benedetto da norcia
Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, "Ciclo della vita di san Benedetto", particolare con i monaci benedettini, XVI secolo, affresco dell'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore (Siena)

Benedetto da Norcia, che visse negli anni terribili in cui la penisola italiana venne sconvolta dalla guerra greco-gotica (535-553), è considerato il fondatore del monachesimo occidentale.

Benedetto da Norcia nacque intorno al 480 da una nobile famiglia di Norcia, in Umbria. Venne inviato dai familiari a Roma per seguire gli studi letterari. Disgustato dal comportamento dissoluto e dalle rivalità che dividevano il clero romano, e deciso a seguire l’ideale di vita evangelico, abbandonò gli studi e la famiglia per ritirarsi in una grotta vicino a Roma. Qui per tre anni sperimentò la vita eremitica, dedicandosi alla contemplazione e alla preghiera. Il suo singolare modo di vivere attirò molti desiderosi di condividere la sua esperienza di vita religiosa.
Benedetto da Norcia avviò allora la fondazione di una serie di monasteri. Nel 529 fondò il monastero di Montecassino, nel sud del Lazio, là dove sorgeva un tempio romano dedicato ad Apollo, che i contadini del luogo, ancora pagani, frequentavano abitualmente.
Benedetto da Norcia aveva una sorella, Scolastica, che lo seguì nell’esperienza monastica.
Il lascito più grande di Benedetto da Norcia, morto a Montecassino il 21 marzo del 547, santo per la Chiesa e patrono dell’Europa, è sicuramente la sua Regola, redatta intorno al 540.

La Regola di Benedetto da Norcia non incontrò un’immediata fortuna e convisse per molti anni con altre regole monastiche. Cominciò a incontrare sempre più favore a partire dal VII secolo, fino ad affermarsi pienamente con il pontificato di Gregorio Magno (590-604).

La Regola, articolata in un prologo, che definisce i principi della vita religiosa, e 73 capitoli, prevedeva una vita comunitaria suddivisa egualmente tra lavoro e preghiera; celebre è il motto che riassume lo spirito della Regola “Ora et labora”, cioè “Prega e lavora”: la preghiera poteva realizzarsi sia come lettura della Scrittura sia come contemplazione personale sia come partecipazione alle funzioni liturgiche comunitarie; il lavoro poteva essere un’attività manuale (lavorare i campi ma anche trascrivere manoscritti) oppure lo studio stesso.
La rivalutazione del lavoro manuale rappresentò una novità assoluta: presentato come mezzo di avvicinamento a Dio, gli veniva attribuita la stessa importanza della vita contemplativa. Nell’ultimo periodo dell’Impero romano, infatti, il lavoro costituiva un’attività assolutamente disdicevole degna solo di uno schiavo.

Ai monaci benedettini era richiesto di svolgere tutte le attività in maniera comunitaria: insieme dovevano mangiare, dormire, pregare, studiare, lavorare. Non potevano possedere nulla individualmente e ogni proprietà doveva essere messa a disposizione del monastero (per un approfondimento leggi Vita nel monastero: la giornata di un monaco benedettino clicca qui).
Un altra regola fondamentale era l’obbligo di obbedire al proprio abate, considerato il vicario di Cristo, cioè successore dell’apostolo Pietro al quale Gesù aveva affidato la sua Chiesa, e padre della comunità. Anche l’abate doveva sottostare alla Regola ed era responsabile di fronte a Dio della conduzione dei monaci.
Benedetto da Norcia affermò anche la severa norma della stabilitas, la permanenza stabile, i monaci cioè dovevano risiedere nel monastero dal momento in cui vi entravano fino alla morte.
Le porte del monastero benedettino erano aperte a tutti e non si facevano distinzioni di ceto sociale, cultura e provenienza (per un approfondimento leggi Monasteri, protagonisti nell’Alto Medioevo clicca qui).