Il bambino crocefisso - Ritratto del cardinale Alessandro Farnese, di Tiziano Vecellio
Ritratto del cardinale Alessandro Farnese, di Tiziano Vecellio.

Il bambino crocefisso è tratto da: Anna Foa, Eretici, il Mulino, Bologna 2004, pp 57 – 66.

Anna Foa è docente di Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma. Si occupa prevalentemente di storia sociale e di storia degli ebrei, cui ha dedicato numerosi lavori. In Eretici la studiosa presenta dieci casi (tutti rigorosamente documentati) avvenuti a Roma tra il XV e il XVI secolo.

Nel 1555, durante il pontificato di papa Marcello II (morì dopo soli 22 giorni per un colpo di apoplessia), fu ritrovato accanto a San Pietro, nel Camposanto Teutonico, il cadavere di un bambino inchiodato ad una croce e coperto di ferite.

Alessandro Farnese, cardinale dal 1534, riferì la notizia al papa. Intanto tra la folla che si stava ammassando nel cimitero, un predicatore, un ebreo convertito, gridava che si trattava di un omicidio rituale compiuto dagli Ebrei, i quali usavano celebrare la loro Pasqua uccidendo un bambino cristiano.

La folla era in uno stato di eccitazione molto forte, tra loro vi era chi gridava che bisognava assalire le case degli Ebrei, ucciderli e saccheggiare i loro beni.

Il papa chiese al cardinale Farnese di mandare gli sbirri a mantenere l’ordine, di far tacere il predicatore e soprattutto scoprire chi fossero gli assassini.

Adempiuto ai primi due punti, Farnese si recò nel quartiere ebraico per incontrare i capi della comunità riuniti nella Sinagoga. Essi, infatti, erano venuti a conoscenza dell’omicidio e delle accuse ed erano preoccupati per le voci che sostenevano che era ora, anche a Roma, di seguire l’esempio dei re spagnoli, di espellere gli Ebrei dallo Stato eclessiastico.

Il cardinale disse loro che la situazione non era facile, la protezione del pontefice non mancava, ma bisognava scoprire chi avesse ucciso il bambino (tra l’altro non ancora riconosciuto da nessuno). I capi della comunità ebraica assicurarono la loro piena collaborazione.

Il giorno dopo il cadavere del bambino crocefisso fu esposto in pubblico e un medico lo riconobbe. Si rivolse agli sbirri: «Lo riconoso – disse –  è il figlio di uno spagnolo. Troverete sulla sua testa una cicatrice. Ho curato solo pochi giorni fa lui e suo padre». Da quel momento in poi, tutto si svolse con grande rapidità. A casa del bambino furono trovati due spagnoli, un uomo e la sua amante. Il padre del bambino era morto di malattia, e morendo aveva affidato il figlio ad un amico, ma questi lo aveva ucciso per impadronirsi dei suoi beni. I chiodi, la crocefissione, le ferite sul costato, erano tutti modi per ingannare i giudici e far ricadere la colpa sugli Ebrei. Era un delitto commesso per impadronirsi del denaro, confessò la donna. Ma l’uomo volle nobilitarlo: «L’ho fatto, dichiarò, per odio contro gli Ebrei e la loro razza di infedeli. Speravo che, se il delitto fosse stato attribuito a loro, li avrebbero distrutti fino all’ultimo».

L’innocenza della comunità ebraica fu rionosciuta; lo stesso Alessandro Farnese accelerò la condanna degli assassini e la loro pubblica esecuzione.

Un’altro esempio di antisemitismo in Europa tra il XV e il XVI secolo è l’episodio di Simone da Trento