i promessi sposi capitolo 11 riassunto

Promessi Sposi capitolo 11 Riassunto dettagliato, analisi e commento degli avvenimenti, luoghi e personaggi del celebre romanzo di Alessandro Manzoni

Il capitolo 11 de I Promessi Sposi è diviso in due parti: la prima è riservata a don Rodrigo, la seconda a Renzo.

Promessi Sposi capitolo 11 Riassunto: La notte degli imbrogli è terminata, il Griso ritorna e fa la sua relazione a don Rodrigo

Alessandro Manzoni apre il capitolo 11 de I Promessi Sposi con una similitudine, nella quale troviamo una sua goduta ironia nei confronti dei bravi: «come un branco di segugi, dopo aver inseguito invano una lepre, tornano mortificati verso il padrone…».

L’attesa da parte di don Rodrigo del ritorno dei bravi è lunga. La notte degli imbrogli mette a dura prova anche i suoi nervi. Don Rodrigo è preso dall’inquietudine, perché ha timore di essere scoperto («camminava innanzi e indietro, al buio… tendeva l’orecchio, guardava dalle fessure… non privo d’inquietudine…»), ma, nel suo affannoso soliloquio, arriva alla conclusione che lo tranquillizza: «son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno», la giustizia non può curarsi di loro.

Grande è allora la sua delusione quando alla fine vede arrivare i bravi mortificati. Dapprima sfoga sul Griso la sua rabbia, poi ne ascolta la relazione (la prima delle tre), infine lo congeda, incaricandolo di mescolarsi, l’indomani, assieme ad altri bravi, tra la gente del paese per carpire nuove informazioni. Il racconto della notte degli imbrogli si chiude con le ironiche parole di commiserazione di Manzoni rivolte al Griso: «va a dormire… povero Griso! In faccende tutto il giorno, in faccende tutta la notte, senza contare il pericolo… e poi esser ricevuto in quella maniera!».

Promessi Sposi capitolo 11 Riassunto: Il mattino successivo, don Rodrigo si confida con il conte Attilio, che decide di rivolgersi al conte zio per colpire padre Cristoforo

Il giorno dopo, festa di San Martino (11 novembre), don Rodrigo deve subire i pesanti sarcasmi del cugino Attilio per la scommessa perduta. Attilio sospetta che in tutta la faccenda ci sia lo zampino di padre Cristoforo («quel frate con quel suo fare di gatta morta… io l’ho per un dirittone, e per un impiccione») e promette a don Rodrigo che provvederà a farlo allontanare («… ma lo prendo io sotto la mia protezione, e voglio aver la consolazione d’insegnargli come si parla co’ pari nostri»), coinvolgendo in questa operazione un parente influente, il conte zio del consiglio segreto (assemblea che affiancava il governatore di Milano, composta da soli 13 membri): («caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro!»).

Mentre il cugino esce “per andare a caccia”, don Rodrigo rimane in attesa del Griso, uscito in ispezione mattutina per il villaggio.

Promessi Sposi capitolo 11 Riassunto: In paese le notizie sulla notte degli imbrogli si diffondono

Rientrano ora in scena i personaggi della notte degli imbrogli. Perpetua, indignata, parla per «bisogno d’un po’ di sfogo», per la «rabbia» provata nell’accorgersi di essere «stata infinocchiata da Agnese». Ma tema del suo parlare non è il tiro di cui lei è stata vittima («su questo non fiatava»), ma «il tiro fatto al suo povero padrone». Così accanto a Perpetua compare don Abbondio, che le chiede in tutti i modi, con il comando e con la preghiera, il silenzio. Questa condizione di Perpetua, la necessità di uno sfogo da una parte e la necessità del silenzio dall’altra, determina uno dei più originali e divertenti paragoni del romanzo: «un così gran segreto stava nel cuore della povera donna, come, in una botte vecchia e mal cerchiata, un vino molto giovine, che grilla e gorgoglia e ribolle… e vien fuori in ischiuma, e trapela tra doga e doga, e gocciola di qua e di là».

Al seguito di Perpetua ci sono Gervaso a cui pare «d’esser diventato un uomo come gli altri» e muore dalla «voglia di vantarsene»; Tonio racconta tutto alla moglie, che non è «muta»; i genitori di Menico lo chiudono in casa, ma non riescono a tacere che i «tre poveretti» si sono «rifugiati a Pescarenico».

Promessi Sposi capitolo 11 Riassunto: Il Griso porta nuove notizie al suo padrone e viene inviato a Monza per saperne di più sui fuggiaschi

Ora il Griso può fare la sua seconda relazione a don Rodrigo. Questi urla, folle di gelosia («fuggiti insieme! – gridò: – insieme!»), ma prova anche rabbia nei confronti di padre Cristoforo («e quel frate birbante! Quel frate!») e indignazione per il proprio orgoglio ferito («quel frate me la pagherà! Griso! Non son chi sono…»).

Ora don Rodrigo manda il Griso a Pescarenico.
Poiché il carrettiere, di ritorno da Monza, ha confidato ad un suo «amico fidato» «l’opera buona» appena compiuta, il Griso, in breve tempo, può ritornare al palazzotto e fare la sua terza relazione: Agnese e Lucia sono a Monza, mentre Renzo prosegue per Milano.
Don Rodrigo ordina al Griso di partire immediatamente per Monza, ma il Griso è titubante: a Monza il suo padrone non può proteggerlo con la sua influenza e teme rappresaglie da parte dei birri o la cattura. A questo punto, don Rodrigo (è da notare, ancora una volta, il paragone animalesco riferito al Griso) lo apostrofa come cane da cortile («tu mi riesci ora un can da pagliaio»). Il Griso è messo alle strette e, in quanto certo di essere «cuor di leone, gamba di lepre», parte per Monza.

Intanto il signorotto, rimasto solo, progetta di incaricare Azzeccagarbugli di mettere nei guai Renzo. Ma a ciò Renzo provvederà da sé («Renzo medesimo, per dirla, lavorava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli che il dottore avrebbe mai saputi trovare»).

Promessi Sposi capitolo 11 Riassunto: Renzo arriva a Milano e si lascia coinvolgere nel tumulto popolare

Agli occhi di Renzo, in cammino verso la città di Milano, si presenta l’immagine del duomo in costruzione: «…vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia, di cui aveva sentito parlare fin da bambino».

Questa veduta, assieme ad un’altra veduta, quella del monte Resegone, creano nel cuore del personaggio una nota nostalgica («ma dopo qualche momento, voltandosi in dietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristemente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada»).

Renzo camminava verso Milano con il cuore in tumulto, tra il pensiero dell’offesa patita e quello della preghiera di perdono recitata nella chiesa di Pescarenico: «tanto che, in quel viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e risuscitatolo, almeno venti volte». Abbiamo qui una sintesi dello stato d’animo di Renzo: impetuoso e generoso, istintivo e riflessivo insieme.

Renzo prende contatto con la città e inizia la sua grande esperienza cittadina, che si rivelerà negativa. Inizialmente, però, la città si manifesta a Renzo con un volto anche troppo accogliente: dalla gentilezza con cui si sente rispondere dal viandante, al quale si rivolge per avere indicazioni sulla strada per il convento di padre Bonaventura («Renzo rimase stupefatto e edificato della buona maniera de’ cittadini verso la gente di campagna…»), all’assenza dei controlli da parte dei gabellieri («Renzo entra, passa; nessuno de’ gabellini gli bada»), alle tracce di farina e ai pani sparsi per terra («… vide per terra certe strisce bianche e soffici, come di neve; ma neve non poteva essere;… si chinò sur una di quelle, guardò, toccò e trovò ch’era farina… ma, … vide sugli scalini… certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d’un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarli pani»).

Poi l’incontro con il gruppetto formato dall’uomo, dalla donna e dal ragazzotto, i quali avanzano curvi «tutte tre con un carico addosso», con «i vestiti o gli stracci infarinati; infarinati i visi, e di più stravolti e accesi».
Da notare la descrizione grottesca che Manzoni fa, attraverso gli occhi di Renzo, della donna: «un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi, e di sotto a quel pancione uscivan due gambe, nude fin sopra il ginocchio, che venivano innanzi barcollando».

Da tutti questi fatti osservati, Renzo intuisce «ch’era arrivato in una città sollevata». Poiché il suo animo è profondamente amareggiato per l’ingiustizia subita, quasi per compensare il suo senso d’insoddisfazione e di aperta ribellione di chi non si rassegna ai soprusi, «il suo primo sentimento fu di piacere». Tuttavia, ha subito dopo una reazione positiva: «pure, si propose di stare fuori del tumulto, e si rallegrò d’esser diretto a un Capuccino, che gli troverebbe ricovero, e gli farebbe da padre».

Il frate però non c’è e il portinaio non si fida a lasciare entrare lo sconosciuto e gli consiglia di aspettare nella chiesa vicina. Ma «il vortice attrasse lo spettatore», dice Manzoni: Renzo, incuriosito dal brulichìo che proviene dal centro della città, si lascia tentare e poco saggiamente s’incammina in quella direzione soltanto per dare un’occhiata.
Renzo, oramai, non è più padrone di sé, ha ceduto ad una forza estranea che lo trascinerà dove egli non sospetta.

Questo articolo è tratto dall’ebook “Guida ai Promessi Sposi” in vendita su
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