Le Satire di Orazio

Le Satire di Orazio – Stile e contenuto, riassunto di Letteratura latina

Le Satire (Saturae) furono composte da Orazio tra il 41 e il 30 a.C. Sono poesie di carattere satirico in esametri. Sono ripartite in due libri, rispettivamente di 10 e di 8 componimenti. Il primo è dedicato a Mecenate e fu pubblicato tra il 35 e il 33 a.C. Il secondo fu pubblicato nel 30 a.C., insieme con gli Epodi.

Le Satire di Orazio: modello e stile

Orazio le chiamò sermones per il tono discorsivo e familiare. Sebbene, infatti, il poeta dichiari di rifarsi a Lucilio, la sua satira è ben lontana da quella del suo modello.

Innanzitutto sostituisce la polimetria di Lucilio con l’uso del solo esametro. Poi rifiuta la satira politica per fare solo satira di costume. Il poeta, infatti, ci presenta una vasta tipologia umana: l’avaro, il seccatore, il cacciatore di testamenti, il filosofo da strapazzo, il poeta vanitoso ecc., nei cui confronti usa un tono di bonaria ironia, lontano da una visione scandalizzata di un gretto moralista.

Alla base delle Satire di Orazio c’è infatti la “filosofia della vita” del poeta. È una filosofia che si richiama al buon senso, al rifiuto di tutto ciò che è estremo, al perseguimento della mediocritas, intesa come equilibrio tra gli opposti.

Le Satire di Orazio: il contenuto

Le satire di Orazio – primo libro:

Satira I È dedicata a Mecenate e tratta dell’eterna insoddisfazione degli uomini, che desiderano sempre di più e mai si accontentano della propria sorte.

Satira II Tratta degli eccesi amorosi (in particolare dell’adulterio), che causano tormenti e rischi. Consiglia di non avere avventure con donne sposate di classe elevata (le matrone) ma con le liberte (esse rappresentano il “giusto mezzo”).

Satira III Il poeta invita a essere indulgenti verso i peccati degli altri, perché tutti hanno difetti. Non bisogna quindi applicare il rigorismo stoico secondo il quale tutte le colpe sono ugualmente gravi.

Satira IV Contiene la difesa del genere satirico, che Orazio dichiara di prendere a prestito dai commediografi greci Eupoli, Aristofane e Cratino e dal latino Lucilio, ritenuto da Orazio poco attento al “lavoro di lima”.

Satira V Narra il viaggio che il poeta ha compiuto da Roma a Brindisi insieme a Virgilio per accompagnare Mecenate, durante il quale accadono spassosi incidenti. Il modello è la satira del viaggio da Roma in Sicilia di Lucilio.

Satira VI Orazio ringrazia Mecenate per l’amicizia accordatagli nonostante le sue umili origini. E lo ha fatto solo dopo che si è reso conto della purezza di vita e di sentimenti del giovane poeta. Tale natura il poeta l’ha ereditata dal padre, che a costo di enormi sacifici ha voluto che il figlio fosse educato a Roma, al pari dei rampolli dell’alta società. Neanche se fosse possibile – dichiara il poeta – sceglierebbe genitori più nobili e ricchi.

Satira VII Narra una disputa giudiziaria che aveva avuto luogo tra il 43 e il 42 a.C. tra il romano Publio Rupilio Re e il ricco commerciante greco Persio. Il processo si trasformò in un comico scambio d’invettive.

Satira VIII Protagonista è il dio Priapo, che narra di quando riuscì a mettere fine alle pratiche magiche sull’Esquilino di due fattucchiere, Canidia e Sagana, già ricordate dal poeta negli Epodi.

Satira IX Il poeta racconta come sia stato importunato da un seccatore, che chiedeva con insistenza una raccomandazione presso Mecenate. Nello stesso tempo loda l’illustre amico che sa ben distinguere negli uomini i veri pregi.

Satira X Difesa della satira, con elencazione dei pregi e dei difetti della poesia di Lucilio.

Le satire di Orazio – secondo libro:

Satira I Il poeta risponde al suo amico e giurista Gaio Trebazio Besta, che lo metteva in guardia contro i rischi derivanti dalle sue satire. Orazio confessa che la satira è la sua passione: non se ne servirà per aggredire, ma lo farà se sarà attaccato.

Satira II Esaltazione della vita semplice della campagna tramite Ofello, modesto possidente terriero di Venosa.

Satira III Critica del principio stoico per cui ogni vizio è pazzia e tutti sono pazzi tranne il sapiente.

Satira IV Dialogo tra il poeta e un certo Cazio. Questi descrive una serie di raffinate e complicate ricette di cucina, apprese da un esperto liberto e scrittore di arte culinaria.

Satira V È rivolta contro i cacciatori di testamenti. Il poeta immagina un incontro agli Inferi tra Ulisse e l’ombra dell’indovino Tiresia. Questi consiglia all’eroe, per rifarsi dalla rovina dei suoi beni sperperati dai Proci, di farsi nominare erede da un vecchio ricco e senza figli, non badando a scrupoli morali.

Satira VI È divisa in tre parti. Nella prima il poeta esprime a Mecenate la sua gioia per il dono della villa e descrive con vivacità i fastidi della vita cittadina. Nella seconda esalta la tranquilla vita di campagna. Nella terza narra la favola del topo di città e del topo di campagna.

Satira VII Davo, servo di Orazio, approfittando della libertà concessa dalla festa dei Saturnali, rimprovera al padrone le contraddizioni della sua vita, perché non riesce a liberarsi dalle passioni così come insegna lo stoicismo.

Satira VIII Fundanio, amico di Orazio, descrive una cena a casa di Nasidieno Rufo, un volgare arricchito. Fra gli invitati, il poeta Vario e Mecenate. L’ospite pretende di essere un raffinato signore, mentre non è altro che un rozzo e un maleducato.