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Silvio Pellico: la storia del patriota autore de Le mie prigioni

Silvio Pellico (Saluzzo, 24 giugno 1789 – Torino, 31 gennaio 1854) è una delle figure di spicco del Risorgimento e del Romanticismo italiano. Patriota e scrittore, collaborò con la prestigiosa rivista Il Conciliatore, ma è celebre soprattutto per l’opera autobiografica Le mie prigioni (1832), uno dei testi più noti del Risorgimento italiano, che narra la sua dura prigionia nella fortezza dello Spielberg (situata nell’odierna Brno, Repubblica Ceca).

Silvio Pellico

Gli anni a Lione

Nato a Saluzzo il 24 giugno 1789, in una famiglia di modeste condizioni economiche, il giovane Silvio Pellico completò i suoi studi a Lione (1806-1809), presso uno zio, ricco commerciante. Acquisì una buona cultura francese, entrando in contatto diretto con l’ambiente illuminista.

Il ritorno in Italia

Nel 1809 si trasferì a Milano (capitale del Regno d’Italia napoleonico) e iniziò a lavorare come insegnante di francese. Strinse amicizia con Vincenzo Monti, Ugo Foscolo e altri letterati italiani, entrando in contatto anche con scrittori stranieri di passaggio (Madame de Staël, Stendhal, Lord Byron, e altri), consentendogli di partecipare attivamente al dibattito culturale e politico che in quegli anni caratterizzava gli ambienti lombardi, diventando inoltre un esponente di spicco del Romanticismo italiano. Negli stessi anni iniziò la sua attività di letterato, poeta e drammaturgo.

Francesca da Rimini, tra le tragedie più celebri del Risorgimento

Nel 1815 Silvio Pellico ottenne un vero trionfo con Francesca da Rimini. Il dramma si basa sulla tragica e immortale storia d’amore raccontata da Dante nel Canto V dell’Inferno, riadattata da Pellico che unisce romanticismo, sentimentalismo patriottico e tensione emotiva. Il testo venne elogiato dalla critica dell’epoca come uno dei migliori risultati raggiunti dalla tragedia italiana dopo Vittorio Alfieri.

Silvio Pellico e Il Conciliatore

A partire dal 1816 lavorò come precettore in casa del conte liberale Luigi Porro Lambertenghi. La casa del conte era punto d’incontro per intellettuali e così Pellico poté maturare la sua coscienza politica e nel 1818 contribuì a fondare e divenne redattore de Il Conciliatore (1818-1819), il celebre periodico romantico, organo di diffusione delle nuove idee liberali. Il giornale doveva diventare il portavoce delle nuove idee letterarie, ma si proponeva anche finalità di progresso civile, diffondendo cognizioni scientifiche utili allo sviluppo economico della Lombardia. Per queste tendenze progressiste e liberali, il giornale ebbe vita difficile con la censura austriaca, finché cessò la pubblicazione nel 1819.

L’adesione alla Carboneria e l’arresto

Introdotto da Pietro Maroncelli, nel 1820 Silvio Pellico si iscrisse alla Carboneria, una società segreta che cospirava contro il governo austriaco. Dopo soli due mesi, il 13 ottobre, fu arrestato dalle autorità austriache e condannato a morte con l’accusa di affiliazione, assieme a Pietro Maroncelli. La pena di morte gli fu però commutata in 15 anni di carcere duro, da scontare nella fortezza dello Spielberg (situata nell’odierna Brno, Repubblica Ceca).

La prigionia e Le mie prigioni

Il carcere duro portò Pellico a riflettere sulla propria esistenza e ad abbracciare la fede cattolica. Silvio Pellico raccontò questa sua drammatica esperienza di prigioniero e la sua conversione nel libro autobiografico Le mie prigioni, pubblicato nel 1832. Si tratta di un libro di memorie in cui rievoca le proprie esperienze nel carcere. Esso ebbe enorme e inaspettato successo, non solo in Italia ma in tutta Europa. Spiacque tanto agli austriacanti, perché il libro riuscì a suscitare ovunque una forte simpatia per la causa italiana e un profondo sdegno verso il rigido sistema repressivo dell’Impero austriaco, quanto ai liberali, a cui pareva pervaso di spirito rinunciatario.

In realtà l’intento di Pellico non era di fare un’opera di propaganda politica e la sua più vera ispirazione era di natura intimistica e religiosa. Il libro è intessuto di vivaci spunti narrativi e di meditazioni religiose, e disegna – sullo sfondo di una lotta interiore che si conclude col perdono cristiano – una serie di ritratti gentili e patetici.

La liberazione

Dopo nove anni di carcere, nel 1830, Silvio Pellico fu graziato e, profondamente provato nel fisico e nello spirito, fece ritorno a Torino, dove visse come bibliotecario dei marchesi di Barolo, adeguandosi alla mentalità reazionaria e bigotta di quell’ambiente.

Gli anni successivi, le opere principali e la morte

Riprese la propria attività letteraria, lontano da ogni interesse di politica militante. Scrisse ancora tragedie (come Ester d’Engaddi, 1830; Gismonda da Mendrisio, 1834; Leoniero da Dertona, 1834), cantiche d’argomento medievale, liriche religiose e il trattato morale I doveri degli uomini (1834). Proseguì nell’attività letteraria e nelle pubblicazioni fino alla morte, avvenuta il 31 gennaio 1854, a Torino.

 

 

 

 

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