De vulgari eloquentia di Dante: spiegazione e analisi

11991
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri

Il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri: spiegazione e analisi. Riassunto di Letteratura italiana per conoscere e memorizzare rapidamente.

Il De vulgari eloquentia (“L’eloquenza in lingua volgare”) è un trattato sull’origine del volgare italiano. È scritto in latino – perché rivolto ai dotti – e composto negli stessi anni del Convivio.

Il De vulgari eloquentia è un trattato incompiuto. Rimase, infatti, interrotto al XIV capitolo del II libro: l’interruzione è forse dovuta all’insorgere del progetto della Divina Commedia.
Non è possibile stabilire con certezza quale sarebbe dovuta essere l’ampiezza e la struttura dell’opera: tuttavia, alcune allusioni di Dante, potrebbero indurre a ritenere che l’opera sarebbe dovuta essere composta da quattro libri. Il terzo libro avrebbe probabilmente trattato degli usi in prosa del volgare. Il quarto libro sarebbe stato dedicato allo stile comico.

Il primo libro del De vulgari eloquentia

All’inizio del libro Dante definisce come argomento della sua trattazione la lingua volgare, considerata più nobile di quella latina sulla base dell’opposizione naturale / artificiale. La lingua volgare è infatti il primo linguaggio che l’uomo apprende naturalmente; ha carattere di universalità, mentre il latino è lingua di cultura, riservata a una ristretta cerchia di persone.

Stabilito l’argomento dell’opera, Dante affronta il problema dell’origine delle lingue, che fa risalire alla confusione dei vari linguaggi operata da Dio fra gli uomini, che erigevano contro il cielo la Torre di Babele, mentre Adamo da Dio stesso aveva avuto in dono un linguaggio perfetto e immutabile (opinione che Dante modificherà in seguito, quando affermerà che anche il linguaggio di Adamo era soggetto alle leggi dell’evoluzione linguistica: Paradiso, canto XXVI).

Nella dispersione dei vari gruppi umani e linguistici seguìta alla Torre di Babele, in Europa si stanziò un gruppo con un idioma triforme: il germanico, il greco e il romanzo. L’idioma romanzo a sua volta, che si diffuse nell’Europa sud-occidentale, si suddivide in tre linguaggi: la lingua d’oil o francese (che eccelle nella prosa narrativa e didattica); la lingua d’oc o provenzale (che ha il merito di aver espresso la prima lirica in volgare); la lingua del sì (che ha il pregio di essere più vicina al latino e di aver avuto eccellenti poeti come Cino da Pistoia e il «suo amico», cioè Dante stesso).

Dante passa poi in rassegna i vari dialetti italici (sette a est e sette a ovest della dorsale appenninica); nessuno di essi però può essere elevato a quel «volgare illustre» al quale egli mira, perché tutti sono troppo gravati da caratteristiche locali, municipali.

Abbandonato il procedimento analitico, Dante arriva a definire il concetto di «volgare illustre» attraverso un’indagine deduttiva («più razionale»). Il «volgare illustre» non è una fusione dei vari dialetti, dai quali sarebbero prese le parole più efficaci ed eleganti, ma è il volgare che ha subito un’elaborazione letteraria da parte di letterati e intellettuali; è in sostanza il prodotto di un processo di epurazione delle forme rozze e dialettali che ciascun poeta avrebbe compiuto nei confronti del proprio dialetto e che avrebbe portato a risultati abbastanza simili, tanto da poter considerare questa una lingua comune.

Il «volgare illustre» secondo Dante deve quindi essere:

  • illustre, perché frutto di un impegno stilistico e perché può donare la gloria a chi riesce a usarlo;
  • cardinale, nel senso che esso è il cardine intorno a cui devono ruotare tutti i volgari municipali;
  • aulico (dal latino medievale aula, reggia), perché se gli italiani avessero la reggia, esso sarebbe proprio del palazzo reale;
  • curiale, perché risponde a quelle esigenze di eleganza e dignità che si possono avere solo nelle «excellentissimis curiis» (eccellentissime corti).

Il secondo libro del De vulgari eloquentia

Nel secondo libro Dante passa a definire i modi e le possibilità d’uso del volgare illustre, che si addice tanto ai componimenti in prosa che a quelli in versi, ma che esige altezza di ingegno e dottrina da parte degli scrittori. Essendo poi il linguaggio «ottimo fra tutti», gli si addicono solo gli argomenti elevati e precisamente:

  • salus, la prodezza delle armi, che ha un esempio illustre in Bertran de Born;
  • venus, l’ardore amoroso, che ha trovato eccellenti interpreti in Arnaut Daniel e Cino da Pistoia;
  • virtus, la rettitudine, nella quale si sono distinti Giraut de Bornelh e Dante.

Dante passa poi all’esame delle forme metriche:

  • alla canzone si addice lo stile illustre o tragico;
  • alla ballata e al sonetto si addice lo stile medio o comico, al di sotto del quale c’è lo stile umile o elegiaco.

Tra i versi è da preferire l’endecasillabo, specie se unito al settenario.

Dante dedica infine la sua attenzione alla struttura della canzone, ma l’opera si interrompe bruscamente.