Le vespe, commedia di Aristofane riassunto

Le vespe è una commedia teatrale di Aristofane messa in scena per la prima volta alle Lenee (feste dell’antica Atene dedicate al dio Dioniso) del 422 a.C.
Il titolo è talvolta tradotto anche come I calabroni e allude al metaforico “pungiglione” con cui i giudici tormentano gli imputati.

Nella commedia Le vespe Aristofane mette in ridicolo la mania ateniese dei processi. Infatti su una popolazione allora stimata in circa centomila cittadini, ben seimila erano i componenti dell’Eliea, fortemente allettati dall’indennità giornaliera di tre oboli percepita dai membri di quel tribunale popolare. Avevano quindi finito con l’identificare l’esercizio della giustizia con un mestiere vero e proprio.

Le vespe di Aristofane: la trama

Filocleone è tutto preso dall’insana passione per i processi che da tempo lo domina. Suo figlio, il giovane Bdelicleone decide allora di rinchiuderlo in casa. Filocleone tenta in vari modi la fuga aiutato dai suoi compagni di tribunale (che costituiscono il coro), ma non vi riesce.

Bdelicleone cerca di convincerli che scioccamente essi si ritengono protagonisti del sistema giudiziario di Atene, ma sono solo dei burattini nelle esperti mani dei giudici. Ma è tutto inutile. Decide allora di allestire al genitore un tribunale in casa. Lì si svolge così una parodia di processo contro un cane, accusato del furto di un formaggio.

Filocleone è propenso a condannarlo, ma il figlio lo induce con l’inganno a mettere il proprio voto nell’urna dell’assoluzione. Il cane viene assolto e l’anziano padre, preso da una totale confusione per come si sono svolti i fatti, decide di smetterla con i processi.

Bdelicleone invita ora il padre a spendere il resto della vita all’insegna della più sfrenata allegria e lo conduce a un simposio. Qui si assiste alla metamorfosi dell’arcigno giudice in uno scatenato e chiassoso libertino, che è lì lì a provocare una rissa.

Alla fine però tutto si accomoda e la commedia si conclude tra battute scherzose e i salti dei convitati.