La speranza di pure rivederti – analisi

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La speranza di pure rivederti

La speranza di pure rivederti di Eugenio Montale, così come Non recidere forbice quel volto, appartiene ai Mottetti, sezione centrale de Le occasioni.

Testo

La speranza di pure rivederti
m’abbandonava;

e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio:

(a Modena, tra i portici, un servo gallonato trascinava
due sciacalli al guinzaglio).

La speranza di pure rivederti analisi

La lirica ripropone il tema dominante della seconda raccolta di Eugenio Montale (Le occasioni) che è il persistere della memoria, insidiato dal tempo, attraverso oggetti ed eventi, che ridanno improvvisa, effimera vita a momenti e figure del passato con la forza della loro presenza evocatrice.

In questo caso l’apparizione enigmatica di due sciacalli fa affiorare all’improvviso nella mente del poeta il ricordo della donna amata ormai lontana, la cui assenza gli provoca un vivo senso di solitudine e la sensazione di essere tenuto fatalmente lontano da lei dal suo stesso «schermo di immagini», cioè dal suo vivere per la poesia e attraverso la poesia, che, comunque, alimenta l’unico legame possibile tra loro due.

L’occasione che suscita il ricordo è racchiusa fra parentesi nell’ultima strofa e rimarrebbe ignorata se non fosse Montale stesso a fornire una più ampia delucidazione in un articolo comparso sul «Corriere della Sera» del 16 febbraio 1950, dal titolo Due sciacalli al guinzaglio.

Racconta l’autore che, passeggiando un giorno a Modena, sotto i portici, assorto nel «pensiero dominante» della donna assente, vide un servo che trascinava due cuccioli al guinzaglio e, incuriosito dal loro aspetto, chiese di che razza fossero quei cani, ricevendone la risposta piccata che si trattava non di cani, ma di sciacalli. A questo punto, non poté fare a meno di ricordarsi che Clizia (è questo il nome che il poeta dà alla donna ispiratrice dei Mottetti, ossia Irma Brandeis) «amava gli animali buffi. Come si sarebbe diverita a vederli!… E da quel giorno non lessi il nome di Modena senza associare quella città all’idea di Clizia e dei due sciacalli», per concludere che forse quelle due bestiole erano state «inviate da lei, quasi per emanazione».

La poesia presenta 3 strofe (di 2, 5 e 3 versi) di endecasillabi (vv. 1, 3-6, 9) quinari (vv. 2 e 7) e settenari (vv. 8 e 10), con rime ai versi 2 e 9, 7 e 10.

 

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