Dei Delitti e Delle Pene, Best-Seller dell’Illuminismo

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Dei delitti e delle pene, spiegazione

Il saggio Dei delitti e delle pene è stato scritto di getto da Cesare Beccaria tra il 1763 e il 1764 sulla scia di animate discussioni con i fratelli Verri. L’opera fu stampata nel 1764 a Livorno.

Dei delitti e delle pene è il solo testo dell’Illuminismo italiano che abbia avuto risonanza europea. Fu apprezzata nella Milano di quell’epoca, fu vista come un segno di progresso in Francia, e messa subito in pratica dalla zarina Caterina II di Russia. Sull’onda del successo di questa proposta di riforma giudiziaria, la pena di morte fu abolita per la prima volta nel Granducato di Toscana, il 30 novembre 1786.
Tradotto in francese dall’abate Morellet e pubblicato a Parigi nel 1766, tradotto in seguito nelle altre lingue europee, si può dire che Dei delitti e delle pene rappresenti il punto di vista dell’Illuminismo nel campo del diritto penale.

Nel saggio Dei delitti e delle pene Cesare Beccaria si propone di stabilire quale sia il più giusto e utile rapporto fra i «delitti» e le corrispondenti «pene».

Per analizzare tale questione, Beccaria si basa su un principio tipicamente illuministico: la pena non deve avere uno scopo punitivo ma principalmente rieducativo. Deve cioè puntare a educare il colpevole a non commettere più altri delitti e a fare in modo che esso possa reinserirsi nella società.
Per questo, sostiene Cesare Beccaria, la pena non deve essere breve e violenta, ma lunga e non violenta. In questo modo il colpevole avrà la possibilità di redimersi e di non tornare a delinquere e la pena inflitta al colpevole, non andando a riprodurre il male generato dal delitto commesso, non provocherà nella collettività i sentimenti di «compassione» e «sdegno» provocati da esso. Una pena breve e intensa, poi, può essere presto dimenticata e il delinquente può essere in grado di godere dei frutti del suo delitto (ad esempio una rapina). Al contrario, una pena duratura impedisce a chi compie un crimine di avvantaggiarsi del suo reato e viene più facilmente ricordata. Beccaria propone così la detenzione in carcere per i colpevoli anziché le punizioni fisiche, assai diffuse all’epoca.

A partire da queste basi, Cesare Beccaria critica nel suo saggio Dei delitti e delle pene due «pene» assai diffuse al suo tempo, la tortura e la pena di morte.

La tortura è illegittima e inutile perché pone il criterio di verità nella resistenza al dolore: può accadere, quindi, che il reo, se resiste alla tortura, eviti la pena, mentre un innocente, incapace di sopportare un dolore eccessivo, venga punito.

La pena di morte va abolita, afferma Beccaria, sia perché non ha uno scopo rieducativo (dato che l’individuo punito muore) sia perché ha uno scarso valore deterrente, ossia non persuade gli altri individui a non delinquere, perché le persone tendono a dimenticare e rimuovere completamente un fatto traumatico e pieno di sangue. Inoltre, l’uso della pena di morte apre una contraddizione insanabile, presupponendo che sia lecito allo Stato un atto proibito al singolo.
Cesare Beccaria accetta la pena di morte solo nel caso in cui il colpevole attenti alla sicurezza dello Stato.

L’attenzione di Beccaria al problema dell’utilità sociale o meno di certe pene, e non solo a quello della moralità, fu la principale causa dell’enorme successo dell’opera. Dei delitti e delle pene fu letto, tradotto e commentato in Italia, Francia, Russia, Spagna, Svezia e in molti altri Paesi e non solo da scrittori e intellettuali, ma anche da giuristi, politici e capi di governo, tanto che divenne l’opera italiana più diffusa e influente del Settecento.

La Chiesa inserì Dei delitti e delle pene nell’Indice dei libri proibiti perché distingueva fra reato e peccato, affermando che il reato va giudicato e punito dallo Stato, mentre del peccato si risponde solo alla propria coscienza e a Dio. In altre parole lo Stato non deve punire i peccati ma solo i reati, cioè gli atti vietati dalla legge.