Il Proemio dell’Eneide consta di tre sezioni: l’argomento trattato nell’opera (protasi) vv. 1-7, in cui il poeta latino Virgilio afferma di cantare la vicenda di Enea, quell’uomo travagliato che, seguendo il volere del «fato», cioè il destino, era fuggito via da Troia quando i Greci la conquistarono e, approdato alla fine in Italia, diede origine alla stirpe che avrebbe fondato Roma; segue la richiesta di Virgilio alla Musa perché gli sveli le ragioni dell’ira di Giunone contro Enea (invocazione alla Musa) vv. 8-11; infine, l’antefatto, vv. 12-33, cioè che cosa è accaduto prima.
Proemio Eneide: testo originale (in latino) e parafrasi
Protasi vv. 1-7 testo originale
Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
italiam, fato profugus, Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum saevae memorem lunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio, genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Protasi vv. 1-7 parafrasi
Canto le armi e l’uomo che, partendo dalla città di Troia, per primo
raggiunse l’Italia, trasformato in esule per volere del fato e raggiunse
le terre del re Lavinio, dopo aver sofferto a lungo per volere degli
dèi in terra e in mare, e per la rabbia della crudele Giunone, e
molto ebbe da soffrire a causa della guerra pur di dare vita alla città
e introdurre nel Lazio gli dèi Penati, da dove ebbe origine la stirpe
latina, i padri abitanti dei colli albani e le mura alte di Roma.
Invocazione alla Musa vv. 8-11 testo originale
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?
Invocazione alla Musa vv. 8-11 parafrasi
Musa, narrami tu le cause,
per quale rancore o offesa l’inquieta regina degli dèi costrinse un uomo famoso per la sua pietà (Enea) a soffrire così tanto, ad affrontare tali fatiche. Di così tanta ira sono capace gli dèi?
Antefatto vv. 12-33 testo originale
Urbs antiqua fuit, Tyrii tenuere coloni,
Karthago, italiam contro Tiberinaque longe
ostia, dives opum studiisque asperrima belli;
quam luno fertur terris magis omnibus unam
posthabita coluisse Samo; hic illius arma,
hic currus fuit; hoc regnum dea gentibus esse,
si qua fata sinant, iam tum tenditque fovetque.
Progeniem sed enim Troiano a sanguine duci
audierat, Tyrias olim quae verteret arces;
hinc populum late regem belloque superbum
venturum excidio Lybiae; sic volvere Parcas.
Id metuens, veterisque memor Saturnia belli,
prima quod ad Troiam pro caris gesserat Argis
necdum etiam causae irarum saevique dolores
exciderant animo: manet alta mente repostum
iudicium Paridis spretaeque iniuria formae,
et genus invisum, et rapti Ganymedis honores.
His accensa super, iactatos aequore toto
Troas, reliquias Danaum atque immitis Achilli,
arcebat longe Latio, multosque per annos
errabant, acti fatis, maria omnia circum.
Tantae molis erat Romanam condere gentem!
Antefatto vv. 12-33 parafrasi
Ci fu un’antica città, la abitarono dei coloni di Tiro, Cartagine, opposta da lontano all’Italia e alla foce del Tevere, ricca di mezzi e durissima per la passione della guerra; si dice che Giunone abbia frequentato questa sola più di tutte le terre, essendo stata trascurata Samo; qui le sue armi, qui fu il suo carro; già allora la dea intende e pensa che, se il destino lo conceda, questo sia il governo dei popoli. Eppure aveva sentito che dal sangue troiano sarebbe nata una stirpe, che un giorno avrebbe distrutto le rocche di Tiro; da lì un popolo, re di molte terre e superbo in guerra, sarebbe giunto per la distruzione della Libia: così filavano le Parche (così era stabilito dal Fato). Temendo ciò, la figlia di Saturno (Giunone), memore della trascorsa guerra che per prima aveva condotto contro Troia per difendere la sua amata Argo – infatti, non si erano ancora allontanati dall’animo le cause delle ire e i crudeli dolori: rimane fisso nell’alta mente il giudizio di Paride, l’oltraggio della bellezza disprezzata, e la stirpe odiata e gli onori attribuiti a Ganimede che era stato rapito – adirata per queste cose, teneva lontano dal Lazio i troiani sballottati in tutto il mare, sopravvissuti ai Danai (Greci) e al feroce Achille, e questi erravano per molti anni, spinti dal destino, intorno a tutti i mari. Tanto costava fondare la stirpe romana!
Proemio Eneide analisi
Il Proemio dell’Eneide ripropone lo schema omerico: in esso sono chiaramente distinte la protasi (vv. 1-7), che enuncia l’argomento del canto del poeta, e l’invocazione alla Musa (vv. 8-11). Però, si osservi che nei Proemi dei poemi omerici (Proemio Iliade e Proemio Odissea) l’invocazione alla Musa precede la dichiarazione dell’argomento (protasi), mentre nell’Eneide l’ordine è invertito. Non si tratta di un espediente tecnico privo di significato: la Musa continua ad avere un ruolo nell’ispirazione poetica, ma non è più l’artefice in prima persona del canto stesso. Virgilio introduce se stesso subito con “cano” (io canto), affermando la propria volontà di raccontare e rendendo se stesso protagonista. La Musa viene invocata solo al verso 8 e con una funzione diversa: non è più ispiratrice assoluta, ad essa il poeta chiede di chiarire alcuni aspetti della vicenda che sta per essere narrata (Musa, mihi causas memora), riducendo così il suo peso divino rispetto ai poemi omerici. Ecco che allora il richiamo alla Musa diventa semplicemente un omaggio alla tradizione della poesia epica.
Arma virumque cano…
Il Proemio dell’Eneide si apre con il celeberrimo incipit “Canto le armi e l’uomo” (Arma virumque cano) rivelando subito i due temi centrali del poema: le battaglie che Enea dovrà combattere e il protagonista stesso, Enea (che non viene nominato fino al v. 92 del primo libro), l’uomo pius per antonomasia, che sopporta tutti gli affanni che gli dèi avversi gli causano (in primo luogo l’irriducibile Giunone), pur di fondare la città, e introdurre nel Lazio i Penati, dando origine alla stirpe latina e a Roma.
Antefatto vv. 12-33 Le cause degli eventi
Giunone, sposa di Giove, ha diversi motivi per essere così ostile all’eroe troiano. Prima di tutto dalla discendenza di Enea nascerà il fondatore di Roma (Romolo), la città che, dopo le tre guerre puniche, distruggerà Cartagine, città cara a Giunone. Perciò essa si pone l’obiettivo di impedire a Enea di raggiungere le coste del Lazio, proprio per evitare che nasca Roma. Inoltre, Enea è troiano: la città di Troia era stata fondata da Ilio, figlio di Dardano, nato da una delle tante scappatelle di Giove. Infine, Paride, troiano, le aveva preferito Afrodite nella contesa per la bellezza, alla quale fu chiamato in qualità di giudice.

