la congiura dei fieschi contro andrea doria
L'ultimo ritratto di Andrea Doria, poco prima della morte, avvenuta nel 1560 a 94 anni. Il quadro è del fiammingo Jan Massys

Andrea Doria, nato a Oneglia, in Liguria, il 30 novembre 1466, apparteneva a una delle quattro famiglie più eminenti di Genova: i Doria, gli Spìnola, i Fieschi e i Grimaldi, un ramo dei quali si era spostato a ovest e aveva fondato la dinastia dei principi di Monaco.

L’ascesa di Andrea Doria e di Genova

L’ascesa di Andrea Doria e di Genova cominciò parallelamente all’epoca dei conquistadores e si svolse mentre la Spagna entrava a far parte dell’Impero di Carlo V d’Asburgo.

Andrea Doria diventò ammiraglio della Repubblica nel 1512; subito si distinse per le sue eccezionali doti militari nella guerra contro i pirati barbareschi, che sconfisse più volte.

La vera svolta della sua carriera si verificò però nel 1528 quando, dopo essersi impadronito del potere a Genova diventandone doge, riuscì a firmare con Carlo V un’alleanza militare e finanziaria. Egli si impegnava a mettere la flotta genovese al suo completo servizio. In cambio otteneva dall’imperatore e re di Spagna un ricchissimo compenso annuo per l’uso delle navi e piena libertà di commercio per Genova in tutti gli stati da lui dipendenti, a pari diritto con gli stessi spagnoli.

Come ben si sa, Carlo V passò la vita tra una guerra e l’altra. Da una parte lottò contro il re di Francia; dall’altra contro i Turchi che continuavano ad avanzare nei Balcani; dall’altra ancora contro i principi tedeschi, che avevano abbracciato il protestantesimo.

Tutte queste guerre erano estremamente dispendiose, ma Carlo V stava diventando il più ricco sovrano d’Europa. In America, infatti, lo spagnolo Francisco Pizarro aveva finalmente trovato le tanto agoniate miniere d’oro e d’argento. Le aziende imperiali americane fondevano il metallo in lingotti, i galeoni spagnoli li trasportavano attraverso l’Atlantico e li scaricavano a Siviglia, dove erano trasformati in monete.

L’arrivo dei lingotti, tuttavia, non era regolare. Una tempesta poteva affondare o ritardare una nave; i pirati potevano costringerla a lunghe deviate; la scarsità di manodopera india poteva ritardare il completamento di un carico. Invece i mercenari che combattevano negli eserciti imperiali dovevano essere pagati regolarmente e così i fornitori di armi.

Andrea Doria si occupò quindi di anticipare il denaro necessario, con interessi molto alti, ricevendo in garanzia i lingotti che dovevano ancora arrivare. Quando non bastavano, l’imperatore cedeva rendite, entrate fiscali (come l’intero dazio sul sale dell’Impero), feudi nell’Italia meridionale.
Genova, grazie ad Andrea Doria, divenne allora, oltre che la fornitrice di un terzo della flotta mediterranea di Carlo V, anche il cuore finanziario dell’Impero.

La congiura dei Fieschi contro Andrea Doria

Contro lo strapotere dei Doria cercò di reagire nel 1547 il conte Gian Luigi Fieschi. Questi tentò di sollevare la nobiltà – avversa al potere di Andrea Doria – e il popolo – al quale promise una repubblica democratica.

Tra la nobiltà c’erano il re di Francia e Pier Luigi Farnese, duca di Piacenza e figlio di papa Paolo III, che fornì Gian Luigi Fieschi di quattro galee pontificie.
Carlo V fu informato dei preparativi della congiura dai Gonzaga di Milano e fece subito avvertire il Doria, che minimizzò la cosa assicurando che il suo potere era ben saldo.

La domenica del 2 gennaio 1547, Gian Luigi Fieschi riuscì a far entrare dalle porte della città le sue milizie, composte sia da uomini del Farnese sia da contadini dei suoi feudi. Il piano prevedeva prima la presa delle porte della città e poi la cattura delle galee dei Doria con l’insurrezione degli schiavi musulmani.
Sparato il colpo di cannone convenuto, iniziò il combattimento. Le navi dei Doria furono assalite e prese dai congiurati, mentre lo sventurato Gian Luigi Fieschi cadde in mare tentando di saltare da un’imbarcazione all’altra e morì affogato, trascinato sul fondo dalla sua armatura di ferro.

Intanto il clamore di quanto stava accadendo giunse al Palazzo del Principe dove risiedevano i Doria. Giannettino Doria, nipote ed erede di Andrea Doria, corse verso la darsena temendo una rivolta degli schiavi. Durante la sua corsa fu raggiunto da un colpo d’archibugio in pieno petto e finito, trapassato dalla spada, da Ottaviano Fieschi.
I rivoltosi, rimasti senza la guida di Gian Luigi Fieschi, si dispersero; i popolani si rinchiusero nelle loro case; gli schiavi musulmani liberati, approfittando della situazione, s’impossessarono di una delle navi dei Doria, la “Temperanza”, e presero il mare; altri congiurati invece fuggirono su una galea pontificia.
Il corpo di Gian Luigi fu ritrovato quattro giorni dopo la caduta in mare. Per ordine di Andrea Doria fu tenuto esposto per quasi due mesi e poi rigettato in mare.

Per i congiurati superstiti, Andrea Doria, che al tempo della congiura dei Fieschi aveva già ottant’anni, pianificò una vendetta spietata: tutti i Fieschi furono uccisi per suo ordine; i feudi della famiglia Fieschi, che aveva dato ben due papi e decine di cardinali e di vescovi, furono spartiti tra i Doria, gli Spagnoli e il Ducato di Milano, mentre a Genova non se ne poté più pronunciare il nome.

Per salvaguardare il proprio potere e riacquistare il prestigio perso nei confronti degli Spagnoli (che a causa di questa congiura volevano istaurare a Genova un dominio diretto), Andrea Doria varò una nuova riforma costituzionale, nota con il nome di “Garibetto”. L’obiettivo era di ridimensionare il ruolo politico dei “nuovi nobili”, ritenuti favorevoli alle congiure, a favore dei “vecchi nobili”. Il Consiglio Maggiore e quello Minore furono resi elettivi e il diritto di voto esercitato dalle alte Magistrature esecutive.

Andrea Doria morì il 25 novembre 1560. Non avendo avuto figli, i suoi beni vennero ereditati da GianAndrea, figlio del nipote Giannettino Doria, morto durante la congiura dei Fieschi.