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Thomas Hobbes

Thomas Hobbes nasce a Westport, in Inghilterra, il 5 aprile 1588.

Compie i suoi studi a Oxford, ma deve la sua formazione soprattutto ai suoi viaggi e alle permanenze nelle varie città europee, che gli permettono di entrare in contatto con personaggi quali Galileo Galilei, Gassendi, padre Mersenne, per mezzo del quale riesce a far arrivare a Cartesio le sue Obiezioni alle Meditazioni cartesiane.

La sua opera principale è il Leviatano, pubblicato nel 1651, che ha come temi, come recita il sottotitolo,«la materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile». Nella trilogia costituita da Il cittadino (De cive, 1642), Il corpo (De corpore, 1655), L’uomo (De homine, 1658), Hobbes espone ordinatamente il proprio sistema.

Negli ultimi anni di vita si occupa di polemiche di varia natura: difende, ad esempio, la corporeità di Dio davanti al vescovo Bramhall.
Muore a Londra il 4 dicembre 1679, a 91 anni.

Hobbes afferma che l’uomo sia guidato dalla cupiditas naturalis, il naturale desiderio di fruire dei beni del mondo, e dalla ratio naturalis, la ragione naturale, che suggerisce a ciascuno il modo migliore per evitare la morte e sopravvivere.

Hobbes afferma che nello stato di natura gli uomini sono tutti uguali tanto nelle facoltà del corpo quanto in quelle della mente – una tesi nuova e rivoluzionaria nell’ambito politico. L’uomo dello stato di natura è guidato, dice Hobbes, dalla cupiditas naturalis. Ne consegue che due uomini possono desiderare la stessa cosa e diventare, perciò, nemici. Motivo per cui Hobbes, riprendendo l’espressione di Plauto, definisce lo stato di natura una condizione di homo homini lupus.
E, ancora, Hobbes definisce lo stato di natura bellum omnium contra omnes (guerra di tutti contro tutti): lo stato di natura è uno stato di guerra continua, alleanze varie per sottrarre i beni dell’altro individuo, una lotta alla sopravvivenza, uno stato di diffidenza e di aggressività reciproca; prevale un atteggiamento di insocievolezza piuttosto che una spinta al vivere sociale.

Domina un continuo timore ed il pericolo di una morte violenta; e la vita dell’uomo è solitaria, povera, lurida, brutale e corta.

La ratio naturalis sopraggiunge e consente il superamento dello stato di natura: piuttosto che correre il rischio di perdere i beni e la vita, è preferibile rinunziare a quell’originario diritto su tutto ciò che lo stato di natura sembra concedere all’individuo.

Un calcolo razionale, questo, che sancisce un contratto che permette all’uomo di uscire dallo stato di isolamento e guerra continua. Il contratto, afferma Hobbes, è stipulato in base a tre regole, dettate dalla ratio naturalis: cercare e conseguire la pace fin quando possibile; rinunciare al diritto di tutti a tutto e accontentarsi, per sé, della libertà che si riconosce agli altri; mantenere i patti stipulati.

Il patto associativo non è, però, sufficiente: i contraenti, infatti, non sono in grado di garantirsi reciprocamente il rispetto del patto.
È necessario un nuovo patto che comporti la subordinazione (pactum subiectionis) degli individui a un potere sovrano, attraverso la costituzione di un ordinamento statale capace di imporre quelle condotte già concordate e pattuite. Gli individui devono alienare i propri diritti naturali – ad eccezione del diritto alla vita – e trasferirli in un soggetto – persona o assemblea -, in modo tale che questi abbia la forza necessaria per contrastare chiunque volesse infrangere la pace dello Stato. Ognuno deve obbedire a colui che detiene il potere.

Il trasferimento dei diritti naturali dà luogo alla sovranità. Sovranità che è irrevocabile: la rescissione del contratto implicherebbe l’accordo di tutti, sovrano incluso. Il sovrano è titolare di un potere assoluto: chi lo possiede – monarca o assemblea – ha un potere al di sopra delle parti, non ha stipulato il patto e non è, perciò, limitato da esso. L’obbligo del potere sovrano è esclusivamente quello di garantire la vita e la sicurezza dei sudditi ed è responsabile solo davanti a Dio.

Hobbes non contempla la divisione dei poteri e il sovrano non è limitato da principi di giustizia, poiché è fonte di giustizia esso stesso. La sovranità assoluta rende lo Stato simile a un Leviatano, mostro marino, simile a un coccodrillo, che nell’Antico Testamento (Giobbe, 40 e 41) è descritto come la più potente e terribile delle creature terrestri e non vi è potere sulla terra che gli possa essere pari.

La potenza dello Stato, afferma Hobbes, dipende dalla sua forza materiale e dalla sua capacità di mantenere la pace interna.

Lo Stato è quel Dio mortale, al quale dobbiamo la pace e la sicurezza.

Il capo dello Stato è anche la più alta autorità religiosa e la religione è perciò assoggettata al potere politico: l’interpretazione delle Sacre Scritture è del potere civile, in modo tale che non sia contraria alla ragione. Gli ecclesiastici, afferma Hobbes, devono essere semplice burocrazia al servizio del sovrano.

Secondo Hobbes la sovranità assoluta deve essere del re, non di un parlamento.

La pace interna viene, dunque, garantita dal patto sociale e dal patto di subordinazione che consentono di superare lo stato di guerra di tutti contro tutti, tale conflittualità permane tra i singoli Stati, lì dove nessuna autorità può garantire l’ordine internazionale.