Le tre fiere di Dante quali sono e significato

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Le tre fiere di Dante quali sono e significato

Le tre fiere di Dante sono la lonza, la lupa e il leone. Esse ostacolano il viaggio di Dante all’inizio dell’Inferno.

Le tre fiere di Dante quali sono? Dante dove incontra le tre fiere? Qual è il loro significato? Perché la lonza rappresenta la lussuria nella Divina Commedia? Perché il leone di Dante rappresenta la superbia? Quale fiera Dante teme di più? Per quale motivo Dante presenta la lupa come la più pericolosa delle tre fiere?

Le tre fiere di Dante quali sono?

Le tre fiere di Dante sono la lonza, la lupa e il leone. Esse ostacolano il viaggio di Dante all’inizio dell’Inferno.

Dante dove incontra le tre fiere?

Dante incontra le tre fiere nel primo canto dell’Inferno, nella «selva oscura».

Dante, infatti, racconta che all’età di 35 anni, dopo essersi smarrito, si ritrova in una spaventosa selva buia (allegoria del traviamento spirituale). Dopo avervi trascorso la notte, in preda alla paura, giunge ai piedi di un colle illuminato dal sole (simbolo della luce divina e quindi dell’inizio del percorso di redenzione).

Vorrebbe salirvi, ma viene ostacolato dalla comparsa di tre belve: dapprima una lonza con la pelle screziata (allegoria della lussuria); poi un leone rabbioso (allegoria della superbia); infine una lupa molto magra (allegoria dell’avidità insaziabile), che lo inducono a tornare nella selva.

Sulla strada del ritorno però giunge in suo soccorso lo spirito del poeta Virgilio (simbolo della ragione umana, grazie alla quale il peccatore riesce a ricercare la verità e a distinguere il bene dal male).

Virgilio è il poeta latino autore dell’Eneide e ammirato da sempre da Dante. Per uscire dalla selva, Virgilio esorta Dante a seguirlo in un viaggio nei tre regni dell’oltretomba: l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, per liberasi dal peccato. Gli spiega che il suo viaggio è voluto da Dio e che Beatrice stessa desidera che lo compia.

Qual è il significato delle tre fiere che Dante incontra nel primo canto dell’Inferno?

I commentatori antichi sono concordi nell’identificare nella lonza, un felino simile al leopardo o alla lince, la lussuria; nel leone la superbia; nella lupa la cupidigia.

Sul piano allegorico, la presenza della lonza, del leone e della lupa rappresentano i peccati che incrinano la virtù nell’animo umano. Lussuria, superbia e avarizia sono i caratteri negativi della società del tempo e anche allegoria dei mali del mondo che ostacolano la via verso la salvezza e la redenzione.

Perché la lonza rappresenta la lussuria?

Nella lonza Dante identifica il peccato della lussuria, perché secondo i bestiari medievali la lonza era un animale sempre in calore e pertanto si accoppiava in ogni stagione. Inoltre un antico documento, che Dante molto probabilmente conosceva, riporta che il comune di Firenze nel 1285 teneva una lonza in gabbia: forse da qui l’idea di Dante di rappresentare allegoricamente la sua città con questo animale.

Perché nel leone Dante identifica la superbia?

Perché il leone era simbolo tradizionale della superbia. Altri studiosi ancora hanno preferito un’interpretazione politica oltreché morale. Di conseguenza nel leone sarebbe da vedere la reale Casa di Francia, raffigurata soprattutto dalla persona di Carlo di Valois, il principe francese che papa Bonifacio VIII inviò nel 1301 a Firenze per mettere pace tra i Guelfi Bianchi e i Guelfi Neri, favorendo alla fine quest’ultimi.

Quale fiera Dante teme di più?

Delle tre fiere (la lonza, il leone e la lupa) che Dante incontra sul suo cammino verso il colle, simbolo della grazia divina, ritiene che la più pericolosa sia la lupa: «ella mi fa tremar le vene e i polsi» dice Dante al poeta Virgilio, giunto in suo aiuto e riferendosi alla lupa inquietante per l’impressionante magrezza, la voracità, l’irrequietezza.

Per quale motivo Dante presenta la lupa come la più pericolosa delle tre fiere?

La lupa è il simbolo della cupidigia, un termine che indica la fame per i beni terreni, non solo di soldi, ma di tutto ciò che non è spirituale. Si presenta come una sorta di sciagura collettiva («molte genti fé già viver grame»), perché per soddisfare la cupidigia l’essere umano compie le azioni peggiori, non si ferma davanti a niente. Da questo momento lonza e leone praticamente spariscono dal canto e la “bestia”, nelle parole di Dante e Virgilio, sarà sempre solo la lupa.

Del resto già San Paolo aveva bollato la cupidigia come radice di ogni altro peccato (Prima lettera a Timoteo 6,10); e Dante, dal canto suo, nel corso della Divina Commedia, riporterà proprio a questo vizio la corruzione del proprio tempo e delle sue principali istituzioni, specie della Chiesa.

Secondo i bestiari medievali, la lupa si nutre di immondizie ed è perennemente magra; inghiotte il cibo senza masticare; si cura di avvicinarsi sopravento così che i cani non possano sentire il suo cattivo odore.

Da ciò, per Dante deriva che essa è origine di tutti i mali di Firenze e dell’Italia intera e causa di corruzione della Chiesa cattolica (che ai tempi di Dante aveva adottato la lupa capitolina come emblema).

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