L’incontro tra Ulisse e Polifemo narrato nel libro IX dell’Odissea è tra i più famosi episodi del secondo poema omerico (il primo è l’Iliade), che dal nome greco dell’eroe, Odysseus (l’Ulisse dei Latini) trae il titolo. L’Odissea racconta il lungo e travagliato ritorno in patria di Odisseo/Ulisse, il re di Itaca, dopo la guerra la guerra di Troia.
Ulisse e Polifemo
Ulisse nell’isola dei Ciclopi
Nel suo peregrinare verso Itaca, Ulisse e i suoi compagni approdano sull’isola dei Ciclopi, mostruosi giganti con un solo occhio in mezzo alla fronte. Sono rozzi e incivili. Non gradiscono la presenza di stranieri, non sentono la necessità di curare neppure tra loro i rapporti che caratterizzano una società civile. Non sanno navigare, non coltivano la terra, ma allevano capre e vivono nelle caverne che si aprono tra le rocce dell’isola.
L’incontro con Polifemo
Nella grotta più imponente abita Polifemo, figlio di Poseidone. Lì si addentrano Ulisse e i suoi compagni, attratti dal latte appena munto e dalle caciotte appese ai muri. I compagni di Ulisse lo pregano di prendere del cibo e tornare subito alla nave, ma Ulisse non li ascolta: vuole vedere il Ciclope.
Dopo un po’ che sono lì, sentono dei passi che fanno rimbombare il terreno: è Polifemo, un gigante tanto alto da oscurare il sole. Entra nella grotta con il suo gregge di pecore, rinchiude la grotta con un grosso macigno e inizia a mungerle. Poi, accende il fuoco e vede Ulisse e i suoi compagni. Essi invocano la xenia, la sacra legge dell’ospitalità greca, che impone il rispetto per gli ospiti. Polifemo dichiara di ignorare il timore degli dèi e le leggi dell’ospitalità: ride della loro richiesta, afferra due dei compagni dell’eroe e li divora. Ormai sazio, si sdraia tra le sue pecore e si addormenta.
In un primo momento, Ulisse pensa di uccidere il Ciclope piantandogli la spada nel petto, ma un secondo pensiero lo trattiene: solo quel gigante è in grado di togliere l’enorme masso che blocca l’uscita della grotta.
Il mattino seguente, il Ciclope Polifemo divora altri due dei compagni di Ulisse; poi porta le greggi al pascolo, dopo aver nuovamente bloccato con l’enorme masso l’entrata della caverna.
Il piano di Ulisse
Ulisse intanto prepara un piano per la vendetta. Ordina ai compagni di sgrossare e levigare un grosso ramo d’ulivo che ha trovato nella grotta. Egli stesso ne rende aguzza un’estremità e la indurisce temprandola con il fuoco. Fatto ciò, nasconde il palo acuminato sotto il letame e sorteggia quattro compagni che con lui dovranno accecare Polifemo.
Intanto scende la sera. Polifemo ritorna alla grotta e divora altri due compagni di Ulisse. Allora l’eroe lo fa ubriacare, offrendogli del vino che aveva portato con sé come dono di ospitalità. Polifemo gradisce così tanto il vino che promette a Ulisse un dono, chiedendogli però il suo nome. Ulisse astutamente gli risponde di chiamarsi Nessuno. Ubriaco, il Ciclope promette di mangiarlo per ultimo come regalo, poi crolla nel sonno.
A questo punto, Ulisse e i suoi compagni piantano nell’unico occhio del gigante la punta del legno arroventata. Polifemo inizia a urlare per il dolore e la disperazione; chiama i suoi fratelli Ciclopi dicendo che Nessuno gli aveva fatto del male, così essi, pensando che sia impazzito, non intervengono e se ne vanno.
La fuga dalla grotta
Intanto Ulisse risolve il problema di come uscire dalla grotta: unisce a tre a tre i montoni con lacci di vimini e sotto quello di mezzo lega un compagno. Quando al mattino Polifemo, accecato, fa uscire il gregge tastando il dorso degli animali non si accorge dell’inganno, essendo gli uomini nascosti dai due montoni laterali. Ulisse si aggrappa al vello del montone più grosso.
Con tale stratagemma lui e i suoi compagni escono dalla grotta di Polifemo e raggiungono la nave. Quando sono al sicuro sulla nave, Ulisse grida al gigante il suo vero nome e il nome della sua patria, Itaca. Polifemo invoca su di lui l’ira di suo padre, il dio del mare Poseidone, perché punisca l’uomo che ha osato offenderlo accecandone il figlio.
Ulisse e Polifemo: il significato dell’episodio
L’episodio Ulisse e Odisseo ha come tema la lotta tra razionalità e brutalità, tra civiltà e barbarie. I Ciclopi rappresentano l’umanità primitiva di un mondo pastorale arcaico: essi non lavorano la terra (nel mondo greco l’agricoltura è sinonimo di alto livello di civiltà), non sanno navigare, non vivono in gruppi più ampi del loro ristretto nucleo familiare, non si sono dati leggi, non hanno assemblee, fulcro ed emblema della vita sociale della polis. Sono esseri che non rispettano le leggi degli dèi, di cui non temono l’autorità in virtù della loro forza.
Polifemo vive da solo, è empio, e pecca di tracotanza perché calpesta le leggi dell’ospitalità e quindi si pone contro il volere di Zeus. Inoltre egli rappresenta la barbarie (è cannibale e divora i suoi ospiti) e la forza bruta e stolta che si fida solo di se stessa e coltiva la presunzione di essere superiore e imbattibile.
La sconfitta di Polifemo diventa, quindi, automaticamente l’esaltazione delle capacità dell’intelligenza umana e delle potenzialità della civiltà, quella greca, che sono rappresentate da Ulisse.

