Trionfo romano (1630 circa) di Pieter Paul Rubens. Collocazione: National Gallery, Londra
Trionfo romano (1630 circa) di Pieter Paul Rubens. Collocazione: National Gallery, Londra

Il Trionfo, cerimonia antichissima che i Romani presero dagli Etruschi, era una fastosa processione che partiva dalla Porta Trionfale, attraversava la città, saliva sul Campidoglio e si concludeva con un solenne sacrificio davanti al tempio di Giove.

Il corteo del Trionfo era aperto dai senatori e dai magistrati in toga accompagnati dagli squilli di trombe. Seguivano le vittime da sacrificare a Giove Capitolino: il rito richiedeva tori bianchi, o almeno con una macchia bianca sulla fronte. Sfilava poi il bottino, accumulato su carri o su portantine e corredato da cartelli che indicavano l’entità e la provenienza degli oggetti. Erano esibite anche le «corone trionfali», le corone preziose offerte al generale dalle città dell’impero.

Grandi pannelli illustrati rappresentavano le fasi salienti della campagna: le battaglie, gli assedi, gli atti di eroismo, la cattura dei condottieri e dei re nemici. Poiché erano dipinti su materiali deperibili, di essi non è rimasto nulla: possiamo però farcene un’idea dai rilievi scolpiti, che in alcuni casi riprendono certamente motivi presenti nei pannelli trionfali.

Insieme con il bottino sfilavano, a piedi o su carri, i prigionieri di alto rango, preceduti dal capo dei nemici. Normalmente essi erano affidati al boia subito dopo la conclusione del Trionfo (questa fu la sorte di Giugurta e di Vercingetorige) o venivano gettati in carcere, in attesa di una morte non meno terribile.

La massa dei prigionieri comuni, incatenati, era invece avviata alla schiavitù.

Il gruppo del trionfatore occupava la posizione centrale del corteo. Lo precedevano i littori, con i mantelli rossi da guerra e le insegne del potere, i fasci, avvolti in corone d’alloro. Il trionfatore incedeva su un cocchio tirato da quattro cavalli bianchi, era vestito di rosso e aveva la faccia dipinta di rosso, esattamente come la statua di Giove Capitolino. Reggeva inoltre lo scettro del dio e il suo capo era cinto da una corona di alloro. Talvolta uno schiavo teneva sollevata sul suo capo un’immagine della dea Vittoria alata. Sul carro prendevano posto i figli e le figlie più piccoli, mentre quelli adulti e i parenti stretti cavalcavano a fianco.

Il cocchio era seguito dagli ufficiali, dai prigionieri liberati e infine dai soldati in tenuta da guerra, con le decorazioni in bella mostra.

Coppa argentea, inizio del I secolo d.C. [dalla villa di Boscoreale, Museo del Louvre, Parigi]
Coppa argentea, inizio del I sec. d.C. [dalla Villa di Boscoreale, Museo del Louvre, Parigi]. Sulla coppa è rappresentato un generale, acclamato dalla folla, sul carro da guerra alla testa del corteo trionfale
Secondo la tradizione, il Trionfo poteva essere concesso solo in presenza di alcuni requisiti. La campagna militare doveva aver avuto un’importanza rilevante, e almeno 5000 nemici dovevano essere stati uccisi in battaglia. Il generale doveva essere un magistrato superiore, oppure un propretore o un proconsole. Ma, poiché il Trionfo era l’onore più grande, nel I secolo a.C. la gara per i trionfi provocò molte eccezioni a queste vecchie regole. Fu invece sempre rispettata, anche nei momenti più feroci delle guerre civili, la norma che vietava il Trionfo per una vittoria ottenuta sui concittadini.

Ai generali vittoriosi, che tuttavia non erano ritenuti degni del Trionfo, era concessa l’ovatio, l’«ovazione», una specie di Trionfo minore. Il generale entrava a Roma a piedi o a cavallo e non sul cocchio, indossava la toga pretesta, cioè bordata di rosso, e non quella dipinta di rosso, non aveva lo scettro e portava una corona di mirto invece che di alloro.