Alarico, il re visigoto che saccheggiò Roma

Alarico I (370-410) era re e comandante dei Visigoti, federati dell’Impero romano, quando l’imperatore Teodosio morì nel 395 e l’impero venne diviso tra Arcadio (imperatore d’Oriente) e Onorio (imperatore d’Occidente).

Nel 396, devastata la Tracia, minacciò Costantinopoli e, passate le Termopili, si spinse, saccheggiando la Grecia, fino nel Peloponneso. Respinto da Stilicone (397), ritornò in Pannonia, ottenendo però dall’imperatore d’Oriente Arcadio il titolo di magister militum dell’Illirico.

Nel novembre del 401, i Visigoti di Alarico, abbandonando l’Illirico, invasero improvvisamente l’Italia: si impadronirono di Aquileia e dilagarono nella Pianura padana. Sconfitti da Stilicone a Pollenza (402) e a Verona (403), i Visigoti dovettero ritirarsi al di là delle Alpi.

Ricostituite le sue forze in Illiria, Alarico nel 408 ritornò in Italia e giunse sotto le mura di Roma. Irritato dal rifiuto dell’imperatore romano d’Occidente Onorio di cedergli il Norico (corrispondente all’attuale Austria centrale) e fallite le trattative per far eleggere dai Romani un imperatore da lui scelto, Attalo, la notte del 24 agosto del 410 s’impadronì di Roma. La città fu saccheggiata per tre giorni dalle truppe.

Da Roma Alarico, portando con sé Galla Placidia, sorella di Onorio (che poi andò sposa ad Ataulfo, il successore di Alarico) si spinse velocemente fino a Messina, nella speranza di conquistare la Sicilia e l’Africa. Era diretto a Reggio, quando morì improvvisamente.

Secondo la tradizione riferita dal goto Giordane, i suoi uomini l’avrebbero seppellito con tutti i sui tesori nel fiume Busento, a Cosenza, dopo aver deviato il corso del fiume.