conferenza di parigi
I "quattro grandi" della Conferenza di pace di Parigi (1919-1920). Da destra il presidente statunitense Woodrow Wilson, il presidente del consiglio francese Georges Clemenceau, il primo ministro britannico David Lloyd George, il presidente del consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando

La Conferenza di Parigi  si aprì il 18 gennaio 1919 e si chiuse il 21 gennaio 1920.
Era necessario ricostituire un equilibrio in Europa, dopo la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), prima guerra totale vera e propria.

Le operazioni di guerra erano terminate pochi mesi prima: il 3 novembre 1918 gli austriaci avevano firmato l’armistizio di Villa Giusti con l’Italia; l’11 novembre 1918 il governo provvisorio tedesco aveva sottoscritto l’armistizio in un vagone ferroviario, presso Rethondes, un villaggio della Francia, mentre il Kaiser Guglielmo II era fuggito in Olanda, subito imitato dall’imperatore d’Austria Carlo I.

L’obiettivo della Conferenza di Parigi era ristabilire l’assetto politico europeo, secondo i principi di democrazia, autodeterminazione, giustizia internazionale, nazionalismi interni. Rispondevano di tali esigenze i “quattro grandi”: Woodrow Wilson, presidente americano; Georges Clemenceau, presidente del consiglio francese; David Lloyd George, primo ministro britannico; Vittorio Emanuele Orlando, presidente del consiglio italiano, che ebbe, pur figurando tra i “quattro grandi”, un ruolo marginale.

Ad ispirare i principi democratici della Conferenza di Parigi erano i quattordici punti di Wilson, un programma di pace che egli aveva redatto nel gennaio 1918 e che prevedeva l’abolizione della polizia segreta, il ripristino della libertà di navigazione, la soppressione delle barriere doganali, la riduzione degli armamenti, la reintegrazione di Belgio, Serbia e Romania, l’evacuazione dei territori russi occupati dai tedeschi, la restituzione alla Francia dell’Alsazia-Lorena, la possibilità di uno sviluppo autonomo per i popoli soggetti all’Impero austro-ungarico e a quello turco, rettifica delle frontiere italiane secondo le linee indicate dalla nazionalità. In ultimo, l’istituzione di un nuovo organismo internazionale, la Società delle Nazioni, da cui trent’anni dopo sarebbe nata l’ONU. Ideata per appianare le tensioni tra le nazioni prima che degenerassero in conflitti armati, non riuscì ad evitarne nessuno.

Di particolare importanza erano i principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli che il documento di Wilson propugnava (Se tutti i popoli soggetti a una potenza straniera – sostenne il presidente – saranno liberati e potranno “autodeterminarsi”, cioè scegliere liberamente le proprie forme di governo e le proprie leggi, non esisteranno più motivi di tensione nel mondo). Ma di fatto tali principi furono rispettati nei limiti degli interessi delle potenze vincitrici, interessate soprattutto a punire gli sconfitti – gli Alleati consideravano gli Imperi centrali e in particolar modo la Germania causa della guerra – e garantirsi contro qualsiasi possibilità di rivincite degli ormai ex-nemici.

Le discussioni cominciarono già in merito alla Germania e al contrasto tra pace democratica e pace punitiva: evidente fu che la Germania venne umiliata e ferita nell’orgoglio nazionale oltre che negli interessi economici.

I Trattati di Pace al termine della Prima guerra mondiale

28 giugno 1919, il Trattato di Versailles – La pace imposta alla Germania fu tutt’altro che una pace democratica, si rivelò una vera e propria imposizione – Diktat, la definirono i tedeschi- e venne sottoscritta nel Trattato di Versailles del 28 giugno 1919 nella Sala degli Specchi, lì dove il Kaiser Guglielmo I nel 1871, dopo la battaglia di Sedan, in cui aveva sconfitto Napoleone III, aveva imposto pesanti condizioni di pace alla Francia. Questi i punti:
1. La Germania restituì alla Francia l’Alsazia e la Lorena, conquistate nel 1870.
2. Perse tutte le sue colonie in Africa e in Asia.
3. Dovette consegnare la flotta, ridurre drasticamente l’esercito e rinunciare a qualsiasi tipo di armamento pesante (cannoni, carri armati ecc.)
4. Fu costretta ad accettare l’occupazione militare francese della riva sinistra del Reno per 15 anni per consentire alla Francia di sfruttare le miniere di carbone della regione della Ruhr.
5. Fu obbligata a cedere alla Polonia la zona intorno alla città di Dànzica, in Prussia; si creò il cosiddetto “corridoio di Dànzica”, che isolò la Prussia orientale dal resto della nazione tedesca.

10 settembre 1919, il Trattato di Saint-Germain – Il 10 settembre 1919 venne sottoscritto con l’Austria il Trattato di Saint-Germain: L’Impero asburgico era ormai dissolto ed ora al suo posto c’era la Repubblica austriaca. Comprendeva 6 milioni e mezzo di abitanti di lingua tedesca e Vienna era ormai una capitale sproporzionata rispetto alle dimensioni ora ridotte dello Stato austriaco. L’indipendenza dell’Austria era tutelata dalla Società delle Nazioni, il cui scopo era impedire un’unificazione tra Austria e Germania, unificazione invece auspicata da entrambi i Paesi. La Repubblica austriaca aveva perso il suo terzo di Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, le terre slave; aveva ceduto all’Italia Trento, Trieste e il Sud-Tirolo.

4 giugno 1920, il Trattato del Trianon – Il 4 giugno 1920 venne sottoscritto con l’Ungheria il Trattato del Trianon (dal nome del palazzo in cui venne firmato, fatto costruire da Luigi XIV vicino Versailles). Il Trattato sanzionò la dissoluzione della monarchia austro-ungarica. Essa perse molte regioni abitate da slavi e alcune abitate da magiari; i boemi e gli slovacchi si unirono nella Cecoslovacchia (una repubblica federale, che comprendeva anche 3 milioni di tedeschi, i sudeti); Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Serbia e Montenegro si unirono nella Jugoslavia.

27 novembre 1919, il Trattato di Neuilly – Il 27 novembre 1919 fu la volta della Bulgaria che con il Trattato di Neuilly Sur-Seine venne notevolmente ridimensionata: dovette cedere la Tracia alla Grecia, delle aree di confine ai serbi, la Dobrugia alla Romania, perdendo i territori conquistati nelle guerre balcaniche del 1912-1913; fu costretta a pagare una forte indennità; a ridurre esercito e polizia.

10 agosto 1920, il Trattato di Sèvres – Il 10 agosto 1920 fu la volta della Turchia, che sottoscrisse il Trattato di Sèvres: l’impero ottomano fu dissolto, i domini della Turchia furono limitati a Istanbul e al territorio circostante; perse inoltre le regioni mediorientali (Siria, Palestina, Arabia ed Egitto) e riconosceva l’indipendenza dell’Armenia. Il trattato sottopose poi gli stretti al controllo di una commissione internazionale. Il trattato fu accettato dal sultano Maometto VI e dal governo in carica, ma non venne riconosciuto dal leader nazionalista turco Mustafa Kemal Atatürk, che al termine della guerra di liberazione turca (1920-1922) ottenne la revisione delle condizioni imposte alla Turchia con il Trattato di Losanna (24 luglio 1923).

Per quanto riguarda la Russia – Quanto alla Russia, gli Stati vincitori non solo non riconobbero la Repubblica socialista costituitasi a seguito della Rivoluzione del 1917 e della conseguente caduta dell’Impero russo, ma cercarono in ogni modo di abbatterla aiutando i gruppi controrivoluzionari. Furono invece riconosciute e protette, proprio in funzione antisovietica, le nuove repubbliche indipendenti che si erano formate nei territori baltici persi dalla Russia: la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia, e la Lituania. La nuova Russia si trovò così circondata da una cintura di Stati-cuscinetto – le quattro repubbliche baltiche, la Polonia e la Romania – che le erano tutti fortemente ostili: un vero e proprio cordone sanitario, come allora fu definito, che aveva la funzione di bloccare ogni eventuale spinta espansiva della Repubblica socialista e, con essa, ogni possibile contagio rivoluzionario.

L’Europa uscita dalla Conferenza di Parigi contava dunque ben otto nuovi stati sorti dalle rovine dei vecchi imperi (Impero russo, Impero austro-ungarico, Impero turco-ottomano). A essi si sarebbe aggiunto, nel 1921, lo Stato libero d’Irlanda, cui la Gran Bretagna si risolse infine a concedere un regime di semi-indipendenza, anche se con l’esclusione del Nord protestante (Ulster).