Aristotele, marmo, copia romana di un originale greco attribuito a Lisippo (330 a.C. circa) conservato presso il Museo Nazionale Romano
Aristotele, marmo, copia romana di un originale greco attribuito a Lisippo (330 a.C. circa) conservato presso il Museo Nazionale Romano.

Aristotele nacque a Stagira nel 384 a.C. ed entrò nella scuola di Platone a 17 anni. Vi rimase fino alla morte del maestro (347 a.C.), cioè per 20 anni.

Morto Platone, Aristotele lasciò l’Accademia e si recò ad Asso. Qui, con altri due scolari di Platone, Erasto e Corisco, che già si trovavano là sotto la protezione del tiranno di Atarneo, Ermia, ricostituì una piccola comunità platonica, dove iniziò a scrivere le sue opere di biologia.
Ad Asso, Aristotele sposò Pitia, la sorella di Ermia.

Nel 344 a.C. Aristotele si trasferì a Mitilene.
Nel 342 a.C. fu chiamato a Pella da Filippo II re di Macedonia, con l’incarico di assumere l’educazione del figlio Alessandro Magno. Il padre di Aristotele, Nicomaco, era stato medico alla corte di Macedonia, ma la decisione di Filippo II fu probabilmente determinata dall’amicizia di Aristotele con Ermia, alleato del Macedone. Aristotele potè così formare lo spirito del grande conquistatore, al quale comunicò indubbiamente la propria convinzione della superiorità della cultura greca e della possibilità di dominare il mondo se tale cultura fosse stata congiunta con una forte unità politica. Più tardi, quando Alessandro scelse di dare al proprio governo le forme di un principato orientale, Aristotele si staccò da lui.

Nel 335-334 a.C. Aristotele ritornò ad Atene. L’amicizia con il re macedone gli consentì di avere a propria disposizione mezzi di studio eccezionali, che facilitarono le ricerche da lui condotte in tutti i campi del sapere. Nella scuola che fondò, il Liceo, Aristotele vi teneva corsi regolari, così come facevano gli scolari più anziani, Teofrasto ed Eudemo.

Nel 323 a.C. la morte di Alessandro provocò l’insurrezione del partito nazionalista ateniese contro il dominio macedone e mise in pericolo Aristotele, che fuggì a Calcide, nell’Eubea, patria di sua madre.

Nel 322 a.C. Aristotele morì a causa di una malattia di stomaco.

Gli scritti di Aristotele

Le opere che ci sono pervenute comprende solo gli scritti che Aristotele compose come sussidi per l’insegnamento, destinati agli allievi. Essi sono stati chiamati acromatici o esoterici:
scritti di logica, noti con il nome di Órganon (cioè “strumento” di ricerca) e così organizzati: Categorie (1 libro); Sull’interpretazione (1 libro); Analitici primi (2 libri); Topici (8 libri); Elenchi sofistici;
Metafisica (14 libri), un insieme di scritti diversi e composti in epoche diverse;
scritti di fisica, storia naturale, matematica e psicologia;
scritti di etica, politica, economia, poetica e retorica.

Aristotele compose altri scritti in forma dialogica, che egli stesso chiamò essoterici, cioè destinati al pubblico. Ma di questi scritti essoterici non sono rimasti che pochi frammenti:
dialoghi su argomenti perlopiù già trattati da Platone;
Protrettico (letteralmente “discorso esortatorio”) è un’esortazione alla filosofia: «O si deve filosofare – afferma Aristotele – o non si deve: ma per decidere di non filosofare è pur sempre necessario filosofare: dunque in ogni caso filosofare è necessario».
– Dialogo Sulla filosofia.

Il distacco da Platone

La formazione spirituale di Aristotele si compì interamente sotto l’influenza dell’insegnamento e della personalità di Platone. Ma più tardi Aristotele manifestò indipendenza di pensiero e di critica.
La frattura esistente tra Platone e Aristotele rispecchia il differente indirizzo culturale dell’età classica e dell’età ellenistica, in quanto Aristotele, pur collocandosi cronologicamente nella prima, idealmente è già figlio della seconda.
Gli anni che separano Platone da Aristotele sono relativamente pochi. Eppure il tempo in cui Aristotele si trova a vivere è già profondamente diverso da quello in cui è vissuto il suo maestro. La crisi della pólis appare ormai irreversibile e tutti i tentativi di arginarla finiscono per naufragare di fronte alla pressione della potenza macedone, che nella seconda metà del IV secolo a.C. dà inizio al progressivo asservimento della Grecia e alla corrosione della libertà della pólis. In questa mutata situazione il cittadino greco, non più direttamente coinvolto nelle faccende del governo, perde quella passione politica che aveva costituito anche la molla della filosofia di Platone. Da ciò l’emergere di altri interessi, soprattutto conoscitivi ed etici, che costituiranno una delle caratteristiche dell’età ellenistica.

Per Platone il filosofo deve assumere un impegno pratico, di tipo educativo e politico. In altre parole, colui che sa deve in un certo senso “sporcarsi le mani” con le “tenebre” degli affari terreni in cui sono avvolti gli uomini, smarriti, disorientati e ignari del vero e del bene. Il sapere filosofico deve servire al governo degli uomini, perché la conoscenza non può che produrre il bene del singolo e della comunità.

Aristotele è invece convinto che si debba riaffermare il valore puramente teorico della filosofia, la quale ricerca il sapere per il semplice piacere che ne deriva, e non per fini pratici o politici. La filosofia è l’unica attività autenticamente libera: essa non è “serva” di niente, in quanto non è subordinata a nulla, neanche al bene comune dello Stato; pertanto: «Tutte le scienze saranno più necessarie di questa, ma nessuna le sarà superiore» (Metafisica, I, 2, 982b 28).