Chi sono? di Aldo Palazzeschi. spiegazione e analisi

Analisi e spiegazione della poesia Chi sono? di Aldo Palazzeschi, pubblicata nel 1909 nella raccolta Poemi.

La poesia Chi sono? è considerata un vero e proprio “manifesto” della poetica di Palazzeschi: cosciente che il poeta è sempre a contatto con una folla che allo stesso tempo lo giudica e lo teme, lo ammira e lo deride, Palazzeschi cerca di ritagliarsi un’identità contrapponendo polemicamente se stesso al pubblico: l’atteggiamento anarchico e provocatorio, incarnato nelle figure del clown e del saltimbanco, corrisponde a una sfida verso l’ipocrita convenzionalismo borghese e, insieme, al recupero della dimensione giocosa e trasgressiva dell’arte. Da ciò il tono irrisorio dei versi di Palazzeschi, il loro andamento narrativo e mimico più che lirico, vicino piuttosto alla dimensione spettacolare che alla riflessione intimista.

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
«follìa».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
«malinconìa».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
«nostalgìa».
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

Aldo Palazzeschi si domanda chi mai egli sia: non è un poeta, perché scegliendo di cantare la «follìa», si pone fuori dal numero dei poeti veri; non può essere neanche un pittore, perché ha un repertorio molto ristretto, ridotte come sono le sue possibilità di scelta al solo colore della «malinconia»; e non è neanche un musicista: egli ha infatti solo una nota a disposizione per esprimere la propria anima, cioè la «nostalgia».

L’immagine della lente di ingrandimento (vv. 17-19) che il poeta si mette davanti al cuore affinché la gente possa meglio vedere e capire chi egli sia ha lo scopo di dimostrare la sincerità del poeta e il suo desiderio di non vivere isolato, ma di muoversi in mezzo alla gente cui intende mostrare il proprio animo per divertirla.

La domanda Chi sono trova una risposta decisa e provocatoria solo nell’ultimo verso della poesia (v. 21): Palazzeschi propone per il poeta il ruolo di clown, di saltimbanco, che offre se stesso al pubblico, trasformando in risata e in capriola la propria crisi esistenziale.

Le tre parole-chiave della lirica – «follìa», «malinconia», «nostalgia» – sono evidenziate dall’identità della posizione che occupano all’interno del componimento (cadono tutte in un verso isolato e sono tutte introdotte da formule pressoché identiche e parallele) e dal fatto di essere tra di loro collegate dall’identità della rima (rime baciate ai vv. 4-5, 9-10, 14-15): questo parallelismo dei tre termini, nel momento stesso in cui ne evidenzia il significato, ne sottolinea anche il valore fortemente antitetico, perché il richiamo ai temi crepuscolari attuato mediante termini come «malinconia» e «nostalgia» viene programmaticamente eluso e anzi viene addirittura ribaltato dal termine «follìa» che esprime la volontà del poeta di staccarsi dai modi crepuscolari e la diversità della sua poetica che individua nella «follìa», cioè nello scherzo, la sua ispirazione.