Adelchi, di Manzoni, riassunto, trama, commento

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Adelchi, Alessandro Manzoni. Trama e commento

Adelchi tragedia di Alessandro Manzoni in cinque atti e in versi, con due cori rispettivamente nell’Atto III e nell’Atto IV.

Adelchi riassunto

Alessandro Manzoni ne iniziò la stesura il 21 novembre 1820 e la terminò l’anno successivo. Pubblicò la tragedia nell’ottobre 1822, mentre la prima rappresentazione avvenne, con scarso successo, soltanto nel 1843.

L’azione drammatica è ambientata negli anni 772-774, quando in Italia la dominazione dei Franchi succede a quella dei Longobardi. Questi, a loro volta, avevano vinto e asservito i Latini, cioè gli italiani di allora. La situazione presenta quindi molte analogie con l’Italia alla fine del Settecento e all’inizio dell’Ottocento, oppressa dagli Austriaci e fiduciosa nell’aiuto di Napoleone e dei Francesi.

L’elaborazione della tragedia è accompagnata dal Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, saggio sulle ricerche storiche eseguite per la preparazione dell’opera e pubblicato in appendice all’Adelchi.

Adelchi trama

Desiderio, re dei Longobardi, intende estendere il suo dominio su terre che appartengono alla Chiesa; suo figlio Adelchi tenta invano di dissuaderlo.

Come Adelchi prevede, il pontefice Adriano I chiede l’intervento dei Franchi e Carlo Magno (che ha intanto ripudiato Ermengarda, figlia di Desiderio) manda al re un ultimatum: si ritiri dalle terre del papa o il suo rifiuto sarà considerato una dichiarazione di guerra.

È la guerra, ma il regno di Desiderio è minato oltre che dai nemici esterni e dall’ostilità dei Latini, anche dall’odio e dalla gelosia dei duchi longobardi. Costoro, sollecitati da Svarto, un oscuro soldato, che ambisce alla potenza e alla grandezza, decidono di accordarsi con il re franco.

Carlo Magno, intanto, rimasto fermo col suo esercito alle Chiuse, di fronte alle Alpi inaccessibili, sta per decidere di tornare indietro, quando un religioso, il diacono Martino, giunto nel campo franco dall’Italia attraverso una via sconosciuta, si presenta al re per esortarlo a servirsi della via scoperta da lui per penetrare in Italia.

L’arrivo imprevisto per una nuova via dell’esercito franco e il tradimento dei duchi segnano la sconfitta dei Longobardi e la fine del regno di Desiderio.

Intanto, Ermengarda, che si era rifugiata presso la sorella Ansberga nel monastero di San Salvatore a Brescia, viene a conoscenza delle nuove nozze di Carlo Magno e, in preda al delirio, muore.

Adelchi, invece, a Verona, sorpreso dai nemici nel disperato tentativo di fuggire con pochi fedeli, combatte finché cade ferito a morte. Condotto morente, in presenza di Carlo Magno spira ricordando al padre Desiderio, ormai prigioniero del re franco, quanto ingiusto sia ogni potere terreno e quanto inutile sia ogni umano agire.

Adelchi analisi, commento, personaggi

La tragedia Adelchi, così come Il conte di Carmagnola, ha per oggetto il «vero» storico (rispettivamente la caduta del regno longobardo ad opera dei Franchi e la figura del capitano di ventura Francesco Bussone); l’invenzione è limitata alla caratterizzazione dei personaggi e a dettagli marginali. Per esempio, nel dramma Adelchi muore per le ferite riportate in battaglia, mentre in realtà si rifugiò a Costantinopoli.

Attraverso la figura di Carlo Magno (nello stesso tempo autore dell’oltraggio verso Ermengarda e difensore dei diritti della Chiesa), Manzoni suggerisce un’interpretazione provvidenziale della Storia: Carlo Magno, indipendentemente dalle sue intrinsiche qualità, è in sostanza uno strumento di cui la Provvidenza si serve per punire l’orgoglio e la sfrenata ambizione di Desiderio (che non manca comunque di una sua dignità regale specialmente nella sconfitta).

Ermengarda e Adelchi

Ermengarda e Adelchi sono i due protagonisti. Entrambi, in un mondo corrotto e ambiguo, dominato dall’egoismo, dal calcolo, dalla violenza, vivono in una condizione di solitudine e di alienazione.

Sono personaggi romantici, malinconici, divisi fra sogno e realtà, fra sentimento e dovere: Adelchi fra le aspirazioni alla gloria, alla magnanimità, alla giustizia e le necessità impostegli dal padre e dagli obblighi di re; Ermengarda fra la forza «empia» della passione che ancora la lega al marito e l’attesa di una morte cristiana. Ed è proprio il dolore – che l’ha separata dalla sua stirpe e l’ha accomunata agli infelici, ai sofferenti, agli umili – che le assicura la salvezza: te collocò la provida / sventura in fra gli oppressi

Nel destino di Ermengarda si traduce allora uno dei motivi fondamentali della condizione manzoniana dell’uomo: il valore del dolore come strumento di purificazione e di redenzione.

Oltre il coro della morte di Ermengarda, nell’Adelchi si trova un altro coro, alla fine dell’atto terzo, di carattere politico: Dagli atri muscosi, dai fori cadenti. Manzoni immagina che gli italiani assistano meravigliati, timorosi e increduli, alla fuga dei propri oppressori, sperando che si avvicini con la vittoria dei Franchi la fine della loro servitù sotto un altro dominatore.

In tal modo Manzoni, mentre si riferiva a vicende così lontane, esprimeva un monito solenne ai suoi contemporanei: è vano sperare nell’aiuto straniero: la libertà si può e si deve conquistare solo con le proprie forze.