la capra
Marc Chagall, Io e il villaggio, 1911

La capra di Umberto Saba: testo

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale¹ belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva²
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi³ ogni altro male,
ogni altra vita.

¹uguale: monotono e ritmicamente sempre uguale a se stesso.
²sentiva: io sentivo (forma letteraria della prima persona singolare, dal latino sentiebam).
³querelarsi: lamentarsi

La capra di Umberto Saba: analisi e commento

La capra fu composta da Umberto Saba nel 1909. Pubblicata per la prima volta nel 1911, all’interno della raccolta Poesie, è poi confluita nella sezione “Casa e campagna” del Canzoniere, opera che raccoglie tutta la produzione poetica maggiore di Saba.
Dal punto di vista metrico la lirica è costituita da 13 versi, distribuiti in tre strofe di varia lunghezza; si tratta di endecasillabi e settenari, tranne l’ultimo verso, che è un quinario. I versi sono liberamente rimati o assonanti.

Il poeta vede la capra, legata e bagnata dalla pioggia, e le risponde, imitandone il verso. Dapprima lo fa per scherzo («per celia»), ma poi si rende conto che in quel belato c’è l’eco di un dolore comune. E allora torna a rispondere all’animale, a “parlargli”, nella consapevolezza che tutti, uomini e bestie, sono fratelli nel dolore.

Apparentemente tutto questo potrebbe apparire fuori dall’ordinario e quasi al limite della normalità, per chi non conosca Saba e la sua straordinaria sensibilità. Come già nella poesia A mia moglie, egli non considera l’animale come un essere inferiore all’uomo, ma come una creatura nella quale sa cogliere aspetti (del fisico, del carattere, dell’atteggiamento, dei movimenti abitudinari) che sono del tutto vicini a quelli dell’uomo.
Così, in questo testo la capra perde del tutto agli occhi del poeta le sue caratteristiche di ovino e rimane creatura, come creatura è l’uomo.
Con queste premesse, allora, non è più così originale il fatto che egli risponda al verso della capra con «uguale belato fraterno».

Questi concetti, così intensi, sono espressi dal poeta con un linguaggio essenziale e suggestivo. Il lessico alterna vocaboli ricercati e fortemente letterari («per celia», «sentiva», «querelarsi») ad altri di uso comune.
Il ritmo è sobrio e pacato, mentre le rime potenziano la parola stessa, in una perfetta corrispondenza espressiva.

Per sgombrare il campo alle erronee interpretazioni che sono state date di questa poesia e, in particolare, del verso 11 («In una capra dal viso semita»), è bene precisare che la definizione «viso semita» non ha nulla a che fare né con l’origine ebraica del poeta né con il dolore del genocidio ebraico; è Saba stesso che lo chiarisce in un passo di Storia e cronistoria del Canzoniere, in cui egli attribuisce a questo verso un significato «prevalentemente visivo [come] un colpo di pollice impresso alla creta per modellare una figura».
Questo è peraltro perfettamente in sintonia con l’impostazione e lo scopo di questa lirica, che non sono assolutamente polemici, bensì propositivi: tutte le creature, uomini e animali, sono accomunate dal medesimo destino che spesso è fatto di solitudine e di sofferenza e la risposta a questo «male» consiste nal saper riconoscere nell’altro – sempre e dovunque – il proprio fratello e di instaurare con lui un dialogo, adottando anche la sua lingua, se necessario.