Disastro di Chernobyl, 26 aprile 1986

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Il disastro di Chernobyl

Chernobyl: l’incidente

Il 26 aprile 1986 nella centrale elettronucleare «Lenin» di Chernobyl, in Ucraina, all’epoca parte dell’Unione Sovietica, avvenne la peggiore catastrofe della storia del nucleare.
L’impianto, la cui costruzione era iniziata negli anni ’70, era composto da quattro reattori, che producevano circa il 10% dell’elettricità ucraina e anche il plutonio per uso militare.

Approfittando dello spegnimento del reattore n. 4 per le normali operazioni di manutenzione, si decise, senza autorizzazioni ufficiali, di effettuare un esperimento definito di «sicurezza». Si voleva verificare se la turbina potesse continuare a produre energia per inerzia anche quando il circuito di raffreddamento fosse stato incapace di produrre vapore; si disabilitarono quindi alcuni circuiti di emergenza, l’impianto di raffreddamento secondario e poi quello principale.

A seguito di queste operazioni, si perse completamente il controllo del reattore. Il tetto del reattore infatti esplose; il nucleo dell’impianto si incendiò bruciando a temperature di circa 1500°C; un’enorme nube radioattiva si sparse su un’area estesissima, raggiungendo gran parte dell’Europa centro-settentrionale, fino a sfiorare la costa orientale degli Stati Uniti.

La catastrofica diffusione della nube fu determinata anche dalle anomale soluzioni tecniche adottate per ridurre i costi e aumentare la produzione, a scapito della sicurezza. La centrale di Chernobyl, infatti, non era dotata di un edificio di contenimento che avrebbe potuto evitare la fuoriuscita e la dispersione del materiale radioattivo al di fuori della zona del reattore.
Così la tremenda esplosione, aggravata dagli incendi, sprigionò e sparse nell’atmosfera una quantità di radiazioni 100 volte superiore a quella prodotta dalla bomba sganciata su Hiroshima nella Seconda guerra mondiale.

Le conseguenze

In un primo momento il governo sovietico cercò di ridimensionare la reale portata dell’evento, minimizzandone le conseguenze. Di fronte però all’evidenza e in seguito alle forti pressioni che giungevano dalla comunità internazionale, dovette ammettere le catastrofiche proporzioni dell’incidente.

L’esplosione del reattore provocò nell’immediato la morte di una trentina di uomini, ma il numero delle vittime causate nel tempo dagli effetti della radioattività resta incalcolabile. Le sostanze radioattive, infatti, mantengono il loro potenziale per decenni.

I primi a contrarre la sindrome da intossicazione radioattiva furono gli addetti che durante il disastro si trovavano nella centrale; i pompieri che per dieci giorni cercarono di spegnere gli incendi; le oltre  200 000 persone che solo 36 ore dopo l’incidente furono fatte evacuare dalla zona circostante: molti di essi morirono negli anni successivi o subirono danni fisici gravissimi.
I pompieri, in particolare, operarono senza attrezzature adeguate e senza essere pienamente consapevoli del gravissimo pericolo a cui erano esposti; non avevano a disposizione tute né maschere efficienti né dosimetri in grado di misurare la quantità di radiazioni ricevute. Una situazione simile toccò anche a migliaia di militari e lavoratori utilizzati in seguito per la pulizia dell’area e la sistemazione della centrale.

Nelle settimane successive al disastro morirono per la radioattività migliaia di persone che erano state esposte alla nube; la fascia di popolazione più colpita fu quella più giovane (0-14 anni).
Il numero delle vittime provocate dalle radiazioni nel corso degli anni non potrà mai essere stimato con precisione, ma è certo elevatissimo: lo attesta il sensibile aumento dei tumori alla tiroide, delle leucemie, di altri tumori radioindotti e dei casi di malformazione congenite che si riscontrano tra gli abitanti delle aree interessate dalla contaminazione.

Chernobyl: cosa ne è stato della centrale

Nel novembre 1986 i resti del reattore n. 4 e del combustibile nucleare furono sigillati in una struttura di cemento armato, detta «sarcofago», una sorta di scudo di protezione.

Due anni dopo, il governo ritenne opportuno rimettere in funzione gli altri tre reattori dell’impianto, perché ritenuti indispensabili alla produzione di energia elettrica nel paese.

Nel 1991 il reattore n. 2 fu dismesso, perché danneggiato irreparabilmente da un incendio; la stessa sorte toccò al reattore n. 1 nel 1996. Infine il 15 dicembre 2000, con una cerimonia ufficiale, il presidente ucraino pose fine all’attività dell’intero impianto.

I problemi della centrale, tuttavia, non sembrano ancora essere del tutto terminati. Il sarcofago, infatti, era stato previsto solo come misura di emergenza temporanea della durata massima di 30 anni, in attesa della realizzazione di una struttura permanente.

Sono in molti a ritenere che il sarcofago, anche a causa del forte livello di radioattività del suo contenuto, stia subendo un invecchiamento precoce. Si teme quindi che un terremoto o il peso di una forte nevicata possa danneggiarlo, provocando il rilascio di una nube di polvere radioattiva.

 

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