Grazia Deledda è l’unica scrittrice italiana vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura, nel 1926. È stata la seconda donna a ricevere il Premio Nobel per la letteratura, dopo la svedese Selma Lagerlöf, nel 1909.
La scrittrice sarda Grazia Deledda nasce a Nuoro, il 27 settembre 1871 da una famiglia borghese, quinta di sette tra figli e figlie. Suo padre, Giovanni Antonio, è un imprenditore e agiato possidente, si interessa di poesia e lui stesso compone versi in sardo; nel 1892 riveste la carica di sindaco di Nuoro. Sua madre, Francesca Cambosu, è una donna religiosissima e alleva i figli con estremo rigore morale. Grazia Deledda frequenta la scuola elementare senza completarla, poi viene seguita privatamente da un professore che a casa le impartisce lezioni di italiano, latino e francese, e infine da autodidatta approfondisce gli studi letterari. I costumi del tempo, d’altronde, non consentono alle ragazze un’istruzione oltre quella primaria e, in generale, degli studi regolari.
Nel 1888, a 17 anni, pubblica il suo primo racconto, Sangue sardo, sulla rivista romana “Ultima moda”. Nel 1893 avvia la collaborazione con la “Rivista delle tradizioni popolari italiane” diretta da De Gubernatis. La pubblicazione nel 1896 del romanzo La via del male, recensito positivamente da Luigi Capuana, teorico del Verismo italiano, la consacra al successo. Nel 1900 sposa il ragioniere Palmiro Madesani, e la coppia si trasferisce a Roma. Nel 1901 nasce il loro primo figlio, Sardus, e, nel 1903, il secondo, Francesco. A Roma, Grazia Deledda conduce vita appartata, lontana dai circoli letterari, continua a scrivere e pubblica romanzi a ritmo incessante. Suo marito lascia il lavoro di funzionario statale, per dedicarsi all’attività di agente letterario della moglie.
Grazia Deledda opere
È nel periodo romano che escono i suoi romanzi migliori: Elias Portolu (1903); Cenere (1904, da cui verrà tratto un film interpretato da Eleonora Duse); Canne al vento (1912); Marianna Sirca (1915); L’incendio nell’oliveto (1917); La madre (1920); Il Dio dei viventi (1922); Il paese del vento (1931) e il postumo Cosima (1937).
Per il teatro scrive L’edera, in collaborazione con Camillo Antona Traversi (1912), e La Grazia in collaborazione con Claudio Guastalla e musicata da Vincenzo Michetti (1921).
Grazia Deledda Premio Nobel per la Letteratura
Il 10 dicembre 1927 è la prima donna italiana e la seconda al mondo ad essere insignita del Premio Nobel per la Letteratura 1926. L’Accademia svedese le aggiudica il premio con la seguente motivazione: Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano. Fino ad oggi, Grazia Deledda rimane l’unica scrittrice italiana ad esserne stata insignita.
Morte
Grazia Deledda muore a Roma il 15 agosto 1936, a causa di un tumore al seno.
I temi dei romanzi di Grazia Deledda
La posizione di Grazia Deledda è assai interessante e ha dato luogo a valutazioni contrastanti. Quando già il Verismo era un’esperienza ormai archiviata e lontana dall’attualità letteraria, Grazia Deledda lo continua, ma innesta in vecchi moduli veristici – e questo è sempre più evidente man mano che procede nella sua attività – una problematica e una sensibilità ben lontane da quelle veristiche. Più che la descrizione della vita e delle condizioni isolane a lei interessano infatti certi temi estranei alla tradizione del Verismo:
- il senso del peccato e della colpa;
- la necessità dell’espiazione;
- una concezione della vita che in senso molto largo può dirsi religiosa;
- l’insistenza dell’umana fragilità, della fatale forza della passione che travolge l’uomo che pur sapendo di peccare non riesce ad evitare il peccato;
- la tendenza a far dei personaggi quasi degli emblemi, dei paradigmi della condizione umana;
- la ricerca di una sottile trama di corrispondenze tra stato d’animo e paesaggio (che è quello della nativa Sardegna, non rappresentato secondo i moduli del verismo regionale, ma rivissuto miticamente), da cui emerge un mondo barbarico e primitivo governato da leggi morali immutabili.
E tuttavia Grazia Deledda non rinuncia ai canoni veristici sia nella rappresentazione dei suoi personaggi sia nella vicenda. Questa contemporanea presenza di vecchio e di nuovo spiega le contrastanti valutazioni dell’opera della Deledda della quale molti critici del Novecento (Cecchi, Momigliano) hanno forse esagerato i legami col Decadentismo, mentri altri hanno voluto riportarla entro i confini del Verismo.
In sostanza Grazia Deledda sfugge a ogni catalogazione di «corrente», non solo in virtù della sua componente di autodidatta, di lettrice non smaliziata della Bibbia e di grandi romanzieri europei, ma per la fermezza e la coerenza del suo impegno etico e la capacità di penetrare con sicura intuizione nei drammi che si agitano nel fondo delle coscienze.


