Il crollo della Borsa di New York

Il crollo della Borsa di New York nell’ottobre del 1929 diede inizio alla Grande Depressione, che sconvolse l’economia mondiale: le cause e le conseguenze. Riassunto di Storia per conoscere e memorizzare rapidamente

Il crollo della Borsa di New York – Negli anni Venti del Novecento, negli Stati Uniti l’economia era “esplosa” creando ricchezze enormi e un benessere diffuso. Molte nazioni stavano pagando agli Stati Uniti i loro debiti di guerra; tutte compravano grano, carni, macchinari, beni di consumo; i Paesi del Sudamerica fornivano materie prime  a prezzi stracciati. Tutto questo alimentava le industrie che si espandevano e avevano bisogno di manodopera crescenti; una massa enorme di impiegati e operai acquistava e acquistava allargando a dismisura il mercato interno.

La situazione aveva creato in America una euforia che aveva contagiato la middle class, la classe media, cioè gli impiegati, gli agricoltori, gli allevatori e le categorie meglio pagate degli operai. Poiché lo sviluppo industriale sembrava non avere mai fine, tutti compravano azioni delle aziende quotate in Borsa, riuscendo in pochi anni a moltiplicare il denaro investito all’inizio.

Verso la fine degli anni Venti, l’euforia si trasformò in incoscienza. Sebbene infatti i mercati cominciassero a essere saturi e nei magazzini si accumulassero quantità crescenti di merci invendute, nessuno si accorse che l’America stava imboccando il vicolo cieco della sovrapproduzione.

Quando gli operatori finanziari cominciarono ad allarmarsi era ormai troppo tardi e il fenomeno era diventato inarrestabile. Il giovedì del 24 ottobre 1929 nella Borsa di New York furono venduti 13 milioni di titoli, il 29 ottobre 16 milioni. Nel giro di pochi minuti, la quantità delle vendite fu tale che esse non trovarono più acquirenti. Alla fine della mattinata, il valore di tutte le azioni esistenti crollò a zero.

Il crollo della Borsa di New York rappresentò per gli Stati Uniti una tragedia paragonabile a una guerra perduta; gli effetti più gravi caratterizzarono il quinquennio 1929-1934.

In quello che fu subito chiamato il “giovedì nero”, undici persone tra banchieri e agenti di borsa ridotti sul lastrico, si suicidarono. Nei giorni immediatamente seguenti le banche furono prese d’assalto dai risparmiatori che chiedevano di ritirare il proprio denaro ma le banche avevano perso tutto e non avevano più denaro liquido.

La rovina investì l’intero Paese: i piccoli risparmiatori e i finanzieri, le cui azioni ormai non valevano più nulla; le imprese, che fallirono per mancanza di capitali; le banche che, avendo prestato enormi quantità di denaro alle aziende, non avevano più alcuna possibilità di farselo restituire.

La mancanza di denaro innescò una fase negativa del ciclo economico chiamata recessione, inevitabilmente accompagnata dalla disoccupazione. In poche settimane le città si riempirono di operai e impiegati licenziati, in coda per una scodella di minestra. Quindi la crisi si trasmise alle campagne, dove gli agricoltori cominciarono a non trovare più acquirenti per i propri prodotti.

Nel giro di poche settimane, il crollo della Borsa di New York – anche detto crollo di Wall Street dal nome della strada in cui la Borsa di New York aveva sede – innescò una reazione a catena che travolse tutte le nazioni inserite nel circuito mondiale degli scambi, dall’America Latina all’Europa, al Giappone. Non risentì della crisi unicamente l’Unione Sovietica, preservata dalla catastrofe per l’isolamento in cui Stalin l’aveva tenuta.

Gli Stati Uniti impiegarono cinque anni a riprendersi. L’uscita dalla recessione fu dovuta al presidente Franklin Delano Roosevelt, che inaugurò un nuovo ciclo economico chiamato New Deal.