Il dottor Faust e Mefistofele, il diavolo
Il dottor Faust e Mefistofele, il diavolo

Faust è l’opera più famosa di Goethe e una delle più importanti della letteratura europea e mondiale.

Nel 1808 Goethe pubblicò la redazione definitiva della prima parte del Faust. A quest’opera il poeta lavorò per tutta la vita, dalla prima redazione del 1775, l’Urfaust (che restò inedito e di cui fu ritrovata copia solo nel 1886), al compimento della seconda parte, avvenuto nel 1831, a pochi mesi dalla morte.

Il Faust si ispira ad una leggenda apparsa per la prima volta in un libro popolare del 1587, a sua volta ispirato ad un personaggio storico, Georg Faust, oscura figura di mago vissuto nella Germania del primo Cinquecento. Nel Libro popolare Faust stringe un patto col diavolo per aver accesso ai segreti della natura, ed è visto negativamente, in una prospettiva luterana ortodossa, come esempio della superbia peccaminosa dell’uomo che non sa stare entro i limiti della conoscenza segnati da Dio. Il libro ebbe largo successo e numerose ristampe, subendo in seguito vari rifacimenti, sino al Settecento.

Anche il Faust del giovane Goethe avrebbe dovuto essere dannato, ma poi, nella lunga elaborazione, subita dal progetto iniziale, la figura si trasformò, arricchendosi straordinariamente di significati.

La prima parte

L’opera ha forma drammatica (Goethe stesso la indica come «Tragedia») e vi è premesso un Prologo in teatro, tra il Direttore, il Poeta teatrale e il Comico, poi un Prologo in Cielo, in cui Mefistofele scommette con il Signore di traviare il dottor Faust e di condurlo alla perdizione; Dio, che guarda con ammirazione agli sforzi che l’uomo fa per varcare i limiti della conoscenza, promette al diavolo di concedergli l’anima dello studioso se sarà capace di deviarlo dal suo istintivo tendere al bene.

S’apre il sipario su Faust nel suo laboratorio. Faust esprime la sua stanchezza e il suo disprezzo per la vuota scienza medievale di cui ha nutrito tutta la sua vita. Vorrebbe un accesso diretto ai segreti della natura. Evoca, allora lo Spirito della Terra, ma questi lo respinge. La sconfitta induce Faust al pensiero del suicidio, ma il suono delle campane e i canti del mattino di Pasqua lo distolgono dal proposito, riconciliandolo con la vita. Esce per ritrovare il contatto con il mondo, ma al rientro nello studio viene seguito da un cane nero che in seguito si trasforma in un cavaliere dal piede equino: è il diavolo Mefistofele. Con lui Faust fa una scommessa: Mefistofele gli farà attraversare tutte le esperienze della vita ed egli gli concederà l’anima se mai arriverà ad appagarsi anche solo di un istante di godimento.

Partito con Mefistofele per un lungo viaggio, Faust che nel frattempo ha ritrovato la giovinezza grazie a un filtro somministratogli da una strega, incontra in una città medievale una deliziosa creatura, ingenua e candida, Margherita, e chiede l’aiuto di Mefistofele per conquistarla. Ben presto, Margherita si innamora di lui e gli si concede.

L’attimo di amore e di gioia è subito sommerso da una serie di dolorose tragedie: la madre di Margherita muore e così Valentino, il fratello della ragazza che vuole vendicare l’onore della famiglia ma viene ucciso da Faust in duello. Margherita sopprime nella sua disperazione, il bambino che le è appena nato e finisce in carcere.

Faust, all’oscuro della sua tragica fine, viene trascinato da Mefistofele in nuove avventure che lo introduce alle conoscenze dei mondi infernali, conducendolo a una Sabba (il concilio delle streghe e delle potenze demoniache). Ma proprio quando, sedotto da Mefistofele che non vuole che l’amore per Margherita lo salvi, sta per abbandonarsi alla voluttà dei sensi, gli compare davanti l’immagine dell’amata con un sottile cerchio rosso attorno al collo. Mefistofele è costretto a rivelare la tragedia di Margherita e Faust lo obbliga a trasportarlo nel carcere dove langue il suo povero amore. Invano però le offrirà la salvezza: Margherita, benché impazzita, è conscia della necessità del suo castigo e respinge l’aiuto di Faust e del suo compagno, preferendo l’espiazione. Quando muore, una voce dall’alto grida: «È salva!».

La tragedia rappresenta in questa prima parte l’impossibilità, per Faust, di conciliare l’amore con la sua irrequieta tensione, che lo induce a non appagarsi mai, ad autosuperarsi continuamente (è questo lo Streben, la parola chiave dell’opera).

La seconda parte

La seconda parte è molto ampia ed è divisa in cinque atti, a differenza della prima, costituita da una successione di quadri staccati, senza immediata connessione logica tra di loro; è anche gravata da innumerevoi simboli e significati concettuali, che la rendono assai ardua.

Nel primo atto, Faust si sveglia dal sonno dell’oblio in mezzo a un’accogliente natura, quasi rinato. Tutto il passato è solo un lontano ricordo. In compagnia di Mefistofele, si reca alla corte dell’imperatore dove, grazie ai prodigi del suo accompagnatore, riesce a farsi nominare tesoriere di corte.

Nel secondo atto, Faust torna nel suo laboratorio e ritrova il suo allievo Wagner ormai assurto ad alti onori. Wagner ha la pretesa di non aver più nulla da imparare dall’antico maestro, ma è solo con l’aiuto di Faust che riesce a produrre in laboratorio Homunculus, l’uomo artificiale in provetta, costituito solo da cervello e spirito. Homunculus vede tutto, anche i pensieri più reconditi degli uomini, ma è incompleto: non ama e non ha consistenza fisica. Perciò ha bisogno anche lui, come Faust, di un bagno nella grecità. Homunculus si mette quindi in viaggio, con Faust e Mefistofele, verso la «Notte classica di Valpurga», durante la quale, nel suo desiderio di diventare “natura” si dissolve nel mare per assurgere a nuova vita nell’unità del Tutto.

Nel terzo atto, Elena di Troia, che Faust cerca da tempo, è costretta da Mefistofele a recarsi nel castello dove si è installato Faust. Elena rappresenta il mondo classico, dell’antica Grecia, mentre Faust è il mondo nordico e medievale. Nell’incontro dei due si effettua una fusione dei due mondi e ne nasce Euforione (nel mito figlio di Elena e Achille), simbolo della poesia romantica.

Nel quarto atto, Faust, assurto a piena maturità e consapevolezza di sé nel possesso di Elena (della classicità ellenica), trova nell’attività pratica la soluzione al suo angoscioso problema esistenziale: inserirsi nella realtà della vita e lavorare al bene comune. Decide perciò di strappare al mare un vasto lembo di terra e renderlo fertile. Tornato in Germania, ottiene dall’imperatore un vasto territorio dove può mettersi al lavoro per realizzare il suo progetto unitario. Purtroppo due vecchietti, Filemone e Bauci, rifiutano di abbandonare la loro capanna. Intervengono allora i tre giganti di Faust che bruciano la capanna con dentro la povera coppia. Faust si sente responsabile e ne soffre: il senso di colpa lo riporta a dimensioni più umane.

Nel quinto atto, ormai Faust è vecchio e cieco, ma non si dà per vinto. Mentre i Lemuri, sotto la guida di Mefistofele, già gli scavano la tomba, Faust scambia i colpi delle loro pale per quelli degli operai che scavano un fossato per drenare le ultime acque della palude, e confessa di godere l’attimo della massima felicità.
Stando al famoso patto, Faust ha perso la scommessa e la sua anima dovrebbe diventare preda di Mefistofele. Ma un esercito celeste sconfigge il diavolo e porta in Paradiso l’anima di Faust. Dinanzi al trono della Mater Gloriosa intercede per lui «una delle penitenti che già ebbe nome Margherita». E gli Angeli cantano: «Colui che sempre si è nella ricerca affaticato, noi lo possiamo redimere!».

Il nucleo dell’opera è proprio in questo Streben (il verbo «Streben»: cercare, tendere a una meta, aspirare a qualcosa), il perpetuo tendere ad una meta, in un’ansia di azione che supera ogni tentazione ad appagarsi di un obiettivo già raggiunto.