Robespierre e la giustificazione del terrore

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Ritratto di Robespierre, Museo Carnevalet
Ritratto di Robespierre, Museo Carnevalet

Maximilien de Robespierre (6 maggio 1758 – 28 luglio 1794) capo dei giacobini e leader del Comitato di salute pubblica, organo di governo, costituito da nove membri e istituito dopo la decapitazione di Luigi XVI nel 1793.

Ricordato come l’«incorruttibile», nonostante la diversa provenienza culturale e sociale, Robespierre era molto vicino alla mentalità dei sanculotti, dominata dai miti dell’uguaglianza, della fraternità, della libertà e da tutta una serie di contrapposizioni elementari, come bene-male, poveri-ricchi, patrioti-controrivoluzionari.

La democrazia secondo Robespierre

La democrazia è definita da Robespierre come lo «Stato in cui il popolo sovrano, guidato da leggi che sono il frutto della sua opera, fa da se stesso tutto ciò che può far bene, e per mezzo dei suoi delegati tutto ciò che non può far da se stesso».

È anche quella forma di governo fondata sulla virtù, intesa da Robespierre come amor di patria e delle sue leggi, quella virtù che aveva reso grandi i greci e i romani e che può esistere solo nella democrazia. Nella monarchia, per esempio, l’unico sovrano è il monarca, che non ha bisogno della virtù, poiché ama la patria, in quanto è l’unico ad avere una patria, intesa come «il paese dove ognuno è cittadino e partecipe della propria sovranità». Solo la democrazia permette ciò: è questo il motivo per cui i popoli liberi vincono sugli altri.

In una democrazia, il legislatore deve fortificare la virtù. E, quindi, da una parte, adottare ed instaurare tutte quelle cose che tendono ad «eccitare l’amor di patria, a purificare i costumi, ad elevare gli spiriti, ad indirizzare le passioni del cuore umano verso l’interesse pubblico». Dall’altra, respingere e reprimere «tutte le cose che tendono a concentrare le passioni verso l’abiezione dell’io individuale, a risvegliare l’interesse per le piccole cause ed il disprezzo per quelle grandi».

In tempo di rivoluzione, afferma Rosbespierre, bisogna guidare il popolo con la ragione e i nemici del popolo con il terrore, eliminando, quindi, i nemici interni ed esterni. Giustifica, così, l’uso del terrore in quanto emanazione della virtù e lo definisce come giustizia pronta, severa, inflessibile.

«Il governo della Rivoluzione è il dispotismo della libertà contro la tirannia», scrive Robespierre.

Dunque, nell’estate del 1793 il governo della Francia si poggiava sui militanti rivoluzionari, che costituivano circa il 10% della popolazione maschile adulta e sulla borghesia giacobina alleata ai sanculotti.

Giacobini e sanculotti, infatti, condividevano l’ideologia politica ed economica.

Riguardo la prima, si ispiravano soprattutto a Jean Jacques Rousseau, a testimonianza della diffusione culturale che era avvenuta con l’Illuminismo: giacobini ritenevano se stessi espressione della «volontà generale».

Quella che, di fatto, istaurarono Robespierre e i giacobini fu una dittatura totalitaria. Gli strumenti di governo furono il Terrore e il governo rivoluzionario.

Nel 1793 fu promulgata una nuova costituzione: da una parte sembrava sospendere le più elementari garanzie dei cittadini, dall’altra affermava il diritto al lavoro e il suffragio universale.
Essa provocò l’opposizione di realisti e girondini, subito messi a tacere dalla Convenzione.

Dopo una rivolta dei sanculotti, i giacobini imposero il maximum sui cereali, i salari e i prezzi tanto per evitare nuove sommosse quanto per assicurare risorse all’esercito in crescita.

Spinti dai sanculotti, la Convenzione mise il «Terrore all’ordine del giorno»: fu potenziato il Tribunale rivoluzionario; le prigioni si riempirono di «sospetti»; l’ex regina Maria Antonietta e i capi girondini furono processati e decapitati.

I Cordiglieri, guidati da Hébert, incoraggiavano la Scristianizzazione, debellando l’ultima espressione dell’Ancien Régime. Furono allora distrutti simboli religiosi come le statue dei santi e le campane; diffuso il culto dei martiri rivoluzionari, come il cuore di Marat, assassinato da una realista; introdotte feste in onore della dea Ragione; imposto il calendario repubblicano, che cambiò il nome dei mesi, abolì il ciclo settimanale e le domeniche.

Robespierre non approvava tale operazione, perché temeva l’ateismo e la perdita progressiva del controllo morale. Impose, così, il culto di un Essere supremo, espressione delle concezioni deiste, tipiche dell’Illuminismo.

A partire dal marzo 1794 la Convenzione cominciò ad eliminare i fattori di instabilità e di opposizione interna, come i seguaci di Hébert, e le frange moderate di Danton e Desmoulins.

Il 22 pratile (10 giugno) si intensificò l’azione repressiva e inaugurato il Grande Terrore.

La vittoria di Fleures, 8 messidoro (26 giugno), tolse l’ultima giustificazione al Terrore. Il Comitato e la Convenzione si divisero. Nasceva l’ostilità contro Robespierre: l’ala moderata e quella estremista si allearono nella congiura che portò il 9 termidoro (27 luglio) 1794 alla condanna a morte di Robespierre e dei suoi maggiori seguaci. Furono giustiziati tutti il giorno dopo.