merce il cui valore è uguale alla quantità di lavoro fornito, ma il capitalista in contropartita paga all’operaio solo una parte di questo valore, realizzando così un plusvalore. Il plusvalore è tanto più elevato quanto più, per uno stesso salario, l’operaio crea una maggiore quantità di ricchezze. Il capitalista si sforza dunque di versare all’operaio il salario più basso possibile, d’aumentare al massimo la durata della giornata lavorativa o di accrescere la quantità di merci prodotte nel corso di essa grazie all’ammodernamento delle tecniche.

Ora, questo miglioramento implica la necessità della concentrazione indefinita delle imprese, cioè la formazione di imprese-gigante che assorbono ed eliminano dal mercato le piccole e medie imprese; ne risulta una trasformazione importante del rapporto tra il capitale variabile – la somma dei salari versati alla manodopera (che si rinnova continuamente con addizione di plusvalore) e il capitale costante – quello impiegato per i macchinari e per eventuali acquisti di merci necessarie alla produzione (improduttivo in quanto non fornisce plusvalore).

A una produzione accresciuta deve corrispondere un maggior numero di consumatori; da qui la necessità di rimettere al lavoro gli operai ridotti alla disoccupazione in seguito alla concentrazione delle imprese.

Ma la creazione di imprese e di industrie nuove esige nuovi capitali che non possono provenire che da un aumento di plusvalore, il quale a sua volta non può derivare che da nuovi progressi tecnici, che suppongono nuovi capitali.

I capitalisti si trovano in questo modo di fronte a una serie di contraddizioni alle quali diventerà loro impossibile, un giorno, sfuggire; tanto più che la concentrazione accresce regolarmente il numero delle persone costrette a vendere la loro forza-lavoro e, per ciò stesso, proletarizzate.

La complessità crescente delle istituzioni che i capitalisti si trovano obbligati a creare per procurarsi i crediti e assicurarsi una certa sicurezza li induce a fare appello a numerosi collaboratori, con i quali sono costretti, presto o tardi, a dividere il plusvalore.

Le crisi intercicliche si moltiplicano e diventano sempre più gravi e sempre più lunghe. I lavoratori, che rappresentano una percentuale sempre crescente della popolazione, si organizzano; i capitalisti – sempre meno numerosi – che, storicamente, hanno proceduto a continue espropriazioni della proprietà privata originariamente acquisita con il lavoro, sono a loro volta espropriati.

Così Marx sostiene che la socializzazione del lavoro e la centralizzazione dei mezzi di produzione e di scambio deve sfociare, inevitabilmente, nella formazione di una società senza distinzione tra lavoratori e datori di lavoro.