Esilio di Cosimo dei Medici
Giorgio Vasari, Cosimo va in esilio, 1556-58, Sala di Cosimo il Vecchio, Firenze

L’esilio di Cosimo dei Medici

Cosimo dei Medici era un uomo molto in vista e stimato. I suoi pareri equilibrati e lungimiranti sulla politica interna ed estera di Firenze erano tenuti in grande considerazione e influenzavano sempre più le decisioni finali degli esponenti del governo. Riuscì a procurarsi un ruolo dominante pur non ricoprendo alcuna carica ufficiale.

Il suo prestigio lo rese inviso alla fazione nobiliare guidata dalle antiche famiglie fiorentine Albizzi e Strozzi, che già quando Giovanni – padre di Cosimo- era in vita avevano messo in atto una campagna denigratoria contro i Medici, né nobili né fiorentini (per un approfondimento sulla storia della famiglia Medici clicca qui), invitando Firenze a seguire l’esempio di Venezia, la cui nobiltà deteneva il potere da più di mille anni.

Si giunse così alla prova di forza: l’esilio di Cosimo dei Medici e di altri membri della famiglia.

Il 5 settembre 1433 Cosimo dei Medici fu convocato in Palazzo Vecchio con il pretesto di una pratica ma venne aggredito e imprigionato. Lo condannarono a morte, ma egli riuscì a comprare la salvezza, offrendo un’ingente somma di denaro ai suoi rapitori.
Fu allora mandato in esilio, con altri membri della famiglia, a Padova e Venezia per un periodo compreso tra i cinque e i dieci anni: fu questa la cosiddetta prima cacciata dei Medici (la seconda cacciata dei Medici si ebbe quando Piero, figlio di Lorenzo il Magnifico, fu esiliato da Firenze nel 1494; la terza e ultima cacciata dei Medici da Firenze si ebbe in occasione del Sacco di Roma del 1527).

Condannato all’esilio, Cosimo dei Medici avrebbe potuto tornare a Firenze con la forza (aveva tanti sostenitori e alleati importanti in Italia e Europa, pronti a far guerra a Firenze per aiutarlo), ma non volle. Disse ai suoi amici che sarebbe tornato solo se fosse stato richiamato dal governo.

In Veneto Cosimo fu accolto con grandi onori dal doge di Venezia Francesco Foscari e alloggiò nel monastero benedettino di San Gorgio, a cui donò per riconoscenza una splendida collezione di manoscritti e il progetto dell’architetto fiorentino Michelozzo (1396-1472), che viaggiava con lui, per edificare una biblioteca. Fu insomma un esilio dorato.

A Firenze intanto la situazione cambiava: i sostenitori di Cosimo riuscirono a prendere il potere e il nuovo governo lo richiamò in patria ed esiliò gli Strozzi e gli Albizzi. Era passato soltanto un anno dalla sua partenza.

Il ritorno in patria fu trionfale: Cosimo dei Medici giunse scortato da un corteo spettacolare di trecento soldati veneziani. Davanti alla sua villa di Careggi, presso Firenze, si erano raccolti i contadini festanti, e il popolo lo acclamava ovunque, quasi fosse reduce da una grande battaglia vinta. Era il 1434: Cosimo dei Medici resterà alla guida di Firenze fino alla morte, avvenuta il 1° agosto 1464.

Nei suoi trent’anni di attività, Cosimo dei Medici operò attente scelte politiche; ricoprì incarichi ufficiali importanti (fu più volte gonfaloniere di giustizia) ma sempre evitando di apparire il signore di Firenze, come di fatto era. Controllava le cariche pubbliche del governo facendo in modo che fossero assegnate ai suoi sostenitori, e ciò gli consentiva di esercitare una pressione costante sulle decisioni prese all’interno delle istituzioni comunali, che però furono sempre formalmente preservate.

Cosimo promosse la straordinaria stagione artistica del Rinascimento.

Due prestigiosi successi personali gli vennero inoltre dal legame di stima e affetto con il papa Eugenio IV, di cui era banchiere. Il pontefice consacrò personalmente nel 1436 il Duomo di Firenze dopo l’edificazione della cupola di Filippo Brunelleschi e nel 1439, secondo il desiderio di Cosimo, spostò da Ferrara a Firenze il concilio tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente indetto per aiutare Costantinopoli, minacciata dai Turchi.

Segni di gratitudine e rispetto non mancarono da parte della sua città e dalla sua famiglia. Nel 1465, un anno dopo la sua morte, il governo di Firenze fece apporre sulla sua tomba, nella cripta della chiesa di San Lorenzo, la scritta pater patriae, “padre della patria”.
Nella seconda metà del Cinquecento, suo nipote il granduca di Firenze Cosimo I fece realizzare dal pittore Giorgio Vasari un ciclo di affreschi a lui dedicato, le Storie di Cosimo il Vecchio. Accanto a Cosimo riposa Donatello, al quale aveva commissionato un capolavoro come il David, che ornava il cortile di Palazzo Medici.