Stalin: la dittatura e gli eventi principali

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Stalin: la dittatura e gli eventi principali

Stalin (da stahl, “acciaio”), ovvero Josip Vissarionovic Djugasvili, nasce il 18 dicembre 1878 a Gori, in Georgia, da una famiglia contadina.

Nel 1894 ottiene una borsa di studio ed entra nel seminario di Tiblisi per diventare un prete ortodosso. Con il passare del tempo, però, il giovane Stalin capisce di preferire alle sacre scritture gli scritti rivoluzionari; in particolare Iskra (“La Scintilla“), il giornale diretto da Lenin.

A diciannove anni, Stalin lascia il seminario e comincia a girovagare per il Caucaso. Vive con lavori saltuari e frequenta circoli politici clandestini. Nel 1903 aderisce alla fazione bolscevica del Partito operaio socialdemocratico. Stalin è arrestato sette volte e in cinque occasioni riesce a evadere. In totale trascorre in carcere e al confino dieci anni, ma non vuole mai scappare all’estero.

Nel 1907 muore di tifo la sua prima moglie, Ekaterina Svanidze, dopo soltanto un anno di matrimonio.

Nel 1912 Stalin è scelto da Lenin come membro del Comitato centrale del partito dopo aver letto un suo articolo intitolato Il marxismo e la questione nazionale.

Durante la rivoluzione d’ottobre, Stalin svolge incarichi di secondo piano, ma già è evidente la sua tendenza alla brutalità nell’azione politica. Diventa comunque un autorevole esponente del partito bolscevico durante la Guerra civile (1918-1922), soprattutto come uomo di fiducia di Lenin.

Lenin apprezza l’efficienza di Stalin, eppure nel suo “testamento politico”, mai reso pubblico all’epoca, ha espresso un giudizio molto negativo su di lui.

Lenin muore nel 1924 e Stalin comincia la sua ascesa ai vertici: sconfigge Trotzkij, alleandosi con Zinov’ev e Kamenev, per poi estrometterli grazie all’aiuto di Bucharin, a sua volta espulso dal partito nel 1929.

Stalin si pone come obiettivo l’industrializzazione dell’Urss a tappe forzate. Per questo pone fine alla NEP (1928) e accelera l’industrializzazione elaborando i “piani quinquennali“. I “piani quinquennali” danno priorità assoluta all’industria pesante (siderurgia e armamenti), mentre è sacrificata l’industria leggera (quella che produce beni di consumo durevoli).

Il primo piano quinquennale (1928-33) accelera la collettivizzazione nelle campagne a danno dei kulaki (contadini agiati). I kulaki sono accusati di affamare le città perché non consegnano allo Stato la quota di prodotto dovuta e si arricchiscono alle spalle del popolo con la vendita sul mercato. Essi sono deportati nei gulag.

La stragrande maggioranza dei contadini è costretta a riunirsi nei kolkhoz. I kolkoz sono le aziende agricole fondate sulla proprietà collettiva della terra, del bestiame e delle attrezzature, impegnate a fornire ogni anno allo Stato le quantità di prodotto imposte.

In campo industriale il primo piano quinquennale porta alla nazionalizzazione del 99% delle fabbriche (1933). Il secondo piano quinquennale (1933-37), dai costi umani elevatissimi, ha un successo notevole: la produzione industriale cresce del 121%. Un terzo piano quinquennale non potrà essere varato a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale.

Negli anni dell’industrializzazione sono compiuti anche notevoli progressi sociali: masse di analfabeti vanno a scuola; le università si aprono ai figli dei contadini e degli operai; il sistema sanitario diventa gratuito per tutti. Mancano però del tutto i beni di consumo.

A partire dal 1934 Stalin scatena le cosiddette “grandi purghe“, ossia l’eliminazione di dirigenti politici, intellettuali, sindacalisti e di chiunque è ritenuto colpevole di attività antisovietica. Milioni di sospettati sono costretti a confessare crimini mai commessi; condannati a morte o alla deportazione nei campi di prigionia, o alla condanna ai lavori forzati in regioni remote e ostili dell’Urss, come la Siberia.

Con la vittoria nella Seconda guerra mondiale, l’Urss diventa una grande potenza militare e politica. Stalin impone il modello politico ed economico sovietico alle nazioni dell’Europa orientale, liberate dal nazismo dall’Armata rossa, e apre la stagione della cosiddetta “guerra fredda“.

La sconfitta di Hitler consolida a livello internazionale il mito di Stalin, alimentato dal consenso dei partiti comunisti di tutto il mondo. Milioni di persone ammirano e sostengono il dittatore sovietico, ignorando, sottovalutando oppure giustificando gli orrori della sua politica, come se la vittoria contro il nazismo li abbia potuto cancellare. Un fenomeno che coinvolge anche una parte significativa del mondo intellettuale dell’Occidente.

Stalin muore il 5 marzo 1953. Gli succede Nikita Krusciòv. Questi nel 1956, nel corso del XX Congresso del Pcus (Partito comunista dell’Unione Sovietica), con una mossa a sorpresa, denuncia alcuni dei crimini commessi da Stalin, come i processi-farsa durante le “purghe” e il culto della personalità creato attorno alla propria figura.

Le accuse fanno il giro del mondo e favoriscono la cessazione della “guerra fredda“.