Tanto gentile e tanto onesta pare, analisi e commento

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tanto gentile e tanto onesta pare
Henry Holiday, Dante e Beatrice sul ponte di Santa Trìnita a Firenze, 1883

Tanto gentile e tanto onesta pare di Dante Alighieri è uno degli esempi più significativi della poesia del Dolce Stil Novo.

Il famosissimo sonetto è tratto dalla Vita Nuova, un’opera mista di prosa e di poesia scritta fra il 1282 e il 1293, nella quale Dante narra il suo amore spirituale per Beatrice.

Tanto gentile e tanto onesta pare testo

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracolo mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova:

e par che de le sue labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo all’anima: Sospira.

Tanto gentile e tanto onesta pare parafrasi

1-4 Tanto nobile (gentile) e tanto degna di essere onorata (onesta) appare la padrona del mio cuore (la donna mia. «Donna» sta per domina che in latino significa “signora, padrona”), quando gli altri (altrui) saluta, che ogni lingua trema tanto da ammutolire e gli occhi non osano guardarla (ch’ogne lingua… guardare).

5-8 Ella cammina (si va), sentendosi lodare, vestita di bontà e di umiltà (benignamente… vestuta), e sembra che sia una creatura (cosa) venuta dal cielo sulla terra per mostrare un miracolo di Dio.

9-14 Appare così bella a chi la guarda (Mostrasi… mira) che infonde attraverso gli occhi, cioè al solo guardarla, una dolcezza al cuore che non può capirla chi non la prova (che dà… prova) e sembra che dalle sue labbra (labbia) emani uno spirito dolce, pieno d’amore, che invita l’anima a sospirare (e par che… Sospira).

Tanto gentile e tanto onesta pare analisi

La metrica e lo stile

Il componimento è un sonetto, con rime incrociate nelle quartine, con una tipologia tipica della poesia stilnovistica, e invertite nelle terzine, secondo lo schema ABBA, ABBA; CDE, EDC.

Un elemento di continuità tra le quartine e le terzine è stabilito dalla consonanza tra A, C e D.

Caratteristico dello stile di Dante è il prevalere dei verbi (ve ne sono da uno a tre in ogni verso a eccezione del penultimo).

Il verbo «pare» costituisce la parola chiave del sonetto: esso compare nella I, II e IV strofa, e con un sinonimo è presente anche nella III («mostrasi»). Tale verbo, tuttavia, non ha il significato di sembrare, come nell’italiano attuale, ma quello di apparire in piena evidenza, il che sottolinea ancora di più il carattere di manifestazione miracolosa che connota la figura di Beatrice.

È invece assai parco l’uso di forme aggettivali: questo per evidenziare, ancora una volta, che al centro dell’interesse non è la descrizione della donna amata, ma la raffigurazione dei fenomeni da ella causati nel loro concreto svolgersi in atto.

Lo stile espressivo è sobrio e composto, di tono elevato, e scorrevole; i periodi sono ampi, il ritmo lento e solenne, atto a rappresentare il carattere e l’aspetto di Beatrice.

Da notare la ripetuta presenza di proposizioni consecutive (I e III strofa: «Tanto… che»; «… sì… che…») che accrescono la tensione della descrizione e creano un effetto di simmetria.

Tanto gentile e tanto onesta pare figure retoriche

Riguardo l’individuazione delle figure retoriche si possono evidenziare soprattutto l’anadiplosi ai vv. 8-9 («mostrare.// Mostrasi») e la metafora del v. 6 («vestuta», cioè ‘vestita’ per ‘atteggiata’), che sottolinea la natura angelica di Beatrice, la cui veste è costituita dalle sue virtù, e in particolare dall’«umiltà».

Tanto gentile e tanto onesta pare commento

Il mondo dantesco di concepire l’amore risulta molto lontano dalla sensibilità moderna. Per capirlo, dobbiamo misurare le nostre idee con un mondo lontano e diverso.

Nella borghese età dei Comuni, si afferma il concetto di “nobiltà” come dote spirituale piuttosto che come fatto ereditario. Quindi la nobiltà («gentilezza») d’animo è anche capacità d’amare e la donna, nella visione stilnovistica, ha la straordinaria virtù di nobiltare l’animo dell’uomo.

Beatrice (la donna-angelo) è colei che dà beatitudine, è il tramite fra il mondo terreno e la verità divina. Non è semplicemente una bella donna che trasmette un senso di gioia e soddisfazione in chi la incontra: al suo saluto (in latino «salutem dare» = salutare augurando la salvezza) è assegnato il compito di trasmettere il messaggio di salvezza inviato da Dio agli uomini (ma solamente a quelli “gentili”, cioè capaci di accoglierlo e interpretarlo correttamente perché “nobili di cuore”).

Centrale è infatti, nel sonetto, proprio il tema del “miracolo”, sottolineato dai termini che indicano l’azione di apparire: «pare» e «par», «mostrare», «Mostrasi». I versi 7-8 dichiarano in modo esplicito la natura di Beatrice quale tramite divino.