La ginestra di Giacomo Leopardi, analisi e commento

La ginestra o fiore del deserto fu composta da Giacomo Leopardi nella primavera del 1836 e occupa il trentaquattresimo posto nell’edizione definitiva dei Canti. È un componimento in sette strofe di varia lunghezza e 317 versi, endecasillabi e settenari. È l’opera più importante dell’ultimo Leopardi, il testamento poetico e spirituale del poeta, morto l’anno dopo, il 14 giugno 1837.

Il tema, suggerito dal paesaggio desolato e lavico del Vesuvio, è quello della lotta dell’uomo contro la natura. Uno solo è il nemico, comune a tutti: la natura madre… di parto e di voler matrigna. Contro di essa bisogna coalizzarsi, senza combattere in un’assurda lotta gli uni contro gli altri; solo così si potrà costruire una società più giusta, garantendo sani rapporti tra tutti gli uomini.

Simbolo della nuova umanità auspicata da Leopardi è la ginestra, l’umile fiore che cresce sulle brulle e desolate pendici del Vesuvio. Pienamente consapevole della sua inferiorità, la piccola pianta dovrà inevitabilmente piegarsi dinanzi a un nemico mille volte più potente; ma la coscienza della debolezza non cancella la dignità della ginestra, che non abbassa il capo dinanzi al suo futuro oppressore, né si volge verso il cielo ostentando con folle orgoglio una forza non posseduta.

Nella prima strofa (vv. 1-51), i vv. 1-36 descrivono il paesaggio di rovine delle pendici del Vesuvio e poi delle contrade di Roma dove fiorisce la ginestra, che con il suo profumo, segno di vita, si contrappone all’aridità e alla solitudine di quei luoghi: essa abbellisce le desolate lande, è compagna di fortune abbattute, è gentile e mostra compassione per le sciagure altrui.
Dal verso 37 inizia la polemica nei confronti di quanti esaltano la condizione umana e celebrano la civiltà e il progresso. Vengano costoro su queste pendici – li invita con amara ironia il poeta – a constatare con i propri occhi quanto il genere umano stia a cuore alla natura amorosa, a vedere in questi luoghi le magnifiche sorti e progressive dell’umanità.

Nella seconda strofa (vv. 52-86) il poeta si rivolge al suo secolo presuntuoso e stolto, che ha abbandonato il sentiero del pensiero laico e razionale – aperto dal Rinascimento e percorso fino a tutto il Settecento (con gli illuministi) – e, rivolti indietro i passi, chiama progresso questo retrocedere.

Nella terza strofa (vv. 87-157) Leopardi definisce la vera nobiltà spirituale: magnanimo e nobile è l’uomo che ha il coraggio intellettuale e la forza d’animo di riconoscere apertamente e senza vergogna la verità della propria infelice condizione, che si mostra grande e forte nel soffrire e non incolpa delle sue disgrazie gli altri uomini, ma le attribuisce alla natura. Ed essendo consapevole che l’umanità fin dalle origini si è unita in società contro il comune nemico (la natura), considera tutti gli esseri umani suoi fratelli e li abbraccia tutti, porgendo e ottenendo un valido aiuto nei pericoli della lotta comune.

Nella quarta strofa (vv. 158-201), il poeta, seduto sulle pendici del Vesuvio, osserva una colata lavica ormai raffreddata; poi, alza lo sguardo alle stelle: esse dalla Terra sembrano solo dei punti minuscoli; ma dallo spazio è la Terra, infinitamente più piccola, ad apparire insignificante. La contemplazione degli astri diventa una vertiginosa meditazione sulla futilità dell’esistenza terrena, che nell’immensità degli spazi siderali non conta nulla, e sulla sciocca presunzione dell’uomo si fa beffe delle verità della scienza.

La quinta strofa (vv. 202-236) sviluppa la similitudine fra la rovina di un formicaio devastato dalla caduta del pomo e la distruzione di Ercolano e Pompei. La natura, nella sua assoluta indifferenza, non si cura dell’uomo come non si cura delle formiche: un pomo schiaccia un formicaio, l’eruzione vulcanica distrugge prospere città.

Nella sesta strofa (vv. 237-296) il poeta mette in evidenza l’indifferenza della natura alle brevi vicende umane e, per contrasto, la presuntuosa pretesa dell’uomo di essere eterno: rilancia così per l’ultima volta il tema della marginalità dell’uomo nell’universo e sulla Terra.

Nella settima e ultima strofa (vv. 297-317) ritorna l’immagine iniziale della ginestra, che abbellisce i luoghi desolati con i suoi cespugli profumati. Se sopraffatta di nuovo dalla lava, essa piegherà il capo senza opporre resistenza, accettando con umiltà e dignità il proprio destino; e per questo è tanto meno insensata dell’uomo, perché non ha mai pensato di essere immortale.