In morte del fratello Giovanni parafrasi

24907
In morte del fratello Giovanni
Arnold Bocklin, "L'isola dei morti", 1886, Lipsia, Museum der Bildenden Kunste

Parafrasi In morte del fratello Giovanni, il famoso sonetto di Ugo Foscolo tratto dai Sonetti 1802. Foscolo dedica al fratello minore Gian Dionisio, detto Giovanni, tenente dell’esercito cisalpino, suicidatosi a Venezia, appena ventenne, forse per debiti di gioco, l’8 dicembre 1801.

In morte del fratello Giovanni metrica

Sonetto con rime alternate sia nelle quartine che nelle terzine, secondo lo schema ABAB, ABAB; CDC, DCD.

In morte del fratello Giovanni testo

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
Di gente in gente, me vedrai seduto
Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
Il fior de’ tuoi gentili anni caduto.

La Madre or sol suo di tardo traendo
Parla di me col tuo cenere muto,
Ma io deluse a voi le palme tendo
E sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
Cure che al viver tuo furon tempesta,
E prego anch’io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
Allora al petto della madre mesta.

In morte del fratello Giovanni parafrasi

1-4 O fratello mio, un giorno (“dì”), se io non andrò sempre fuggendo [:quale esule, nel 1802, quando scrive questo sonetto, Foscolo è già andato esule da un luogo all’altro dell’Italia: da Zante, a Venezia, a Bologna, a Firenze, a Genova e a Milano] di gente in gente [: di paese in paese], mi vedrai seduto sulla tua tomba (“pietra” – metonimia – sta per “tomba”) piangendo (“gemendo”) la tua giovinezza stroncata nel suo fiorire (“fior…caduto” – metafora che assimila la giovinezza a un fiore).

5-8 Ora soltanto la [nostra] madre, trascinando la sua tarda età (“suo dì tardo traendo” – allitterazione; “dì tardo” è metafora, per indicare il declino della vita), parla di me con i tuoi resti muti (“cenere muto”, ripresa da un verso di Catullo nel Carme 101), ma io tendo inutilmente (“deluse”) verso di voi (“a voi”) le braccia (“le palme”) e saluto la mia casa (“i miei tetti” – sineddoche) soltanto da lontano (“da lunge” = dall’esilio).

9-11 Sento [anch’io] i destini avversi (“avversi numi” – metonimia), e le angosce (“le…cure”) nascoste (“secrete”) che diedero (“furon”) tormento (“tempesta”) alla tua vita, e anch’io desidero (“prego”) [di raggiungere] la quiete nel tuo porto [:la morte vista come un «porto» in cui l’uomo trova rifugio dalla «tempesta» della vita è una metafora molto diffusa].

12-14 Oggi mi resta [soltanto] questo [: la speranza di morire] di tante speranze (“speme”)! [O] popolazioni (“genti”) straniere, almeno restituite (“rendete”) allora [:alla mia morte] le [mie] ossa al petto della madre addolorata (“mesta”).
Il motivo della morte in terra straniera e il conseguente augurio che le sue spoglie siano restituite alla madre sono costanti nell’opera di Ugo Foscolo. Di fatto, il suo fu un presagio profetico: il poeta morì esule in Inghilterra e i suoi resti furono riportati in patria molti anni dopo la sua morte, nel giugno 1871, e sepolti in Santa Croce a Firenze.

Per il tema dell’esilio questo testo si ricollega al sonetto dedicato a Zacinto; mentre è vicino a quello Alla sera per la valorizzazione del tema della morte quale «quiete» contrapposta alla «tempesta» della vita.

In morte del fratello Giovanni figure retoriche

Riassumiamo le figure retoriche presenti nel testo: “pietra” – metonimia – sta per “tomba”; “fior…caduto” – metafora che assimila la giovinezza a un fiore; “fior…caduto” – metafora che assimila la giovinezza a un fiore; “suo dì tardo traendo” – allitterazione; “dì tardo” è metafora, per indicare il declino della vita; “i miei tetti” – sineddoche; “avversi numi” – metonimia.

In morte del fratello Giovanni confronto Catullo Foscolo

Dal punto di vista letterario, invece, alla base del sonetto In morte del fratello Giovanni, sta una precisa reminiscenza letteraria. Infatti, il Foscolo, che ben conosceva gli autori classici, non poteva non ricordare un componimento, il Carme 101, del poeta latino Catullo. Catullo, nel I secolo a.C., si era recato nella Troade, in Asia Minore, a porgere l’estremo saluto alla tomba del fratello morto e aveva poi composto un breve carme in cui raccontava questa triste esperienza. Naturalmente, la situazione del Foscolo è diversa da quella di Catullo poiché, diversamente dal poeta latino, Foscolo può soltanto sperare di poter un giorno piangere sulla tomba del proprio fratello, ma il poeta intona il suo canto riecheggiando, anche in singole parole, i versi catulliani.

Di essi riportiamo la traduzione che ne fece Salvatore Quasimodo:

Dopo aver traversato terre e mari

Dopo aver traversato terre e mari,
eccomi, con queste offerte agli dei sotteranei,
estremo dono di morte per te, fratello,
a dire vane parole alle tue ceneri mute,
perché, proprio te, la sorte m’ha portato via,
infelice fratello, strappato a me così crudelmente.
Ma ora, così come sono, accetta queste offerte
bagnate di molto pianto fraterno:
le porto seguendo l’antica usanza degli avi,
come dolente dono agli dei sotterranei.
E ti saluto per sempre, fratello, addio!

(Salvatore Quasimodo, Canti di Catullo, Milano, A. Mondadori, 1977)

Catullo afferma che ogni rito è inutile di fronte alla morte: le «ceneri mute» (mutam cinerem) del fratello non possono rispondere alle parole commosse del poeta, per questo la lirica si chiude con un doloroso addio.

Diversa è la situazione del sonetto foscoliano in cui la madre solitaria, rappresentata nell’atto di conversare con il «cenere muto», diventa protagonista del compianto funebre, come se l’ultimo colloquio col defunto fosse di profondo conforto al suo dolore.

In morte del fratello Giovanni analisi

Il sonetto In morte del fratello Giovanni è interamente giocato sull’opposizione di due motivi fondamentali: da un lato l’esilio, dall’altro la tomba, come centro intorno cui si raccoglie il nucleo familiare.

Il tema dell’esilio va al di là del significato letterale della condizione biografica del poeta lontano da Venezia. L’esilio richiama la figura eroica che Foscolo ama costruire di sé, quella dell’eroe infelice e sventurato, perseguitato dagli «avversi Numi», contro i quali è vano lottare e non gli consentono di avere una patria e un nucleo familiare in cui trovare sicurezza e conforto.

In opposizione a questa condizione di sradicamento si colloca il motivo della tomba come simbolo del legame affettivo tra i vivi e i morti, che si identifica soprattutto con l’immagine della madre, che con la cenere del figlio morto parla del figlio lontano, quasi identificandoli.

Giunto alla terza strofa, il sonetto presenta una situazione di sconfitta, che pare definitiva e insuperabile. Perciò l’unica alternativa possibile è il rifugio nella morte («e prego anch’io nel tuo porto quiete»). Sembrerebbe la stessa conclusione del sonetto Alla sera: il motivo della morte come unico approdo di pace; in effetti il concetto è espresso con lo stesso termine chiave, «quiete», per di più collocato in posizione di estremo rilievo, alla fine del verso e lontano dal verbo.

L’ultima strofa ripropone quel ricongiungimento col nucleo familiare che sembrava impossibile e definitivamente negato. Ed è proprio la morte a riaffermarlo: la morte non è annullamento totale, «nulla eterno», ma nel momento il cui il morto è compianto dai vivi, consente un legame con la vita. Il sonetto ripropone dunque quell’immagine positiva della morte, come illusione di sopravvivenza, presente nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis e centrale in Dei Sepolcri, insieme con l’identificazione mitica della tomba, della terra materna e della figura della madre.

Commento In morte del fratello Giovanni di Ugo Foscolo

La forma elevata ed espressiva di derivazione classica scelta dall’autore non vuole essere una dimostrazione di virtuosismo o una vuota esibizione di cultura: la scelta fatta dal poeta restituisce in modo drammaticamente espressivo la disperazione e l’angoscia che tormentano la sua anima.

Il sonetto, infatti, si presenta come un lamento del poeta per la prematura scomparsa del fratello e quindi come una riflessione sulla morte, ma in realtà la drammatica sorte capitata a Dionigi offre a Foscolo l’occasione di parlare ancora di se stesso e della sua anima combattuta e tormentata.

Il sonetto si articola così intorno ai temi centrali e ricorrenti di tutta la produzione di Foscolo: l’individualismo esasperato, la consapevolezza di non essere in grado di conciliare le proprie aspirazioni con la realtà, la sensazione di essere perseguitato dal destino e di essere condannato a vivere in perenne esilio, con l’unica speranza di trovare una pace rasserenatrice nella morte.