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Catilinarie – le quattro orazioni di Cicerone contro Catilina

Le Catilinarie sono le celebri quattro orazioni (discorsi) pronunciate da Cicerone in qualità di console, tra il novembre e il dicembre del 63 a.C., contro Catilina e la sua congiura per rovesciare la Repubblica Romana. Cicerone riuscì a soffocare il tentativo eversivo, costringendo Catilina a fuggire da Roma e a giustificare la propria decisione di far giustiziare i suoi complici senza un regolare processo.

Cicerone pronunciò la prima e la quarta Catilinaria davanti al Senato, la seconda e la terza nel foro di Roma davanti al popolo. Grazie alla scoperta e alla repressione della congiura di Catilina Cicerone fu nominato Pater patriae (Padre della patria).

Le Catilinarie vennero poi pubblicate da Cicerone nel 60 a.C. insieme ad altre otto orazioni definite come “consolari”, perché pronunciate in varie occasioni durante l’anno del consolato di Cicerone.

Le quattro Catilinarie di Cicerone

Nella I Catilinaria Cicerone denunciò la congiura; nella II informò il popolo dell’accaduto; nella terza fornì le prove delle sue accuse; infine, nella quarta Catilinaria invocò la necessità della pena capitale contro i congiurati.

La prima Catilinaria

La prima Catilinaria, tenuta l’8 novembre del 63 a.C. nel Tempio di Giove sul Palatino, fu l’atto di accusa formale pronunciato da Cicerone contro Lucio Sergio Catilina. Cicerone attaccò Catilina di fronte al Senato riunito: i toni sono veementi, minacciosi e ricchi di pathos.

La prima Catilinaria comincia con una delle frasi più conosciute di tutta la letteratura latina: «Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?», «Fino a quando, o Catilina, abuserai della nostra pazienza?».
Vi proponiamo qui di seguito la traduzione dell’exordium, ovvero la traduzione dell’introduzione della Prima delle quattro Catilinarie.

Exordium, Prima Catilinaria, 1-2

Fino a quando, o Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora il tuo folle comportamento si farà beffe di noi? Fino a che punto si scatenerà questa tua sfrontatezza che non conosce freno? Non ti fanno nessuna impressione né il reparto armato che di notte presidia il Palatino, né le pattuglie che svolgono servizio di ronda in città, né l’ansiosa preoccupazione del popolo, né il concorde accorrere di tutti i buoni cittadini, né questa sede così ben fortificata per la seduta del Senato, né l’espressioone del volto dei presenti? Non ti accorgi che le tue trame sono palesi? Non vedi che la tua congiura, conosciuta com’è da tutti i presenti, è ormai tenuta strettamente sotto controllo? Chi di noi, a tuo avviso, ignora cosa hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisione hai presa?
Che tempi! Che costumi! E il Senato comprende bene tutto ciò, il console lo vede: eppure costui è ancora in vita. In vita? Ma non basta! Si presenta perfino in Senato, partecipa alle deliberazioni di Stato e con lo sguardo indica, destinandolo alla morte, ognuno di noi. Noi invece, da uomini pieni di coraggio quali siamo, riteniamo di compiere il nostro dovere verso la patria soltanto se riusciamo a scansare le armi al servizio della follia di costui! È a morte, Catilina, che già da tempo si sarebbe dovuto condurti per ordine del console; è contro di te che si sarebbe dovuto rivolgere quel colpo mortale che tu già da un pezzo vai macchinando contro tutti noi.

Catilina, per nulla intimorito, reagì esortando a sua volta i senatori a non prestare ascolto a un inquilinus civis urbis Romae, a un inquilino dell’Urbe. Il giorno dopo, tuttavia, Catilina decise di abbandonare Roma per andare a Fiesole, in Etruria, dove il suo seguace Manlio aveva radunato un esercito di coloni sillani, di vecchi aristocratici decaduti, di diseredati e di malfattori.

La seconda Catilinaria

Cicerone, nello stesso giorno, il 9 novembre del 63 a.C., pronunciò la seconda delle quattro Catilinarie, stavolta dinanzi al popolo riunito nel foro, per informarlo dei fatti accaduti nella notte. Cicerone dice di essere soddisfatto della fuga di Catilina, perché quell’uomo costituisce un grave pericolo, ma dice di temere ancora per la presenza dei congiurati.

Qualche giorno dopo aver pronunciato la seconda orazione, Catilina fu proclamato dal Senato hostis publicus, nemico pubblico. Il console Antonio ebbe l’incarico di marciare contro di lui con un esercito. Intanto a Roma Cicerone riuscì a procurarsi le prove della congiura grazie al tradimento degli ambasciatori degli Allobrogi (bellicosa tribù celtica della Gallia). Due seguaci di Catilina, infatti, Lentulo e Cetego, contattarono gli Allobrogi per chiedere l’aiuto della loro cavalleria. Gli Allobrogi decisero di raccontare i fatti a Cicerone e, su consiglio del console, e per le promesse ricevute, accettarono di prestarsi al doppio gioco; fecero credere di essere disponibilli e chiesero un accordo scritto.

La notte tra il 2 e il 3 dicembre Lentulo e Cetego, mentre si allontanavano da Roma per raggiungere Catilina, furono catturati e interrogati; consegnarono i documenti compromettenti con le firme dei congiurati e così Cicerone ebbe finalmente le prove da tempo ricercate.

La terza Catilinaria

La sera del 3 dicembre del 63 a.C. Cicerone pronunciò la terza delle quattro Catilinarie davanti al popolo, per informarlo degli ultimi eventi. Cicerone informò che i catilinari rimasti a Roma erano stati arrestati grazie all’intercettazione di lettere che testimoniavano di un loro complotto con i Galli Allobrogi perché scatenassero una rivolta al di là delle Alpi.

Cicerone ricevette il titolo onorifico di pater patriae per aver salvato lo Stato e in suo onore il Senato decretò una supplicatio, cioè una solenne cerimonia di ringraziamento agli dèi.

La quarta Catilinaria

Due giorni dopo, il 5 dicembre del 63 a.C., si svolse in Senato un dibattito sulla sorte dei cinque complici di Catilina scoperti e arrestati. Il console Silano proponeva la condanna a morte, Cesare invece l’esilio a vita e la confisca dei beni.

Cicerone pronunciò a questo punto la quarta Catilinaria; sostenne anche lui la necessità della condanna a morte, ma si rimise alla volontà dei senatori. Fu risolutore poi l’intervento di Catone Uticense, pronipote di Catone il Censore, decisamente favorevole alla pena capitale.
I cinque congiurati la notte stessa furono strangolati nel carcere Mamertino: furono giustiziati senza un processo formale e senza la possibilità di appellarsi al popolo (provocatio ad populum), un diritto che spettava ai cittadini romani condannati a morte. Cicerone ne diede notizia al popolo esclamando: Vixerunt, «hanno cessato di vivere».

Un mese dopo, il 5 gennaio del 62 a.C., si svolse la battaglia di Pistoia, che vide la definitiva sconfitta dei congiurati. Catilina morì combattendo valorosamente, «memore del lignaggio e dell’antica sua dignità», si legge nel capitolo 60 del Bellum Catilinae di Sallustio.

 

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