Falcone e Borsellino chi erano e perché sono morti

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Falcone e Borsellino
Giovanni Falcone (a sinistra) e Paolo Borsellino

Falcone e Borsellino sono i due magistrati palermitani, legati da grande amicizia, uccisi nel 1992, a distanza di pochi mesi uno dall’altro, da Cosa Nostra.

Erano due uomini di eccezionale onestà, coerenza, con un grande senso del dovere, che misero tutto loro stessi nella lotta contro la mafia.

Falcone e Borsellino erano coetanei (Giovanni Falcone nacque il 20 maggio 1939, Paolo Borsellino 8 mesi dopo, il 19 gennaio); si conoscevano sin dall’infanzia, quando trascorrevano i pomeriggi a giocare a pallone nel quartiere Kalsa a Palermo. Entrambi si laurearono in Legge.

A perdere per prima la vita, il 23 maggio 1992, nella strage di Capaci, fu il giudice Giovanni Falcone assieme a sua moglie Francesca Morvillo e agli uomini della loro scorta (Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro).

Dopo quel tragico evento, con fatica e caparbietà, Paolo Borsellino proseguì il loro comune lavoro di lotta alla mafia.

Ecco perché Cosa Nostra, a 57 giorni dalla morte di Falcone, decise di colpire anche Paolo Borsellino, uccidendolo con un’autobomba posta sotto casa di sua madre, in via d’Amelio, a Palermo. Era il 19 luglio e assieme al magistrato morirono anche cinque agenti della scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina).

Così nel 1992 finì la vita di due funzionari pubblici che hanno sacrificato loro stessi nel tentativo di liberare la Sicilia e tutto il Paese da una delle piaghe più spaventose della storia italiana.

L’uomo che ordinò i loro omicidi era Totò Riina, il capo di Cosa Nostra. Lo arrestarono nel gennaio del 1993 e condannato al carcere a vita. È morto il 17 novembre 2017 nel reparto detenzione dell’Ospedale Maggiore di Parma.

Il Maxi-processo di Palermo

Dietro alle morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino c’è il cosiddetto Maxi-processo di Palermo, il più grande attacco alla mafia mai condotto in Italia.

Lo storico processo per crimini di mafia, tra i quali omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione e associazione mafiosa ebbe inizio il 16 febbraio 1986, a Palermo.

Furono i giornali a chiamarlo, per le sue dimensioni, “maxi-processo”. Nessun’aula di tribunale era adatta a ospitare un processo del genere. Così, accanto al carcere dell’Ucciardone di Palermo fu costruita in pochi mesi un’aula bunker, appositamente progettata in modo da contenere svariate centinaia di persone e dotata di sistemi di protezione in grado di resistere anche a possibili attacchi missilistici.

Si tennero udienze sei giorni su sette, circa 475 imputati, 200 avvocati difensori e 600 giornalisti da tutto il mondo.

Il maxi-processo si concluse il 16 dicembre 1987, con una sentenza di condanna per 314 imputati con 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione.

Il maxi-processo colpì duramente Cosa Nostra, che decise allora di contrattaccare. Organizzò una serie di attentati, le cui vittime più note furono proprio i giudici Falcone e Borsellino.

La morte dei due magistrati diede nuovo impulso alle indagini sulla mafia. I risultati non sono mancati ma il fenomeno è ben lontano dall’essere estirpato.

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