I Galli di Brenno saccheggiano Roma nel 390 a.C. Questo evento rappresentò un duro colpo per Roma, che s’impegnò in seguito a rafforzare le proprie difese.
L’episodio ci è noto grazie soprattutto a Tito Livio, che lo racconta in una ventina di capitoli (Ab Urbe condita, lbro V, 35-55), e a Plutarco (Vita di Camillo, 15-32).
Perché i Galli di Brenno attaccano i Romani nel 390 a.C.?
Gli abitanti di Chiusi, preoccupati per l’avanzata dei Celti (i Romani li chiamavano Galli) nella Pianura Padana, chiesero aiuto ai Romani; fu allora inviata un’ambasceria, per dissuadere i comandanti dal compiere atti ostili a Roma e ai suoi alleati.
Uno dei tre legati, Quinto Fabio Ambusto, irritato dalla superbia di quegli uomini rozzi nella loro fierezza, impugnò le armi e uccise uno dei capi.
La battaglia presso il fiume Allia
I Galli, non avendo ottenuto soddisfazione dal Senato, si volsero contro Roma e il 18 luglio del 390 a.C. sconfissero presso il fiume Allia (un piccolo affluente di sinistra del Tevere), a poche miglia dalla città, l’esercito romano inviato contro di loro.
Sacco di Roma 390 a.C.
Non avendo il tempo di allestire un nuovo esercito, i Galli poterono entrare a Roma senza incontrare resistenza. I Romani in età da portare le armi decisero di rinchiudersi nel Campidoglio; molti si recarono nelle città vicine per mettersi in salvo. I vecchi inabili a combattere rimasero nelle loro case; tutti quelli che in passato avevano ricoperto magistrature, indossate le vesti più belle, si misero ad aspettare i nemici nelle proprie case, stando seduti sui seggi d’avorio, con le insegne degli antichi onori.
I Galli, entrati per la porta Collina nella città ormai quasi deserta, giunsero nel foro; poi iniziarono a saccheggiare.
La strage cominciò quando – racconta Tito Livio – uno dei vecchi senatori, Marco Papirio, colpì con uno scettro d’avorio un Gallo che gli toccava la barba. I Celti reagirono massacrando tutti i vecchi rimasti nelle loro case.
Trascorsi alcuni giorni, Brenno decise di conquistare anche la rocca del Campidoglio in cui si erano rifugiati i Romani. Questi, costretti dall’assedio a cibarsi solo di ciò che avevano entro le mura, si erano però trattenuti dal mangiare le oche, sacre alla dea Giunone che lì aveva il suo tempio.
La leggenda vuole che i Galli, penetrati nella rocca, fossero smascherati proprio dallo starnazzare delle oche del Campidoglio destate dalla dea Giunone. Il loro starnazzare infatti svegliò i soldati di guardia addormentati.
La conclusione dell’assedio dei Galli di Brenno
Nonostante l’eroica difesa dei Romani, però, dopo alcuni giorni, sopraffatti dalla fame, gli assediati decisero di patteggiare le condizioni per liberare la loro città. Ma a questo punto vi proponiamo il racconto di Tito Livio (libro V, 48, 8-9):
«Allora si tenne una seduta del Senato e ai tribuni militari fu dato l’incarico di trattare le condizioni. Poi si venne a patti tra il tribuno militare Quinto Sulpicio e Brenno, il capo dei Galli, e fu stabilito a mille libbre d’oro il prezzo di un popolo che dopo poco tempo avrebbe comandato sulle genti. Alla situazione di per sé vergognosissima si aggiunse un oltraggio: dai Galli furono portati dei pesi falsi e mentre il tribuno protestava fu aggiunta la spada dall’insolente Gallo, e furono udite parole intollerabili per i Romani: Vae victis (cioè Guai ai vinti)».
A quel punto Marco Furio Camillo gettò anche lui la spada sulla bilancia e disse: «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria» («Non con l’oro ma con il ferro si riscatta la patria»). Fu il segno della riscossa; i Romani ripresero la lotta e la città fu salva.

