catilina
"Cicerone denuncia Catilina", Affresco di Cesare Maccari, 1880; Roma, Palazzo Madama

La congiura di Catilina, 63 a.C., è tra gli eventi ben noti della storia romana grazie soprattutto alle Catilinarie, le quattro orazioni pronunciate da Cicerone, e al De Catilinae coniuratione di Sallustio.

Lucio Sergio Catilina

Lucio Sergio Catilina apparteneva a una famiglia romana nobile ma decaduta. Nei primi anni della sua carriera politica si schierò dalla parte di Silla e contribuì attivamente all’eliminazione degli avversari politici del dittatore inseriti nelle liste di proscrizione.

Nel 78 a.C. fu eletto questore, nel 70 fu edile e nel 68 pretore. L’anno successivo fu inviato come propretore in Africa e nel 66 fu accusato di concussione. A causa del processo, Catilina non potè candidarsi nel luglio del 66 a.C. alle elezioni consolari per l’anno seguente, che furono vinte da Publio Autronio Peto e Publio Cornelio Silla. Però essi furono accusati di brogli elettorali e non potettero assumere la carica, che il 1° gennaio del 65 fu assegnata ai competitores sconfitti, cioè Aurelio Cotta e Manlio Torquato.

Nel 65 a.C. Catilina fu assolto dall’accusa di concussione e nel 64 a.C. potè finalmente presentare la candidatura al consolato. Tra gli avversari aveva Cicerone e Antonio Hybrida. Catilina si alleò con Antonio, entrambi dalla parte dei populares. Cicerone riuscì abilmente a sfruttare i timori della nobilitas senatoria e dei cavalieri, spaventati dal potere che avrebbero avuto i populares con la vittoria di Catilina e Antonio, sostenuti tra l’altro da Cesare e Crasso, due personalità politiche ben più pericolose agli occhi degli ottimati.

Così alle elezioni Cicerone risultò il primo degli eletti, con molti più voti rispetto al secondo, che fu Antonio.
Catilina, da parte sua, tentò di nuovo di ottenere il potere per vie legali, ripresentandosi alle elezioni consolari del 63 a.C. con un programma che spaventava enormemente i conservatori e le classi abbienti: proponeva infatti la cancellazione dei debiti in Italia, la fine del monopolio delle magistrature da parte degli ottimati, una più equa distribuzione delle ricchezze con misure a favore dei nullatenenti.

Cicerone, sempre più dalla parte della nobilitas, cercò di impedire in ogni modo il successo elettorale di Catilina, facendo approvare una nuova legge de ambitu contro i brogli elettorali, e soprattutto allontanando da Catilina Antonio Hybrida, al quale cedette il proconsolato nella ricca Macedonia che spettava invece a lui. Con grande abilità inoltre Cicerone, nell’intento di screditare l’avversario e provocare la reazione degli ottimati, alimentò le voci allarmistiche a proposito della presunta minaccia fatta da Catilina di ricorrere alla forza nel caso non fosse stato eletto. Il giorno delle elezioni Cicerone, per dare credito a tali dicerie, si presentò nel Campo Marzio, dove si svolgevano le operazioni di voto, munito di una corazza sotto la toga e protetto da un presidio di cavalieri armati: un’abile mossa propagandistica che non passò inosservata e certamente indusse molti cittadini a non votare per un possibile cospiratore.

La congiura del 63 a.C.

Catilina non fu eletto; di qui la decisione di ottenere con le armi il potere che non aveva raggiunto con le vie legali. E così in Etruria Caio Manlio cominciò a raccogliere un esercito, che nelle intenzioni dei congiurati avrebbe dovuto marciare verso Roma.
Cicerone ebbe modo di conoscere con precisione i piani di Catilina e dei suoi seguaci per mezzo di Fulvia, l’amante di uno dei congiurati, Quinto Curio: la sollevazione in Etruria era prevista per il 27 ottobre e il giorno dopo vi sarebbe stato un massacro di ottimati a Roma. Il Senato, allarmato dalle rivelazioni del console, il 21 ottobre dichiarò lo stato di emergenza, attribuendo ai consoli poteri straordinari. La notte tra il 6 e il 7 novembre Catilina radunò i complici a casa di Marco Leca; una delle decisioni prese fu quella di uccidere Cicerone nella sua stessa casa.

Le Catilinarie

Cicerone, informato da Fulvia, sventò l’attacco e l’8 novembre, nella seduta senatoria convocata nel tempio di Giove Statore sull’Aventino, pronunciò il primo discorso contro Catilina che, per nulla intimorito, reagì esortando a sua volta i senatori a non prestare ascolto a un inquilinus civis urbis Romae, a un inquilino dell’Urbe.

Il giorno dopo, tuttavia, Catilina decise di abbandonare Roma per raggiungere l’esercito accampato in Etruria. Cicerone, nello stesso giorno, il 9 novembre, pronunciò la seconda orazione contro Catilina, stavolta al popolo riunito nel foro, per informarlo dei fatti accaduti nella notte.

Qualche giorno dopo Catilina, che aveva osato recarsi in Etruria con i fasci littori e con l’insegna delle legioni romane, fu proclamato dal Senato hostis publicus, nemico pubblico. Il console Antonio ebbe l’incarico di marciare contro di lui con un esercito. Intanto a Roma Cicerone riuscì a procurarsi le prove della congiura grazie al tradimento degli ambasciatori degli Allobrogi (bellicosa tribù celtica della Gallia). Due seguaci di Catilina, infatti, Lentulo e Cetego, contattarono gli Allobrogi per chiedere l’aiuto della loro cavalleria. Gli Allobrogi decisero di raccontare i fatti a Cicerone e, su consiglio del console, e per le promesse ricevute, accettarono di prestarsi al doppio gioco; fecero credere di essere disponibilli e chiesero un accordo scritto.

La notte tra il 2 e il 3 dicembre Lentulo e Cetego, mentre si allontanavano da Roma per raggiungere Catilina, furono catturati e interrogati; consegnarono i documenti compromettenti con le firme dei congiurati e così Cicerone ebbe finalmente le prove da tempo ricercate.

La sera del 3 dicembre Cicerone pronunciò la terza Catilinaria davanti al popolo, per informarlo degli ultimi eventi. Due giorni dopo, il 5 dicembre, si svolse in Senato un dibattito sulla sorte dei cinque complici di Catilina scoperti e arrestati. Il console Silano proponeva la condanna a morte, Cesare invece l’esilio a vita e la confisca dei beni. Cicerone pronunciò a questo punto la quarta Catilinaria; sostenne anche lui la necessità della condanna a morte, ma si rimise alla volontà dei senatori. Fu risolutore poi l’intervento di Catone Uticense, pronipote di Catone il Censore, decisamente favorevole alla pena capitale. I cinque congiurati la notte stessa furono strangolati nel carcere Mamertino. Cicerone ne diede notizia al popolo esclamando: Vixerunt, «hanno cessato di vivere».

La sconfitta di Catilina

Un mese dopo, il 5 gennaio del 62 a.C., si svolse la battaglia di Pistoia, che vide la definitiva sconfitta dei congiurati. Catilina morì combattendo valorosamente, «memore del lignaggio e dell’antica sua dignità», si legge nel capitolo 60 del Bellum Catilinae di Sallustio.
Nell’ultimo capitolo della monografia, in un passo giustamente famoso, lo stesso Sallustio descrive la scena desolante del campo al termine della battaglia; dice che Catilina fu trovato tra i cadaveri nemici «mentre ancora respirava un po’ e conservava nel volto la fierezza d’animo che aveva avuto da vivo».

Alcide Segoni, "Ritrovamento del corpo di Catilina", 1871, Firenze, Galleria dell'Arte Moderna.
Alcide Segoni, “Ritrovamento del corpo di Catilina”, 1871, Firenze, Galleria dell’Arte Moderna.