Tragedia greca: struttura, caratteristiche, evoluzione

La tragedia greca nasce ad Atene, nell’antica Grecia, intorno alla metà del VI secolo a.C. La sua “invenzione” è attribuita al poeta Tespi, che nelle Grandi Dionisie (feste in onore del dio Dioniso) del 534 a.C. avrebbe rappresentato il primo dramma.

In Grecia le tragedie erano presentate al pubblico durante vere e proprie gare tra tragediografi in cui una giuria popolare attribuiva premi alle opere migliori. Ogni autore presentava solitamente una trilogia (ossia tre tragedie tra loro collegate nell’argomento) e una satira (ossia una parodia della trilogia), che venivano rappresentate nell’arco di un’intera giornata.

I maggiori tragediografi greci furono: Eschilo (525-456 a.C.), Sofocle (496-406 a.C.), Euripide (485-406 a.C.).

La tragedia greca raggiunse la sua configurazione definitiva nel V secolo a.C., divenendo la forma classica che fu in seguito assunta come modello di riferimento in tutta la storia del teatro.

La tragedia greca: struttura

La tragedia greca inizia generalmente con un prologo (letteralmente «discorso che precede»). È costituito da un monologo o da un dialogo. Informa il pubblico sugli antefatti della vicenda.

Segue la parodo, il «canto  d’ingresso» del coro. Il coro entra in scena dai due corridoi laterali, andando poi a collocarsi nell’orchestra (pàrados → vedi la struttura del teatro  greco).

Gli episodi, in numero da 3 a 5, contengono le parti dialogate tra gli attori. Originariamente, secondo la tradizione più antica, l’attore era uno solo e dialogava con il coro. Eschilo avrebbe introdotto un secondo attore e Sofocle un terzo. Potevano esserne aggiunti altri ma muti e in veste di comparse. Nel dialogo interviene anche il coro, di solito con brevi battute di commento affidate al corifeo, ossia il capocoro.

Gli episodi sono intervallati dagli stasimi. Lo stasimo (letteralmente «canto solenne») è il canto corale che chiude ciascun episodio, subito dopo l’uscita degli attori. Esso può esprimere un commento all’episodio o riflessioni etiche generali, o addirittura (in Euripide) essere del tutto slegato dalla trama per configurarsi come momento di puro virtuosismo poetico.

La tragedia si conclude con l’esodo, il «canto d’uscita» del coro dopo l’ultimo stasimo. Spesso, soprattutto in Euripide, nell’esodo si fa uso del deus ex machina, ovvero di un personaggio divino che viene calato sulla scena mediante una macchina teatrale per risolvere la situazione quando l’azione è tale che i personaggi non hanno più vie d’uscita.

La tragedia greca: caratteristiche

Attraverso una progressiva evoluzione nel tempo, la tragedia greca assunse i seguenti caratteri definitivi:

  • nell’azione drammatica erano coinvolti uomini e dèi;
  • i protagonisti appartenevano a un rango sociale elevato;
  • la vicenda rappresentata era nota a tutti, in quanto tratta dal patrimonio culturale comune;
  • venivano affrontati argomenti che mettevano in campo valori universali, comuni all’esperienza di ogni uomo e alla vita di ogni società, quali l’amore, l’odio, il rapporto fra bene e male, il contrasto tra pace e guerra, la necessità di obbedire al volere degli dèi e del destino;
  • una catastrofe ribaltava a un certo punto la vicenda inizialmente positiva e rassicurante, provocando rovina, morte e laceranti conflitti tra personaggi;
  • il protagonista infrangeva un divieto divino e di conseguenza doveva espiare la propria colpa; tale infrazione costituiva quasi sempre la causa della catastrofe;
  • lo stile poetico era molto elevato, caratterizzato da un registro linguistico alto e dalla ricerca della perfezione formale.

La tragedia greca: evoluzione nel tempo

Il genere tragico greco fu ripreso e imitato dai latini. Il più importante tragediografo latino fu Lucio Anneo Seneca.

La tragedia fu dimenticata durante il Medioevo e nuovamente praticata dagli autori del Rinascimento.

Tra Cinquecento e Seicento, essa raggiunse vertici di altissimo livello in Inghilterra per merito del drammaturgo William Shakespeare e in Francia grazie alle opere di Pierre Corneille e di Jean Racine.

Durante il Romanticismo la tragedia ebbe la sua ultima affermazione significativa: in Italia, con Vittorio Alfieri e Alessandro Manzoni e in Germania con Johann Wolfgang Goethe.

Nella seconda metà dell’Ottocento questo genere perse definitivamente importanza e fu sostituito dal dramma che meglio si avvicinava alla sensibilità della nuova società borghese.

Ultimi tragediografi si possono considerare nel XX secolo l’italiano Gabriele D’Annunzio e il belga Maurice Maeterlink.

Oggi è un genere non più praticato, mentre nei teatri si rappresentano ancora testi antichi, soprattutto greci.