Cesare Pavese – Vita, Opere, Poetica

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Cesare Pavese

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, Piemonte.

A Santo Stefano Belbo il padre, cancelliere del Tribunale a Torino, ha un piccolo podere che poi per tutta l’infanzia sarà per Cesare Pavese la sede delle sue vacanze estive. Mitizzata nel ricordo, la sceglierà spesso come ambientazione della sua produzione narrativa.

Rimasto orfano di padre a sei anni, vive un’infanzia difficile, anche per l’educazione austera impartitagli dalla madre.
Nel 1928 si laurea presso l’Università di Torino con una tesi sulla poesia di Walt Whitman.
Nel 1931 muore la madre. Cesare Pavese continua a vivere nella stessa casa con la famiglia della sorella Maria, sempre estraniato in se stesso. Insegna intanto saltuariamente in vari istituti medi statali, ma poiché non è iscritto al partito fascista, deve ripiegare sugli istituti privati.

Profondo conoscitore della lingua inglese e interessato alla letteratura angloamericana, Cesare Pavese si dedica anche alla traduzione delle principali opere di importanti autori statunitensi, fino ad allora sconosciuti in Italia. Contribuisce in tal modo ad allargare gli orizzonti chiusi e provinciali della cultura italiana nel periodo fascista e negli anni dell’immediato dopoguerra.

Nel 1933 inizia a lavorare – assieme a Carlo Levi, Massimo Mila, Leone Ginzburg e altri – alla casa editrice Einaudi, a Torino.

Nel 1935 viene arrestato perché coinvolto in attività antifasciste. Riceve infatti al proprio indirizzo lettere politicamente compromettenti indirizzate ad una militante del partito comunista con la quale ha avviato una relazione amorosa. Viene condannato al confino a Brancaleone, in Calabria, dove resta fino al marzo 1936.

Ha iniziato a registrare intanto in un diario (Il mestiere di vivere pubblicato postumo) le sue inquietudini che cominciano ad accentuarsi.
Al ritorno dal confino trova che la donna amata si è sposata: ne ricava una delusione che gli fa sfiorare il suicidio. Questa esperienza sentimentale gli procurerà un’incolmabile dolore e disperata frustazione.

Nel 1936 pubblica la raccolta di poesie Lavorare stanca, cui fa seguito cinque anni dopo il romanzo Paesi tuoi.

Nel 1944 scrive Uomini e no, pubblicato l’anno successivo.

Dopo l’esperienza della guerra, che Cesare Pavese vive lontano dal fronte, ha inizio un periodo di fervida creatività, nel quale scrive Feria d’Agosto (1946); Il compagno (1947); Dialoghi con Leucò (1947); Prima che il gallo canti (1948); La bella estate (1949), con il quale vince il Premio Strega; e La luna e i falò (1950).

Al culmine della notorietà, sente accentuarsi il doloroso senso di solitudine che lo angustiava da tempo e, dopo la rottura del legame sentimentale che lo univa a un’attrice statunitense, Costance Dawling, si toglie la vita in un albergo di Torino il 27 agosto 1950.

Pone così fine a un’esistenza difficile nei rapporti umani, condizionati dal suo carattere ombroso e introverso, vissuta con intenso struggimento interiore.

Postume saranno pubblicate le poesie della raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Cesare Pavese poetica

Nelle opere di Cesare Pavese è fondamentale la componente autobiografica. Esse colgono efficacemente l’angoscia esistenziale dell’uomo. Egli è chiuso nella sua solitudine e vittima di un angoscioso senso di incomunicabilità. Sente come un tragico peso il “mestiere di vivere” e cerca un’impossibile consolazione nei miti dell’infanzia e della terra natale.

Considerato un rappresentante del Neorealismo italiano, Cesare Pavese è vicino a questa corrente per collocazione cronologica e per l’interesse che egli rivolge alla realtà storica contemporanea e agli ambienti geograficamente ben determinati. Se ne discosta però per la trasfigurazione lirica e simbolica che dà alla sua osservazione e per la sfiducia che nutre nei confronti del progresso e della Storia.

Cesare Pavese è stato un importante intellettuale nell’Italia del dopoguerra, perché ha saputo rinnovare la letteratura nei contenuti e nello stile, adottando una prosa antiretorica, che si avvale di uno stile scarno ed essenziale, con il frequente uso del dialogo per dare immediatezza alla voce dei suoi personaggi.