Giuseppe Ungaretti
Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti: la biografia

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1888 da genitori lucchesi emigrati in cerca di lavoro; studiò in una scuola di lingua francese della città egiziana.

Nel 1912 si trasferì a Parigi, dove frequentò l’Università della Sorbona e incontrò alcuni tra gli esponenti più importanti della cultura europea del tempo. Qui approfondì la conoscenza dei poeti simbolisti come Charles Baudelaire e Stephane Mallarmé, che esercitarono su di lui un’influenza fondamentale.

Nel 1914 si trasferì in Italia, dove, arruolatosi volontario come soldato semplice di fanteria, partecipò alla Prima guerra mondiale combattendo sul fronte del Carso.
Dall’esperienza diretta delle atrocità della guerra, drammaticamente vissute in prima persona, prese forma il primo nucleo della sua produzione poetica. Nacquero così le raccolte Il porto sepolto (1916) e Allegria di naufragi (1919); le poesie furono poi riunite nel volume L’Allegria (1931).

Al termine del conflitto, Giuseppe Ungaretti visse a Parigi per un anno, come corrispondente del giornale fondato da Benito Mussolini, «Il popolo d’Italia». Ladesione al fascismo nasceva dall’ingenua fiducia nel rinnovamento economico e spirituale del popolo italiano che il regime prometteva attraverso la massiccia propaganda.

Tra il 1920 e il 1936 Giuseppe Ungaretti svolse un’intensa attività di giornalista e conferenziere, viaggiando molto in Italia e in Europa. Nel 1933 uscì la raccolta Sentimento del Tempo.

Nel 1936 Giuseppe Ungaretti accettò la cattedra di Lingua e letteratura italiana presso l’Università di San Paolo, in Brasile, dove andò a vivere con la moglie e i due figli. Qui lo colpirono due gravi lutti familiari: la morte del fratello Costantino e quella del figlio Antonietto, prematuramente scomparso all’età di soli dieci anni.

Il ritorno in Italia nel 1942 coincise con la Seconda guerra mondiale. Alla tragedia privata si sovrappose così quella pubblica e questo duplice dramma ispirò la raccolta emblematicamente intitolata Il Dolore (1947). Fu nominato Accademico d’Italia e ottenne «per chiara fama» la cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma.

Pubblicò le raccolte La Terra Promessa (1950), Un Grido e Paesaggi (1952), Il taccuino del vecchio (1960), Dialogo (1968) e le traduzioni di alcuni importanti autori di lingua inglese, francese, spagnola.

Nel 1970 fu colto da malore durante un viaggio negli Stati Uniti e, rientrato in Italia, morì a Milano, il 2 giugno, per broncopolmonite, all’età di ottantadue anni.

Giuseppe Ungaretti: le opere

Oltre alla già citata L’Allegria, ricordiamo altre due importanti raccolte di Giuseppe Ungaretti: Sentimento del Tempo e Il Dolore.

In Sentimento del Tempo, pubblicata nel 1933 e poi ampliata nel 1936 e nel 1943, Giuseppe Ungaretti passa ad una rappresentazione più complessa delle inquietudini, dei conflitti, delle ansie dell’uomo (la sua solitudine di fronte al dolore e nell’attesa della morte, sulla inconoscibilità del proprio destino, sulla pietà verso gli altri e verso tutti gli uomini), ma nello stesso tempo, avviandosi alla maturità, riflette con gioia la pienezza della sua vita, anche perché nel frattempo ha recuperato la fede cristiana.
All’arido paesaggio carsico della raccolta precedente si sostituisce quello laziale, nella sua varietà di boschi, acque, albe e tramonti.
Dal punto di vista stilistico-espressivo, abbandonata la scarna metrica de L’Allegria, Giuseppe Ungaretti compie una ricostruzione dei metri tradizionali della poesia italiana, in linea con tutto un movimento della cultura europea che, senza rinnegare il rinnovamento delle avanguardie, cerca il recupero del passato. Sentimento del Tempo è, almeno per alcune liriche, la raccolta ungarettiana per la quale si può parlare decisamente di ermetismo.

La raccolta Il Dolore, pubblicata nel 1947, è suddivisa in sei sezioni riconducibili a due temi: nelle prime tre sezioni (“Tutto ho perduto”, “Giorno per giorno”, “Il tempo è muto”) domina il dolore personale, causato in gran parte dalla prematura scomparsa del figlio Antonietto. Nelle restanti sezioni (“Incontro a un pino”, “Roma occupata”, “I ricordi”) il dolore individuale diventa collettivo, di un’intera nazione, alimentato dalla tragedia della Seconda guerra mondiale, che il poeta avverte come apocalittico sconvolgimento di cose, uomini e certezze. Ma l’uomo non deve soccombere e, attraverso l’accettazione del dolore che ci rende «fratelli», deve aprirsi alla speranza nel futuro.

Strettamente legato a Il Dolore, per i temi trattati, è Un grido e Paesaggi (1952), mentre La Terra Promessa (1950), pensata già dal 1935 come melodramma, interrotta a causa delle dolorose vicende personali e storiche, ripresa dopo la guerra e rimasta allo stato di frammenti, è influenzata dagli studi di Giuseppe Ungaretti sul Barocco che hanno accompagnato le sue traduzioni di opere di Shakespeare, Gongora, Racine ed è quindi caratterizzata da un linguaggio più ricco e solenne, anche se l’impegno stilistico vi appare troppo scoperto.

Giuseppe Ungaretti: la poetica

Proprio mentre nella poetica italiana del primo Novecento dominano le prestigiose immagini e la musicalità esteriore di Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Ungaretti consegna ai pochi versi, scabri ed essenziali, delle sue prime raccolte la voce disperata di un uomo che scopre di essere solo, con la sua carica segreta di ideali, di fronte a una realtà spesso crudele, su cui sempre domina l’immagine della morte.

Nelle poesie successive Giuseppe Ungaretti prende spunto dal suo vissuto per analizzare poi in senso collettivo l’esperienza umana e trarne riflessioni di carattere universale.

Giuseppe Ungaretti ricerca una poesia pura, essenziale, priva di enfasi e di insegnamenti, liberata da ogni schema metrico, che esprime soltanto ciò che il poeta, con la sua fantasia e la sua sensibiltà, intuisce; poesie brevi e lapidarie, veri e propri frammenti, in cui ogni termine si carica di una grande ricchezza di significati.

Giuseppe Ungaretti riduce al minimo la sintassi: elimina del tutto la punteggiatura e limita la costruzione del periodo alle sue componenti essenziali.

Il poeta rifiuta anche i vincoli della metrica e della rima: non più strofe tradizionali, ma versi liberi, talvolta costituiti da una sola parola dotata di grande pregnanza di significato.

Mediante la potenza espressiva dell’analogia, l’intuizione poetica, che rifiuta i collegamenti logici e razionali, dà vita a una sintesi straordinariamente efficace, come nella lirica Mattina, composta da due soli, brevissimi versi: «M’illumino / d’immenso».