Mastro don Gesualdo riassunto, commento, analisi

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Riassunto Mastro don Gesualdo

I Malavoglia e Mastro don Gesualdo sono i più grandi risultati del Verismo di Giovanni Verga e, più in generale, di tutto il Verismo italiano.

Mastro don Gesualdo uscì in rivista (la Nuova Antologia) nel 1888 e in volume l’anno successivo.

Il titolo compare già in una lettera del 21 aprile 1878 (Lettera a Salvatore Paolo Verdura sul ciclo della «Marea»). In questa lettera, Verga vi annuncia che il protagonista sarebbe stato un «rappresentante della vita di provincia» e un esponente di una classe superiore a quella dei Malavoglia.

Perché si chiama Mastro don Gesualdo?

L’intenzione iniziale – rispettata – era quella di raffigurare un arrampicatore sociale: un «mastro» che diventando ricco si merita il titolo di «don», senza però riuscire a far dimenticare le sue origini (di qui l’unione di «mastro-don»).

L’azione si svolge tra il 1820-21 e il 1848-49, fra la provincia di Catania e Palermo. Sullo sfondo stanno alcuni eventi storici di rilievo: una rivolta carbonara del 1820; l’epidemia di colera del 1837; la rivoluzione del 1848; la nascita della borghesia terriera e imprenditoriale (rappresentata appunto da Gesualdo); il decadimento della nobiltà cittadina (quella del duca di Leyra).

Il romanzo Mastro don Gesualdo è composto di 21 capitoli, riuniti in quattro parti.

Mastro don Gesualdo riassunto dettagliato

Parte prima

La prima parte del romanzo si apre sull’incendio in casa Trao, la dimora decrepita di una famiglia nobilissima: Bianca e i suoi fratelli, Diego e Ferdinando – due autentiche maschere grottesche, dalla faccia stralunata dalla follia, rosi dalla tisi -, ridotti in miseria. Tutto il paese accorre, anche mastro don Gesualdo Motta, preoccupato per una sua proprietà vicina alla casa dei Trao.

Mentre scoppiava l’incendio, Bianca Trao si trovava in camera da letto con il cugino Ninì Rubiera, con cui ha una relazione illecita. Sono scoperti dal fratello di lei, don Diego. Questi si reca dalla baronessa-madre di Ninì Rubiera: pretende il matrimonio riparatore. La baronessa non ne vuol sentir parlare: Bianca non ha la dote, ma promette di trovare un marito alla sua altezza.

In occasione della festa del patrono, San Gregorio Magno, la famiglia Sganci, imparentati con i Trao, organizzano un ricevimento a casa loro. Il canonico Lupi, che vuole ingraziarsi Gesualdo per l’appalto delle terre comunali, ha combinato, in questa occasione, un incontro tra mastro don Gesualdo e Bianca, ormai compromessa dal cugino, il debole baronello Ninì Rubiera, incapace di ribellarsi alla volontà della baronessa madre, ferocemente attaccata alla ricchezza, lei che era figlia di una serva.

Così mastro don Gesualdo fa il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese «raso di fresco, vestito di panno fine con un cappello nuovo fiammante tra le mani mangiate dalla calcina».

Gesualdo, il manovale arricchito, è già padrone delle terre più fertili del paese, Mangalavite, la Canziria, Donninga, e tenterà di riscattare le sue umili origini sposando Bianca Trao.

Bianca accetta le nozze solo per coprire “la sua colpa”, docile e rassegnata, ma estranea, di un’altra pasta, «roba fine» per le mani grossolane di Gesualdo Motta.

Gesualdo comunica la decisione a Diodata, la serva fedelissima che ha diviso con lui le fatiche e gli stenti e gli ha dato due figli. Gesualdo però non li ha riconosciuti e ora è pronto a sacrificarli per difendere la sua «roba contro tutto per fare il suo interesse» e la donna, docile come un cane, nel silenzio della sera, silenziosamente piange.

Parte seconda

La seconda parte del romanzo si apre con la scena dell’asta per la gabella delle tre terre comunali, in cui Gesualdo ha la meglio, scatenando le ire e i rancori dei notabili del paese, da sempre arbitri del potere.

Seguono poi le vicende che vedono Gesualdo farsi carbonaro, per difendere i suoi interessi (Verga rappresenta una sommossa popolare di Vizzini, riflesso dei moti risorgimentali del 1821). I contadini e gli oppressi vedono ormai nel mastro il nuovo ricco, affamatore di povera gente. Questi è allora costretto a nascondersi, come gli altri potenti, per evitare il peggio.

Muore don Diego Trao, il fratello di Bianca sposa di Mastro don Gesualdo. La donna, in seguito allo spavento per l’improvviso lutto, dà alla luce, prematuramente, una bambina, Isabella.

Nei capitoli finali della seconda parte, Verga, inserendo quasi un romanzetto nel romanzo, narra gli amori di Ninì Rubiera per Aglae, un’attrice di provincia, mentre la baronessa madre, paralitica per una trombosi, assiste, ancora custode feroce della “roba”, ma quasi impotente, al dilapidarsi lento del patrimonio per i debiti del figlio.

Parte terza

La terza parte del romanzo si sofferma sul personaggio di Isabella, la figlia che non è di Gesualdo, ma che egli ha accettato come degna erede della “roba”, «il vero sangue suo».

Isabella è una vera Trao, educata nel collegio di Santa Maria e poi a Palermo, proprio come la figlia di un barone. La ragazza cresce superba e inquieta, desiderosa di primeggiare nell’ambiente gretto e pettegolo, invidioso della sua ricchezza e che le rinfaccia i rozzi natali dei Motta.

Gesualdo accetta, pure con una spina nel cuore, l’atteggiamento della figlia, che al suo rientro in famiglia è ormai estranea «di un’altra pasta», perché «il pesco non s’innesta all’olivo».

La giovane, durante il soggiorno nella campagne di Mangalavite, dove la famiglia si è rifugiata per sfuggire al colera, annoiata dalla solitudine del luogo, s’incapriccia di un parente povero, Corrado La Gurna, ospite nella proprietà dei Motta.

Il padre di mastro don Gesualdo, don Nunzio, ostile fino all’ultimo al figlio fattosi ricco, muore per il colera, volgendo le spalle al figlio nell’atto stesso della morte; i parenti da lui beneficati gli si rivoltano contro e la sorella Speranza lo perseguita con una lunga lite per la presunta eredità.

Infine Isabella fugge col parente spiantato, ma Gesualdo, che ha visto crollare ad uno ad uno tutti i suoi sogni, la riconduce a casa opponendosi alle nozze riparatrici. È però costretto a combinare le nozze fra la figlia e il duca di Leyra, che appartiene a una famiglia illustre ma in declino. La dote concessale è molto alta, e Gesualdo è costretto a donare al duca altre proprietà, per placarlo quando questi scopre che Isabella è incinta di Corrado.

Parte quarta

La decadenza di Gesualdo è il tema centrale della quarta parte del romanzo.

Bianca Trao muore, con il cruccio di non poter rivedere la figlia, assistita soltanto dalle cure di Diodata e dalle false premure dei parenti intriganti, che temono il contagio della tisi.

Nell’ambito dei moti rivoluzionari del 1848, mastro don Gesualdo si rifiuta di partecipare all’insurrezione popolare. Contro di lui, in conseguenza, si scatena il malanimo dei debitori e dei poveri, aizzati dagli stessi nobili.

La furia popolare prorompe contro i suoi magazzini pieni di roba. Egli, vecchio, stanco e ammalato di cancro, difende come può, anche a suon di schiopettate, la roba accumulata in quarant’anni «un tarì dopo l’altro».

Scampato il pericolo, gli si insediano in casa la sorella Speranza e il cognato, mentre egli diventa preda di dottori.

Nel tragico epilogo, Verga ci fa assistere alla completa disfatta dell’uomo: dapprima in Gesualdo c’è una disperata volontà di vita e l’angoscia della morte. Tenta le cure e le medicine più costose, i consulti dei dottoroni, scrutati con diffidenza contadina, finché subentra in lui una sorda disperazione, nel vedersi costretto a lasciare per sempre la ricchezza e la proprietà.

Durante una crisi, a Mangalavite, dove sperava di riprendere un po’ di salute, in quell’aria «che faceva risuscitare i morti» egli si scaglia contro le piante e le bestie, per distruggere tutto.

Al momento di lasciare il paese per sempre, per andare a morire nel palazzo del duca suo genero, soltanto Diodata gli rivolge un patetico addio, prima che la carrozza si allontani sotto l’acquazzone.

Le ultime scene del romanzo ci fanno assistere al declino totale del vinto. Precocemente invecchiato, sfinito dal male, Gesualdo vive come un estraneo nella lussuosa dimora, mantenuta con i suoi quattrini, guardato con diffidenza dai servi «un esercito di mangiapane», sempre più a disagio, lui, un povero manovale, in quell’ambiente gelido e superbo.

A poco a poco egli cede all’avidità del genero molti dei beni e si rende conto dell’infelicità della figlia, che vive la sua esistenza in una dorata ma squallida cornice.

In un drammatico colloquio con la figlia Isabella, con struggente tenerezza, se la stringe al cuore, e, consapevole dell’imminenza della fine, le raccomanda di non cedere mai «la roba», la ragione stessa della sua infelice vita.

L’ultimo atto si chiude nel quartierino isolato del palazzo di Leyra, dove Gesualdo muore solo tra l’indifferenza dei servi, che commentano non senza disprezzo il suo trapasso, «nella battista come un principe», guardando con ironia le grosse mani «che hanno fatto la pappa».

Mastro don Gesualdo commento

I Malavoglia e Mastro don Gesualdo dovevano essere solo i primi due romanzi di un ciclo, il «ciclo dei vinti». Questo avrebbe dovuto compendere anche La duchessa di Leyra (di cui Verga scrisse solo il primo capitolo), L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso (mai scritti).

Mastro don Gesualdo, il protagonista del secondo romanzo verista di Giovanni Verga, è un uomo del popolo che per tutta la vita lavora per ammassare «roba», cioè terre, denari e ricchezze.

Ciò che lo spinge non è sete di ricchezza ma semplicemente una confusa volontà di riscatto e affermazione.

Per conseguire il suo scopo, Gesualdo non solo non si risparmia fatiche e rinunce, ma sacrifica ad esso tutti gli affetti più cari. Finisce però per trovarsi solo, abbandonato dai suoi e respinto dagli altri.

Di fatto, per elevarsi socialmente, ha sposato una nobile decaduta, Bianca Trao, che gli ha dato una figlia (in realtà non sua), ma tanto l’una quanto l’altra gli resteranno sempre estranee e lontane; anzi la figlia non solo lo disprezzerà per le sue umili origini, ma sposerà un uomo che, con le sue spese pazze, dissiperà tutte le ricchezze che egli ha accumulato.

Perciò, da ultimo, mastro don Gesualdo assiste al crollo completo delle sue aspirazioni e della sua vita e risulta “un vinto”, sconfitto da una legge più forte di lui che non consente a nessuno di essere diverso da quello che è.

La conclusione del romanzo è quindi quanto mai cupa e pessimistica: se la sconfitta su cui si chiudeva il primo romanzo, I Malavoglia, lasciava aperta la speranza e la fiducia nell’esistenza di un valore positivo come quello del focolare domestico in cui chi era rimasto fedele alla religione della casa poteva trovare rifugio e conforto, la chiusa del secondo romanzo verghiano non ammette né salvezza né riscatto: mastro don Gesualdo finisce nel nulla come la sua “roba”.

Mastro don Gesualdo analisi

Dal punto di vista stilistico-espressivo, Mastro don Gesualdo segna una fase nuova e diversa rispetto a I Malavoglia.

Giovanni Verga non rinuncia certo al suo ruolo di narratore “oggettivo”, fedele com’è, anche in questo caso, alla poetica del Verismo, ma diversamente che ne I Malavoglia costruisce con maggiore attenzione alle esigenze della trama e dell’intreccio della vicenda, di modo che il romanzo guadagna in termini di rigore e di coerenza narrativa, ma, inevitabilmente, perde in efficacia rappresentativa e in suggestione poetica.

Anche dal punto di vista linguistico, Mastro don Gesualdo è diverso da I Malavoglia: l’andamento popolare scandito da massime proverbiali e costellato di interventi indiretti e liberi delle voci dei vari personaggi, con le loro espressioni gergali, vivaci, realistiche e immediate, lascia qui il posto a una scrittura più elaborata, non priva di modi espressivi e di forme linguistiche dialettali, ma meno intensa e meno espressiva.