medea
Medea e gli Argonauti, di Anselm Feuerbach, 1870

La tragedia Medea del greco Euripide venne rappresentata per la prima volta nel 431 a.C. ad Atene (in questo stesso anno ebbe inizio la Guerra del Peloponneso inizialmente combattuta tra Atene e Sparta: durò ben 27 anni!), durante le Grandi Dionisie, in onore del dio Dioniso.

Medea ottenne il terzo posto, dopo Euforione (figlio di Eschilo), che vinse l’agone e Sofocle che ebbe il secondo posto. La tragedia sviluppa una vicenda collegata al mito degli Argonauti e del loro eroe, Giasone.

Medea: l’antefatto

Giasone era figlio di Esone, al quale il fratellastro Pelia aveva usurpato il trono di Iolco, città della Tessaglia; Giasone fu allora affidato alle cure del centauro Chirone sul monte Pelion. Divenuto adulto, decise di scendere a Iolco per riconquistare il regno paterno. Si presentò a Pelia e gli chiese la restituzione dello scettro. Pelia acconsentì, ma a un patto: che il giovane nipote si recasse, al suo posto, nella Colchide, impervia regione sulle coste del mar Nero, a prendere il vello d’oro (una pelle di montone interamente intessuta in oro). Il vello si trovava in un bosco sacro ad Ares, appeso a una quercia e custodito da un drago. Giasone accettò. Con lui parteciparono all’impresa noti eroi del tempo: Eracle, i Dioscuri, i figli di Borea, il cantore Orfeo e altri; tutti presero il nome di Argonauti.

Imbarcatisi sulla nave, costruita con gli abeti del monte Pelion e chiamata Argo dal nome del costruttore, gli Argonauti salparono. Il viaggio fu molto avventuroso, ma finalmente giunsero nella Colchide, dove regnava il re Eeta, che promise a Giasone di consegnargli il vello se egli fosse riuscito a domare due tori dalle unghie di bronzo e spiranti fiamme dalle narici, ad aggiogarli all’aratro e a solcare con essi un campo sacro ad Ares, seminando denti di drago e combattendo contro i guerrieri nati da quei denti. Un’impresa veramente impossibile. Ma il fato venne in aiuto a Giasone: Eeta aveva infatti una figlia di nome Medea, che si innamorò di Giasone perché colpita da una freccia di Eros. La ragazza gli promise, in cambio di «amore eterno», un aiuto risolutore, usando le arti magiche (un unguento miracoloso) ereditate dalla maga Circe, sua zia.

Conquistato il vello d’oro, i due fuggirono insieme per mare. Il padre di Medea, accortosi dell’inganno, furioso per il tradimento della figlia, iniziò un serrato inseguimento con l’altro suo figlio, Absirto. Medea si macchiò allora del suo primo atroce delitto: uccise il fratello e, dopo averne smembrato il cadavere, ne gettò in mare i brandelli, costringendo il padre a fermarsi per recuperare i poveri resti.

La nave, dopo varie traversie, giunse a Iolco; come promesso, Giasone consegnò il vello d’oro allo zio Pelia che, invece, non mantenne la parola data e non gli restituì il regno. Medea, istigata da Giasone, indusse le figlie di Pelia a fare a pezzi il padre e bollirne le carni, convincendole che con la sua arte magica lo avrebbe reso più giovane. Compiuto l’orrendo assassinio, Giasone e Medea vennero cacciati dal successore di Pelia, Acasto. Emigrarono quindi a Corinto, dove regnava il re Creonte che aveva una bella e giovane figlia, Glauce… Qui si innesta la vicenda della tragedia.

Medea: la trama

Medea e Giasone si sono rifugiati a Corinto dopo varie peregrinazioni in seguito alla conquista del vello d’oro. Dal loro matrimonio sono nati due figli. Quando i figli sono ancora piccoli, Giasone decide di ripudiare la moglie per sposare Glauce, la figlia di Creonte, il re di Corinto.
Creonte, temendo che Medea, sdegnata, possa costituire un pericolo per i due futuri sposi, ordina l’esilio per lei e per i figli. Medea riesce, astutamente, a commuoverlo e a rimandare di un giorno la partenza, giorno che le servirà per attuare la sua vendetta. Giunge frattanto a Corinto Egeo, re di Atene, al quale Medea strappa una promessa di aiuto e di asilo per il futuro.

Medea, decisa nel suo proposito vendicativo, finge così di riappacificarsi con Giasone e invia addirittura i suoi figli con doni di nozze per Glauce: un peplo e un diadema, entrambi imbevuti di un potente veleno che fa morire atrocemente la giovane donna e suo padre, invano accorso in aiuto. La morte di Glauce e di Creonte non placa la collera di Medea che, per annientare completamente Giasone, trova la forza di uccidere anche i figli, i cui cadaveri porterà via con sé, in fuga sul carro alato di suo nonno Eolo, il dio Sole, invocando per Giasone una vecchiaia straziata dal dolore e dal rimorso.

Medea: sintesi delle singole parti dell’opera

Prologo. La scena si svolge a Corinto e raffigura la casa di Medea, da cui esce la nutrice che, in un dolente soliloquio, informa sui fatti anteriori (l’amore di Medea e il tradimento di Giasone); entrano poi in scena i due bambini di Medea accompagnati da un vecchio schiavo, il maestro, che riferisce l’ordine di Creonte di cacciare via Medea con i figli. Intanto si odono dall’interno della reggia i lamenti e le maledizioni di Medea. La nutrice invita i figli ad allontanarsi, infatti teme che anche su quelle creature possa abbattersi la rabbia della madre offesa, desiderosa di vendicarsi in ogni modo.

Parodo (vedi nota 1). Entra in scena il coro formato da alcune donne di Corinto che, in un dialogo lirico, si rivolgono alla vecchia nutrice per avere spiegazione di quelle grida di dolore. Il coro invita Medea alla rassegnazione e si offre di consolarla. La nutrice, che prevede imminente  la vendetta di Medea, esprime alcune considerazioni sulla opportunità di acquietare il dolore umano con canti e con poesie, inutili durante i momenti gioiosi dei banchetti.

I episodio. Medea esce di casa accompagnata dalla nutrice, ha il volto pallido e cupo. Dopo un invito a non giudicare dall’apparenza e a non ritenere sdegnoso o superbo chi ha carattere riservato, inizia una lucide disanima della condizione della donna, la più infelice tra tutte le creature. In tutto inferiore all’uomo, tranne che nella sofferenza. Lei è ancora più infelice, perché si trova senza affetti familiari in terra straniera. Entra il re Creonte, accompagnato dalla scorta, che intima alla donna di andarsene da Corinto con i figli. Medea, usando tutte le sue arti oratorie, lo muove a compassione e ottiene di restare in città ancora un giorno.

I stasimo (vedi nota 2). Il coro riflette sul comportamento infido di Giasone e asserisce che, se egli è venuto meno alla parola data, allora le leggi, su cui si fonda la civile convivenza, sono sovvertite. Non si deve parlare male delle donne, come hanno fatto i poeti. Perfidi sono anche gli uomini.

II episodio. Entra in scena Giasone. Ha inizio un diverbio tra i due ex coniugi. Giasone rimprovera a Medea gli attacchi ai “reali” di Corinto che hanno provocato la reazione. Medea ricorda a Giasone, accusandolo di ingratitudine, l’aiuto offertogli in Colchide. Giasone, a sua volta, ribadisce che lei non ha meriti, perché Eros l’ha indotta ad aiutarlo e sottolinea che il vero benefattore è lui, perché l’ha portata via dall’inciviltà e dalla barbarie, conducendola in Grecia. Inoltre, Giasone tiene a precisare che il nuovo matrimonio non è determinato dalla passione amorosa per Glauce, ma da puro calcolo, per il benessere della famiglia. Medea ribatte che, se davvero lo scopo fosse stato questo, sarebbe stato opportuno concordare con lei il progetto, invece di agire in modo subdolo, di nascosto.

II stasimo. Intermezzo lirico sul motivo della pericolosità dell’amore passionale, che diventa delirio se privo di moderazione, e sul motivo della triste condizione dell’esiliato.

III episodio. Giunge a Corinto, di ritorno da Delfi, dove si è recato a consultare l’oracolo per la sua sterilità, Egeo al quale Medea confida le sue disavventure e chiede aiuto. Egeo glielo accorda, in cambio di filtri che curino la sua sterilità. Uscito Egeo di scena, Medea espone il suo doppio piano di vendetta contro Giasone (uccisioone della nuova sposa e dei propri figli).

III stasimo. Canto di lode per l’ospitale Atene e canto di orrore per il piano dell’infanticidio.

IV episodio. Medea, simulata la rassegnazione, manifesta a Giasone il pentimento per il comportamento scorretto che ha tenuto. A conferma di ciò, invia a Glauce doni nuziali tramite i loro bambini. Giasone crede al cambiamento di Medea.

IV stasimo. Canto di dolore per la morte dei piccoli e di Glauce e per la sofferenza di chi è costretto a sopravvivere a tale orrore.

V episodio. Medea ha davanti a sé i piccoli. Il proposito di ucciderli subisce una battuta di arresto al loro tenero sguardo. Entra in scena il messaggero che racconta la terribile fine di Glauce e di Creonte accorso in aiuto alla figlia.

V stasimo. Il coro prega gli dèi che arrestino questo scempio. Dall’interno della casa si odono le grida strazianti dei bambini che cadono sotto i colpi della madre omicida.

Esodo (vedi nota 3). Giasone apprende dalle donne il massacro dei bambini e, preda del dolore, insulta Medea. Questa, intanto, dal carro del dio Sole mostra i corpicini senza vita al padre che chiede singhiozzando di accarezzarli e di seppellirli. Medea, senza alcuna pietà, respinge la supplica e fugge via.

Nota 1. Nell’antica tragedia greca il parodo è la parte del dramma recitata, dopo il prologo, dal coro al suo ingresso nell’orchestra.

Nota 2. Nell’antica tragedia greca lo stasimo è il canto del coro che divideva un episodio dall’altro, dopo aver preso posto nell’orchestra.

Nota 3. L’esodo è la scena finale che si conclude con l’uscita del coro.