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I Galli di Brenno saccheggiano Roma (390 a.C.)

Il saccheggio di Roma a opera dei Galli di Brenno (390 a.C.), la rovinosa sconfitta di Canne (216 a.C.) e l’annientamento nella battaglia di Teutoburgo (9 d.C.) di tre legioni affidate a Quintilio Varo rappresentano le tre grandi disfatte che pesavano come macigni nella memoria storica dei Romani del I secolo d.C.

L’episodio del saccheggio di Roma da parte dei Galli di Brenno nel 390 a.C. ci è nota grazie soprattutto a Tito Livio, che la racconta in una ventina di capitoli (Ab Urbe condita, lbro V, 35-55), e a Plutarco (Vita di Camillo, 15-32).

I Galli di Brenno saccheggiano Roma (390 a.C.)

Gli abitanti di Chiusi, preoccupati per l’avanzata dei Celti (i Romani li chiamavano Galli) nella Pianura Padana, chiesero aiuto ai Romani; fu allora inviata un’ambasceria, per dissuadere i comandanti dal compiere atti ostili a Roma e ai suoi alleati.

Uno dei tre legati, tuttavia, irritato dalla superbia di quegli uomini rozzi nella loro fierezza, si lasciò coinvolgere in una questione che ufficialmente non riguardava i Romani; impugnò le armi e uccise uno dei capi.

I Galli, non avendo ottenuto soddisfazione dal Senato, si volsero contro Roma e il 18 luglio del 390 a.C. sconfissero presso il fiume Allia (un piccolo affluente del Tevere), a poche miglia dalla città, l’esercito inviato contro di loro.

Non avendo il tempo di allestire un nuovo esercito, i Romani in età da portare le armi decisero di rinchiudersi nel Campidoglio; molti si recarono nelle città vicine per mettersi in salvo. I vecchi inabili a combattere rimasero nelle loro case; tutti quelli che in passato avevano ricoperto magistrature, indossate le vesti più belle, aspettavano i nemici nelle proprie case, stando seduti sui seggi d’avorio, con le insegne degli antichi onori.

I Galli, entrati per la porta Collina nella città ormai quasi deserta, giunsero nel foro; poi iniziarono a saccheggiare.

La strage cominciò quando – racconta Tito Livio – uno dei vecchi senatori, Marco Papirio, colpì con uno scettro d’avorio un Gallo che gli toccava la barba. La reazione fu tremenda; quel giorno furono massacrati tutti i vecchi rimasti nelle loro case.

Trascorsi alcuni giorni, gli invasori decisero di conquistare anche la rocca del Campidoglio in cui si erano rifugiati i Romani. Questi, costretti dall’assedio a cibarsi solo di ciò che avevano entro le mura, si erano però trattenuti dal mangiare le oche, sacre alla dea Giunone che lì aveva il suo tempio.
La leggenda vuole che i Galli, penetrati nella rocca, fossero smascherati proprio dallo starnazzare delle oche destate dalla dea Giunone (leggi Le oche del Campidoglio – Storia e leggende di Roma). Il loro starnazzare infatti svegliò i soldati di guardia addormentati.

Nonostante l’eroica difesa dei Romani, però, dopo alcuni giorni, sopraffatti dalla fame, gli assediati decisero di patteggiare le condizioni per liberare la loro città. Ma a questo punto vi proponiamo il racconto di Tito Livio (libro V, 48, 8-9):

«Allora si tenne una seduta del Senato e ai tribuni militari fu dato l’incarico di trattare le condizioni. Poi si venne a patti tra il tribuno militare Quinto Sulpicio e Brenno, il capo dei Galli, e fu stabilito a mille libbre d’oro il prezzo di un popolo che dopo poco tempo avrebbe comandato sulle genti. Alla situazione di per sé vergognosissima si aggiunse un oltraggio: dai Galli furono portati dei pesi falsi e mentre il tribuno protestava fu aggiunta la spada dall’insolente Gallo, e furono udite parole intollerabili per i Romani: Vae victis (cioè Guai ai vinti)».

A quel punto Marco Furio Camillo gettò anche lui la spada sulla bilancia e disse: «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria» («Non con l’oro ma con il ferro si riscatta la patria»). Fu il segno della riscossa; i Romani ripresero la lotta e la città fu salva.

Dopo l’episodio delle Oche del Camidoglio, la dea Giunone acquisì l’appelativo di Moneta dal verbo latino monere, che sta per «avvertire», «ammonire». Successivamente, nel 269 a.C., in prossimità del tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio vi fu collocata la zecca, che cominciò a coniare le prime monete d’oro e d’argento. La dea Moneta fu dunque posta a protezione della zecca e il suo nome, nel linguaggio popolare, indicò da allora la moneta.

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