Campi di concentramento nazisti: storia e descrizione

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Campi di concentramento: storia e descrizione
Campi di concentramento nazisti: storia e descrizione

I campi di concentramento furono istituiti in Germania nel 1933, con l’avvento del regime nazista.

Scopo dei campi di concentramento nazisti

Inizialmente furono istituiti per «rieducare» i tedeschi antinazisti: comunisti, socialdemocratici, obiettori di coscienza, ebrei, cattolici, protestanti.

Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale (settembre 1939), i campi di concentramento furono ampliati e moltiplicati per raccogliere uomini, donne e bambini evacuati dai paesi di origine.

Toccò prima ai polacchi, poi ai prigionieri di guerra russi, non protetti dalla Convenzione di Ginevra, che l’Urss non aveva sottoscritto; infine agli appartenenti ai movimenti di resistenza di tutti i paesi dell’Europa occupata.

Alla fine del conflitto gli internati appartenevano a venti differenti nazioni.

Durante la guerra gli internati divennero “manodopera servile” priva di ogni diritto, impiegata in attività di ogni genere in tutte le regioni della Germania.

Dove si trovavano i campi

Per la maggior parte i campi si strovavano in Polonia (Maidanek, Auschwitz, Birkenau, Stutthof) e in Germania (Dachau, Buchenwald, Oranienburg-Sachsenhausen, Flossenbürg, Bergen-Belsen, Ravensbrück, Dora, Neu-Bremm, Neuengamme); ma anche in Austria (Mauthausen), in Boemia (Theresienstadt), in Alsazia (Natzwiller-Struthof) e nei paesi baltici (Kaunaus, Riga).

Descrizione dei campi

I campi dovevano formare mondi chiusi. Erano costruiti spesso dai deportati stessi, non di rado in zone paludose o dal clima malsano.

Si presentavano come un insieme di baracche, lunghe una cinquantina di metri e larghe da sette a dieci, quasi sempre di legno.

Erano circondati da filo spinato percorso da corrente elettrica ad alta tensione; avevano torrette di sorveglianza disposte a intervalli regolari.

Un grande spiazzo faceva da centro nevralgico del campo. In esso si tenevano gli appelli mattutini, avvenivano le pubbliche esecuzioni e si raccoglievano gli internati.

All’esterno sorgevano le case occupate dalle SS e dalle loro famiglie.

Ogni campo comprendeva: un ufficio di comando, una sezione politica, in cui erano conservate le schede dei detenuti, i servizi logistici, un infermeria, e talvolta un postribolo e una prigione.

I dirigenti dei campi affidavano agli stessi internati il compito di sorveglainza dei deportati. Questi erano chiamati Kapo e scelti quasi sempre tra i criminali comuni.

Come si svolgeva la vita nei campi di concentramento

La sveglia era fra le quattro e le cinque d’estate, fra le sei e le sette d’inverno. Gli internati ricevevano un tozzo di pane e una scodella di zuppa leggera.

Incolonnati si recavano poi all’appello nelle loro divise a strisce; da qui raggiungevano il posto di lavoro. Il lavoro terminava verso le diciasette d’inverno e le venti d’estate, con un intervallo di mezz’ora per il pasto di mezzogiorno, consistente in una zuppa.

Facevano poi ritorno al campo e, dopo la zuppa e l’appello della sera, ci si coricava nelle cuccette di legno, in due o anche più per cuccetta.

Le punizioni piovevano in mille modi sotto ogni pretesto. Le più frequenti erano: privazioni del cibo; obbligo di rimanere in piedi sullo spiazzo dell’appello; colpi di bastone o di frusta; l’essere appesi a un albero o a un palo; carcere duro; ginnastica o corsa a digiuno nel freddo gelido del mattino.

La sera avevano luogo le esecuzioni pubbliche, mediante bastonature o impiccagioni, per le gravi mancanze (ad esempio, per i tentativi di evasione).

L’insufficiente alimentazione causava ogni forma di malattia, dimagrimento sino ai gradi estremi, edemi.

Il lavoro forzato, la promiscuità, l’assenza di ogni precauzione igienica e l’insufficienza di cure provocarono un elevato tasso di mortalità, aggravato per di più dalle epidemie di tifo.

Chi erano gli internati e come erano distinti

In campi che erano vere e proprie città si mescolavano uomini e donne di diversa nazionalità, classe sociale e religione.

Ciascuno doveva portar cucito sulla divisa un numero (che ad Auschwitz veniva tatuato sul braccio) e un triangolo colorato, quale segno distintivo della categoria cui era stato assegnato.

Esso era rosso per i «politici»; verde per i criminali comuni; violetto per gli obiettori di coscienza; nero per gli asociali; rosa per gli omosessuali.

Gli ebrei avevano sotto il primo un secondo triangolo, di colore giallo, che formava la stella di David. I non tedeschi portavano sul triangolo distintivo l’iniziale del loro paese d’origine.

Esperimenti scientifici all’interno dei campi

Nei blocchi d’isolamento avevano luogo esperimenti pseudoscientifici: inoculazione della malaria e del tifo; castrazione e tentativi di sterilizzazione.

Ad alcuni soggetti venivano praticate bruciature al fosforo; su altri si facevano prove di resistenza ai gas e al freddo, e persino pratiche di vivisezione.

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