Dialogo di Plotino e Porfirio è uno dei testi più significativi delle Operette morali di Giacomo Leopardi, raccolta di prose filosofiche in cui l’autore riflette sui grandi temi dell’esistenza umana, come il dolore, l’infelicità e il rapporto tra ragione e vita. Leopardi sceglie come protagonisti due filosofi dell’antichità: il neoplatonico Plotino (III secolo d.C.) e il suo allievo Porfirio, non per ricostruirne fedelmente il pensiero, ma per mettere a confronto due diverse posizioni di fronte al problema del vivere.
Il dialogo prende avvio dal proposito di Porfirio di togliersi la vita, perché considera l’esistenza priva di senso e dominata dalla sofferenza. Plotino, suo maestro, cerca di dissuaderlo attraverso argomentazioni morali e filosofiche, dando origine a un confronto serrato sul valore della vita, sulla legittimità del suicidio e sulla possibilità di sopportare il dolore. Attraverso questo dialogo, Leopardi esprime il suo pessimismo cosmico, ma apre anche una riflessione sul ruolo della solidarietà umana come unico conforto possibile di fronte all’infelicità.
Dialogo di Plotino e Porfirio riassunto
Plotino, filosofo neoplatonico del III secolo d.C., si è accorto che il suo discepolo Porfirio ha intenzione di suicidarsi e lo interroga sui motivi di sentimenti tanto estremi.
Porfirio confessa a Plotino che non vuole morire a causa di un dolore fisico, ma per “un fastidio della vita” e per la noia esistenziale, derivanti dalla percezione della vanità e illusorietà delle cose terrene, talmente intenso da assomigliare al dolore, perché provoca un disagio continuo e insopportabile.
Plotino ricorda a Porfirio la sentenza del filosofo Platone, secondo cui non è lecito all’uomo togliersi la vita, perché essa è stata assegnata dagli dèi. Porfirio ribatte che Platone non parlava davvero dell’aldilà come di una verità certa, ma usava l’idea di una vita dopo la morte come strumento per spingere gli uomini a comportarsi bene sulla terra, cioè per tenere a freno il male e garantire un ordine morale nella società. Per Porfirio l’aldilà è un’illusione inventata per rendere la vita più sopportabile. Quindi se vivere significa soffrire continuamente e se non esiste alcuna felicità futura certa allora la morte è l’unica vera risoluzione dei mali della vita.
Plotino obietta che è la natura stessa a insegnarci che il suicidio non è cosa lecita, perché l’ordine delle cose sarebbe sovvertito: la natura infatti comanda di provvedere alla propria conservazione.
Porfirio risponde all’obiezione di Plotino – secondo cui la natura comanda la conservazione della vita – distinguendo tra natura istintiva e natura razionale. È vero che la natura, attraverso gli istinti, spinge ogni essere vivente a conservarsi; tuttavia l’uomo, a differenza degli animali, possiede la ragione, che lo rende capace di riflettere sulla propria condizione. La ragione comprende che la vita può essere fonte di mali continui, così come la morte è liberazione da ogni sofferenza. Allora se la ragione mostra che la vita è dolore e che la morte è liberazione, seguire la ragione significa agire coerentemente con ciò che si è diventati come esseri consapevoli.
La conclusione del dialogo è affidata a Plotino, secondo il quale il suicidio, pur potendo apparire razionale, è un atto egoistico, perché considera solo il dolore personale di chi lo compie e ignora la sofferenza che questa scelta provocherebbe negli amici e nei congiunti, che verrebbero privati della sua presenza, del suo affetto e del suo sostegno.
Plotino invita Porfirio a sopportare ciò che il destino impone all’umanità. Questo invito non nasce dall’idea che la vita sia buona o felice, ma dalla consapevolezza che il dolore è inevitabile e comune a tutti. Poiché non è possibile eliminarlo, l’unica soluzione praticabile è affrontarlo insieme. Il vincolo d’amore tra gli esseri umani è l’unica difesa da opporre all’infelicità della vita.
Un altro elemento importante della conclusione è la riflessione sulla brevità della vita: la vita in ogni caso sarà breve, non vale quindi la pena abbreviarne ulteriormente la durata con il suicidio e, al suo termine, ci si potrà consolare pensando che gli amici conserveranno con affetto il ricordo. E quando Plotino asserisce che la “vita non è così disagevole e insopportabile” non sta negando il dolore dell’esistenza, ma sta suggerendo che, condiviso con gli altri, esso diventa più tollerabile. La celebre frase finale «Viviamo Porfirio mio, e confortiamoci insieme» riassume questa posizione: non un ottimismo ingenuo, ma solidarietà e sostegno reciproco, che renderanno l’esistenza, pur dolorosa, degna di essere vissuta fino alla fine.
La soluzione di Plotino di “confortarsi insieme” diviene centrale ne La Ginestra, dove Leopardi esorta gli uomini, di fronte alla comune miseria, a unirsi in una “social catena” fraterna e solidale, abbandonando l’illusione di grandezza per affrontare insieme, con coraggio e pietà, il destino avverso.
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