De clementia 1, 1-4, Seneca - Traduzione

Il De clementia fu composto da Seneca tra il 55 e il 56 d.C., nei primi anni del principato del giovane Nerone, al quale è dedicato.

Seneca fa dire a Nerone le parole che ogni intellettuale di quel tempo avrebbe voluto udire dall’uomo più potente di tutti. L’imperatore è pienamente consapevole delle sue responsabilità; nelle sue mani è riposto il destino di sterminate moltitudini. Alla fine del discorso Nerone afferma di non voler ricorrere alla severità e di volere guidare l’Impero con mitezza e senso di moderazione, astenendosi da atti crudeli.

Sappiamo bene che le cose andarono poi diversamente. Seneca lo sperimentò sulla sua pelle un giorno del 65 d.C., quando un centurione, a nome di Nerone, gli intimò di suicidarsi (leggi La morte di Seneca raccontata da Tacito).

De clementia – proemio – traduzione

[1] Ho cominciato a scrivere sulla clemenza, Nerone Cesare, per svolgere la funzione di specchio e per mostrare te a te stesso destinato a raggiungere il potere più grande di tutti. Benché infatti il vero frutto delle azioni rette sia l’averle fatte, né benché ci sia alcun premio delle virtù degno all’infuori di esse stesse, giova esaminare attentamente e percorrere la propria buona coscienza, e poi posare lo sguardo su questa immensa moltitudine discorde, sediziosa, incapace di dominarsi, pronte a saltar su per la rovina altrui e per la propria, una volta che avrà abbattuto questo giogo; e giova parlare così con se stessi:

[2] “Sono dunque io quello che fra tutti i mortali è stato preferito e scelto per fare in terra le veci degli dèi? Sono l’arbitro della vita e della morte delle nazioni; è nelle mie mani la decisione sulla sorte e sulla condizione di ciascuno; quello che la fortuna vuole che sia dato a ciascuno dei mortali, lo fa sapere attraverso la mia bocca; da una nostra risposta popoli e città traggono motivi per rallegrarsi; nessun luogo prospera, se non per la mia volontà e il mio favore; tutte queste migliaia di spade, che la mia Pace fa rimanere nel fedro, a un mio cenno verranno sguainate; quali popoli debbano essere distrutti completamente, quali fatti spostare altrove, a quali si debba dare la libertà, a quali strapparla, quali re debbano essere ridotti in schiavitù e quali teste debbano essere insignite della dignità reale, quali città debbano crollare, quali sorgere, dipende tutto dalla mia autorità.

[3] In questa così ampia disponibilità di poteri non mi spinse l’ira a iniqui castighi, ma mi spinse l’impeto giovanile, né la temerarietà o la tracotanza degli uomini, che spesso toglie la pazienza anche dagli animi più tranquilli; non mi spinse mai l’orgoglio funesto, ma diffuso in chi è a capo di grandi imperi, di ostentare la propria potenza seminando terrore. La mia spada è riposta nel fodero, anzi è legata, e io ho cura di risparmiare il più possibile anche il sangue più vile; non c’è nessuno che, pur essendo privo di altri titoli, non trovi grazia presso di me solo per il nome di uomo.

[4] Tengo nascosta la severità e sempre pronta, invece, la clemenza, sorveglio me stesso, come se poi dovessi rendere conto alle Leggi, che ho richiamato dalla dimenticanza e dalle tenebre alla luce. Prima mi sono commosso per la tenera età di uno, poi per l’anzianità dell’altro, e uno ho perdonato per la sua dignità, a un altro per la sua umiltà; ogni volta che non ho trovato una ragione di misericordia, ho risparmiato per me stesso. Oggi sono pronto, se gli dèi mi chiedono il conto, a enumerare tutto il genere umano”.