Dioniso e due Menadi in un'anfora del Pittore di Amasis (530 a.C. ca.), Parigi, Cabinet des Médailles della Biblioteca Nazionale di Francia
Dioniso e due Menadi in un'anfora del Pittore di Amasis (530 a.C. circa). Parigi, Cabinet des Médailles della Biblioteca Nazionale di Francia

Dioniso era unico fra gli dèi ad essere figlio di una donna mortale, Semele, figlia del re di Tebe Cadmo e della sua sposa Armonia. Era il dio del vino e dell’ebbrezza. I romani lo chiameranno Bacco.

Secondo il mito, Semele, incinta del figlio di Zeus, fu vittima di un inganno di Era, la gelosa sposa di Zeus.

Era, infatti, per vendicarsi, convinse Semele a chiedere a Zeus di mostrarsi in tutta la sua potenza, e Semele morì così folgorata dal fulmine.

Zeus allora estrasse il bambino dal grembo della madre arsa viva e lo tenne per due mesi cucito nella propria coscia, per condurre a termine la gravidanza. Sarebbe questa per alcuni l’origine del nome stesso di Dioniso, ovvero “il nato due volte”, e il fatto che il dio nel mondo greco sarebbe divenuto, tra i suoi vari attributi, anche il protettore dei feti.

Quando nacque, per sfuggire alle ire di Era, Dioniso fu affidato alla zia materna Ino e a suo marito Atamante (in seguito ridotti alla pazzia da Era). Fu poi trasformato in capretto dal padre e affidato alle ninfe del monte Nisa e cresciuto dai centauri Chirone e Ampelo.

Sempre per sfuggire ad Era, Dioniso viaggiò molto; durante uno dei suoi viaggi incontrò e sposò Arianna, abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso (leggi Il mito di Teseo e Arianna). Dall’unione con Arianna nacquero diversi figli; ne generò uno anche con Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, il dio Priapo.

Il culto di Dioniso nell’Antica Grecia

Dioniso era considerato un dio civilizzatore perché aveva diffuso tra gli uomini l’agricoltura e in particolare la coltivazione della vite.

Il suo seguito era formato dalle Baccanti o Menadi. Esse erano donne, che indossavano pelli di animali e danzavano selvaggiamente suonando tamburelli e flauti e agitavano fiaccole e tirsi (bastoncini cinti di edera e di pampini), invocando la divinità al grido di «euiòs», «euài», («bene!», «evviva!»).

Dioniso era un dio un po’ a “metà strada”, perché rappresentava il piacere e la gioia, ma anche il disordine e la mancanza di quel senso della misura cui i Greci tenevano molto. Perciò mal tollerati erano dalle autorità greche i “riti dionisiaci”, in cui le seguaci o sacerdotesse di Dioniso, chiamate Menadi o Baccanti, si abbandonavano all’estasi (ékstasis, in greco, significa “uscire fuori di sé”) attraverso danze selvagge e orge.

Nel corso delle feste dionisiache si era soliti sacrificare un caprone, tradizionale nemico dei teneri germogli della vite. Il rito sacrificale era accompagnato da canti corali e da battute che, in forma di dialogo, venivano scambiate dai sacerdoti.

Strettamente legato alle origini del teatro, vi erano importanti feste “ufficiali” in onore di Dioniso. Ad Atene vi erano le “Grandi Dionisie”, nel corso delle quali si tenevano concorsi teatrali, con la rappresentazione di tragedie e commedie.

Nel II secolo a.C., dal culto greco di Dioniso derivò e si diffuse a Roma il culto di Bacco. Ben presto i seguaci di Bacco entrarono in contrasto con i conservatori romani, legati alla severa morale del mos maiorum, a tal punto che nel 186 a.C. il senato, dietro iniziativa di Catone il Censore, emise il Senatus Consultum de Bacchanalibus.