iliade libro VI
Ettore e Andromaca, di Sergey Petrovich Postnikov, metà del XIX secolo

Iliade Libro Sesto. Riassunto del Libro Sesto dell’Iliade: Eleno ed Ettore; Glauco e Diomede; Ettore incontra Ecuba, Paride ed Elena; Ettore e Andromaca.

Iliade Libro Sesto: Eleno ed Ettore

Sulla piana di Troia continuano gli scontri. I Troiani rischiano di cedere, ma Eleno, saggio indovino, figlio di Priamo, consiglia al fratello Ettore di organizzare una linea di resistenza e di recarsi in città dalla madre Ecuba per invitarla a rivolgere preghiere e sacrifici ad Atena, perché la dea protegga Troia dall’attacco di Diomede.
Ettore, dopo aver rianimato i suoi soldati, si dirige verso la città.

Iliade libro Sesto: Glauco e Diomede

Intanto sul campo di battaglia, in mezzo ai due eserciti si fanno avanti Glauco, nobile guerriero dei Lici, e Diomede. Diomede gli chiede chi mai sia: non combatterà con lui se è un dio (non vuole incorrere nella collera di Zeus), ma gli promette morte sicura se invece è un mortale.

Glauco, diversamente da Diomede, sa benissimo chi sia l’eroe che gli sta di fronte, tanto da rivolgersi a lui con il suo patronimico: «Tidide (figlio di Tideo) perché mi domandi la stirpe?», cui fa seguire la famosissima similitudine delle stirpi umane caduche come le foglie investite dal vento. Che senso ha questa domanda, si chiede in altri termini Glauco: gli uomini sono fragili, anche quando sono potenti e grandi; le generazioni umane si susseguono incessantemente; la vita è legata a un alito di vento.

Subito dopo, tuttavia, Glauco esaudisce la richiesta dell’avversario e sciorina la sua genealogia. Nelle sue parole c’è la fierezza di appartenere a una stirpe gloriosa, che ricorda con orgoglio ma senza millanterie. Anzi, Glauco ha accenti persino di umiltà, quando racconta che è a Troia, su mandato del padre, con il solo compito di onorare con le sue gesta la fama dei padri.

Diomede risponde a Glauco ricordando con piacere il legame di ospitalità che unisce le loro stirpi: suo nonno, Oineo, un tempo ospitò Bellerofonte, forse il più prestigioso degli avi dell’eroe licio e i due eroi si scambiarono doni preziosi. Propone perciò a Glauco di evitare ogni combattimento, di stringersi le mani in segno di amicizia e di scambiarsi le armi (cosa che non comprometteva la lealtà al proprio esercito in quanto obbligo derivato dal vincolo di ospitalità), sebbene l’armatura d’oro di Glauco valga molto di più di quella bronzea di Diomede.

Iliade Libro Sesto: Ettore incontra Ecuba, Paride ed Elena

Ettore è rientrato in città. Alle porte gli si fa incontro la folla delle madri, delle spose e delle figlie dei Troiani che gli chiedono notizie dei loro cari, ma egli le invita a recarsi nei templi a pregare gli dèi perché un grave destino incombe su Troia. Poi raggiunge la madre, Ecuba, che gli prende affettuosamente la mano: vorrebbe trattenerlo e gli offre una coppa di vino, ma l’eroe rifiuta perché teme di offuscare le sue forze e non vuole libare a Zeus con le mani ancora sporche di sangue.
Come suggerito da Eleno, Ettore invita la madre ad andare al tempio di Atena per offrire alla dea un peplo e prometterle il sacrificio di dodici giovenche perché allontani Diomede dal campo di battaglia.

Ecuba si reca poi nel tempio di Atena con le altre anziane, portando un peplo prezioso e promettendo alla dea un solenne sacrificio; ma Atena resta ostile alla città di Troia.

Intanto Ettore giunge alla casa di Paride e lo trova nella stanza nuziale intento a lucidarsi le armi. Ettore lo rimprovera aspramente: la grave situazione impone di passare sopra ai propri crucci personali (forse Paride resta lontano dalla battaglia perché è a disagio, dopo la sconfitta subita, e sente che i Troiani non lo possono stimare). Ancora una volta Paride ammette che il richiamo del fratello è fondato. Egli si è addolorato per l’esito inglorioso del duello, ma ora spera di prendersi una rivincita e lo seguirà di certo.

Lì è presente anche Elena, che, consapevole delle tragiche conseguenze della sua fuga da Sparta, si sente in colpa verso il cognato e con dolcezza lo invita a fermarsi per riposare un momento, ma Ettore, che sente il rischio di una morte imminente, desidera piuttosto passare velocemente a casa propria, per rivedere la moglie e il piccolo figlio.

Iliade Libro Sesto: Ettore e Andromaca

A casa Ettore non trova la sposa, che in preda all’ansia è salita sulla torre presso le porte Scee, dalla quale si vede gran parte del campo di battaglia.
Dopo una rapida corsa di Ettore attraverso la città, i due sposi si raggiungono correndo, spinti dall’ansia e dal desiderio. Dietro Andromaca viene l’ancella che porta in braccio un bambino, il figlio di Ettore. Il padre lo chiama Scamandrio (da Scamandro, il fiume che scorre vicino a Troia), i Troiani Astianatte, “il signore della città”: è un titolo regale che i Troiani gli hanno dato per onorare il valore di Ettore e per indicare la continuità della dinastia regnante, nella speranza che la città continui a esistere e a prosperare, dopo la guerra.

Vedendo il figlio, Ettore lascia spazio alla tenerezza e alla speranza. Il sorriso silenzioso del padre, che vede nel figlio il prolungamento della propria vita, è contrapposto all’angoscioso pianto della madre, che teme per la vita del marito. Per questo, pur comprendendo e stimando il suo ruolo di guerriero, tenta di moderare la sua audacia di combattere, e gli suggerisce una condotta di guerra difensiva, che non lo esponga personalmente a rischi eccessivi: lei e il bambino non hanno che lui.

Andromaca ricorda i dolorosi avvenimenti accaduti alla sua famiglia: il padre e i suoi sette fratelli sono morti per mano di Achille, mentre la madre, dopo aver pagato ad Achille un forte riscatto per aver salva la vita, appena restituita alla casa del proprio padre è morta di morte improvvisa (i Greci attribuivano a una freccia della dea Artemide queste morti rapide). Dunque Ettore rappresenta per lei tutto l’amore, la protezione e il conforto del contesto familiare.

Ettore dimostra di comprendere profondamente la situazione della moglie e le ansie che essa prova. Tuttavia, le ragioni dell’onore alle quali è stato educato e la sua stessa concezione della guerra, alla quale non si può sottrarre, lo spingono a volersi misurare in prima fila nello scontro. Questo è quanto desidera e quanto si attende da lui la collettività cittadina. Una condotta puramente difensiva della guerra sarebbe ingloriosa e, in ultima analisi, perdente: la città assediata sarebbe, comunque, alla fine, preda degli assalitori.

Ma ciò che più addolora Ettore è la sorte della sposa, destinata alla schiavitù presso gli Achei: è un pensiero intollerabile. Piuttosto è meglio morire: affrontare lo scontro estremo per scongiurare questo destino, o comunque fare tutto il possibile per contrastarlo, e non dover assistere da vivo a questo estremo dolore e disonore.

Dopo le preoccupazioni, le previsioni tragiche sulla fine di Troia e il destino di Andromaca, Ettore ha uno scatto di vitalità, di amore e di speranza nei confronti del figlio: che cresca, che diventi glorioso come lui, anzi molto più di lui; che abbia tutta la stima e il potere a Troia.

Andromaca è combattuta tra la gioia per le tenere parole che il padre rivolge al figlio e il dolore per la sorte di Ettore.

Di nuovo, Ettore comprende le ansie della moglie e ne sente pietà: prova a consolarla appellandosi al destino, immutabile quanto imprevedibile, che può toccare a qualunque uomo e a qualunque guerriero, anche a prescindere dalla sua condotta in guerra.

Mentre Ettore si avvia sul campo di battaglia (poi raggiunto da Paride), Andromaca non rinuncia a voltarsi indietro per guardarlo un’ultima volta, e arrivata a casa coinvolge anche le ancelle in un pianto di lutto.

Il racconto continua con Iliade Libro Settimo: riassunto