Jacob Jordaens, Ulisse e Polifemo, 1635, Mosca, Pushkin Museums
Jacob Jordaens, Ulisse e Polifemo, 1635, Mosca, Pushkin Museum

L’episodio “Ulisse e Polifemo” è senz’altro uno dei più famosi del secondo poema omerico che dal nome greco dell’eroe, Odysseus (l’Ulisse dei Latini) trae il titolo: l’Odissea.

L’episodio “Ulisse e Polifemo” celebra Ulisse (nella mitologia classica Ulisse è il re di Itaca e uno dei condottieri che guidarono l’esercito greco alla conquista di Troia) come l’eroe dell’intelligenza e dell’astuzia.

Ulisse e Polifemo – Dopo essere approdati alle terre dei Ciconi e dei Lotofagi, Ulisse e i compagni sbarcano su un’isola disabitata, l’isola delle Capre. Dopo un giorno di permanenza in quest’isola, Ulisse decide di esplorare la terra vicina, sede dei giganteschi ciclopi, dotati di un solo grande occhio in mezzo alla fronte, che non gradiscono la presenza di stranieri. Vivono nelle caverne che si aprono tra le rocce dell’isola e non sentono la necessità di curare neppure tra loro i rapporti che caratterizzano una società civile.

Nella grotta più imponente abita Polifemo, figlio di Poseidone e gigante mostruoso, il più barbaro e il più feroce di tutti che non disdegna la carne umana. Quando Ulisse e i suoi compagni arrivano alla sua caverna li fa prigionieri promettendo di mangiarli tutti, compreso l’eroe, che sarà divorato per ultimo.

Il mattino seguente il ciclope Polifemo, divorati due dei compagni di Ulisse, porta le greggi al pascolo, dopo aver bloccato con l’enorme masso l’entrata della caverna.
Ulisse prepara un piano per la vendetta: ordina ai compagni di sgrossare e levigare un grosso ramo d’ulivo che ha trovato nella grotta. Egli stesso ne rende aguzza un’estremità e la indurisce temprandola con il fuoco. Fatto ciò, nasconde il palo acuminato sotto il letame e sorteggia quattro compagni che con lui dovranno accecare Polifemo.

Intanto scende la sera. Polifemo ritorna alla grotta e divora altri due compagni di Ulisse. Allora l’eroe lo fa ubriacare, offrendogli del vino che aveva portato con sé come dono di ospitalità, e prima che si accasci ubriaco gli rivela il suo nome: Nessuno; poi lo acceca con la punta del legno arroventata.

Accecato il ciclope, Ulisse risolve il problema di come uscire dalla grotta: unisce a tre a tre i montoni con lacci di vimini e sotto quello di mezzo lega un compagno. Quando il mostro rimuoverà il masso che ostruisce l’apertura dell’antro per far uscire le bestie al pascolo, non potrà accorgersi dell’inganno, essendo gli uomini nascosti dai due montoni laterali. Poi Ulisse si aggrappa al vello del montone più grosso.

Con tale stratagemma Ulisse e i suoi compagni escono dalla grotta di Polifemo ormai cieco, e prendono  il mare in gran fretta sotto una pioggia di macigni. L’eroe, ormai salvo, commette l’errore di rivelare a Polifemo il suo vero nome, mentre prima aveva affermato di chiamarsi «Nessuno» e Polifemo invoca su di lui l’ira del padre Poseidone per punirne l’audacia. Il racconto continua con Odissea Libro X.

L’artista Jacob Jordaens, pittore fiammingo tra i maggiori del XVII secolo, nel suo dipinto “Ulisse e Polifemo” (datato 1635), ha rappresentato il momento in cui Ulisse e i suoi compagni riescono a fuggire dalla grotta del ciclope Polifemo. L’attenzione è catturata dal gesto del ciclope che tocca il dorso della pecora e dallo sguardo di Ulisse, che aspetta paziente che l’inganno si compia.