Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi: commento, analisi del testo e relazione intertestuale Petrarca e Leopardi.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia fu composto tra il 22 ottobre e il 9 aprile 1830 e pubblicato per la prima volta nei Canti del 1831.

In ordine di composizione, pur essendo l’ultimo ad essere stato composto da Giacomo Leopardi prima della partenza definitiva da Recanati, fu collocato prima de La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio.

Lo spunto del canto venne al poeta dalla lettura di un articolo del “Journal des savants” (Giornale dei sapienti) che riferiva di un viaggiatore russo (il barone di Meyendorf) secondo cui i pastori kirghisi – una popolazione nomade dell’Asia centrale – avevano l’abitudine di «trascorrere la notte seduti su una pietra a guardare la luna e a improvvisare parole molto tristi su arie che non lo sono meno».

Il testo costituisce una canzone libera, secondo il modello metrico inaugurato con A Silvia e da quel momento prevalente nella scrittura in versi di Leopardi.

Le sei strofe hanno estensione assai variata (dagli 11 versi dell’ultima ai 40 della seconda), libera alternanza di endecasillabi (80) e settenari (63), con prevalenza dei settenari nelle prime tre strofe (38 contro 22) – a suggerire un ritmo più mosso e incalzante – e degli endecasillabi nelle ultime tre (58 contro 25) – a suggerire un  ritmo invece più rallentato e meditativo; ed hanno infine (le sei strofe) libera disposizione di rime e di altre figure di suono (anche interne), ma con obbligo di rima –ale in conclusione di strofe, la desinenza che permette di congiungere i due poli della tensione qui rappresentata: quello «immortale» che chiude la prima strofa e quello «mortale» che chiude la seconda, e anche il «male» del v. 104 e le «ale» del v. 133.

Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia il poeta sintetizza nel modo più alto e completo le sue varie riflessioni e considerazioni sulla vita umana, sul suo significato e sul suo scopo, e arriva alle più desolate e amare conclusioni affermando che l’uomo, anzi tutti gli esseri viventi, uomini e animali, sono nati solo per soffrire, vittime di una natura e di una forza superiore che sono del tutto indifferenti al loro dramma.

Alla base del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia sta anche una realtà mai prima espressa dal poeta: la consapevolezza che l’uomo, pur perseguitato e umiliato che sia dalla natura o da ciò che regge la natura, ha pur sempre una sua dignità e deve quindi saper prendere atto con fierezza e fermezza della sua condizione e accettarla, visto che cambiarla è impossibile.

A dir tutta questa somma di vecchie e nuove considerazioni sul tema della vita, del dolore e dell’infelicità dell’uomo, Leopardi ha scelto di servirsi della semplice e ingenua voce di un pastore, ritenendolo meglio di altri adatto a interpretare l’ansia di conoscenza tipica di tutti gli uomini: le sue domande, che si levano nella notte da un deserto dell’Asia verso la luna, sono le domande che tutti gli uomini si portano dentro, e la luna cui egli con tanta dolcezza e confidenza si rivolge è chiaramente il simbolo del trascendente, cioè di quella forza misteriosa che regge, con le sorti dell’intero Universo, anche le sorti delle creature viventi e che, comunque, indifferente e lontana proprio come la «silenziosa» e «candida» luna, non può o non vuole dare una risposta precisa alle domande che le vengono rivolte.

Dal punto di vista espressivo, la lirica, così come si conviene al canto di un semplice pastore, ha l’andamento e il tono di una nenia. Il lungo monologo con cui il pastore constata la sua assoluta ignoranza del perché della vita e afferma che, comunque, essa è soltanto una dolorosa corsa verso la morte e quindi inutile sofferenza, è costruito su un ritmo lento e solenne, sottolineato da frequenti riprese di vocaboli e di immagini come appunto nelle nenie e nei canti popolari.

Il linguaggio, in armonia con il livello del personaggio che parla, è semplice ed è volto a descrivere sempre e soltanto la semplice realtà in cui il pastore vive, anche se spesso si apre in squarci di profondo e commosso lirismo.

Relazione intertestuale: Petrarca e Leopardi

Giacomo Leopardi nel «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia» ha rielaborato la canzone L del Canzoniere di Francesco Petrarca «Ne la stagion che ‘l ciel rapido inchina», in cui si incontra una «stanca vecchiarella pellegrina»¹ che anticipa il «vecchierel» della seconda strofa di Leopardi e un «pastore» raffigurato in modo molto simili a quelli del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

Tuttavia in Leopardi la ripresa di termini e situazioni è poi destinata a un vero e proprio rovesciamento. Infatti, mentre in Petrarca il pastore trova a sera il riposo e la pace, il pastore leopardiano è sopraffatto, a maggior ragione nella quiete, dalla riflessione e dall’angoscia; mentre la vecchierella di Petrarca (che «et più et più s’affretta» proprio come quello di Leopardi, ma verso una meta di appagamento e non verso una morte insensata) «al fin della sua giornata / talora è consolata / d’alcun breve riposo, ov’ella oblia / la noia e ‘l mal de la passata via» (vv. 10-11), in Leopardi il vecchierello, giunto alla meta di tutte le sue fatiche, l’«abisso orrido, immenso» della morte, precipitandovi, «il tutto obblia».

Nel mondo di Petrarca, infine, la solitudine e la tristezza del poeta sono un’eccezione rispetto all’armoniosa serenità della condizione umana; in Leopardi il dolore e la solitudine sono lo stato essenziale dell’esistenza.

In Petrarca la concezione cristiana fornisce un senso all’esistenza; in Leopardi manca tale concezione e il presupposto di fondo è l’assenza di significato.

Il legame intertestuale si rivela in tal modo importante non tanto per ciò che unisce i due autori quanto per ciò che li divide.

¹ L’immagine della vecchiarella pellegrina riprende quella del sonetto XVI, «Movesi il vecchierel canuto et biancho»